Sacra di San Michele, Avigliana

Foto di Livio G. Rossetti
maggio 2022

Gli amici di Novara hanno organizzato una gita giornaliera alla Sacra di San Michele, cui seguirà il pranzo in ristorante ubicato sulle rive del Lago Grande di Avigliana e una breve visita alla cittadina di Avigliana e al suo centro storico ricco di riferimenti medievali. Alla Sacra ero già stato, negli anni Ottanta del secolo scorso, dopo la sua apertura al pubblico: la grande Abbazia di San Michele della Chiusa è identica al ricordo che avevo nella mente e che avevo immortalato in alcune vecchie diapositive, ma la sistemazione del percorso per raggiungerla a piedi e la zona accoglienza e biglietteria sono mutati.

Che questo luogo particolare, all'imbocco della Valle di Susa, nel momento della mia prima visita abbia posto domande e una certa curiosità, devo dire che durante i miei studi avevano lasciato tracce, in particolare la vicenda del re Desiderio e del figlio Adelchi, e dell'arrivo di Carlo Magno. Poi, da geografo, ho sempre considerato importanti strategicamente i luoghi elevati, facilmente difendibili, all'imbocco di importanti vallate: ebbene tutto questo spiega la scelta del luogo, ammantata con la scelta dell'Arcangelo Michele, un guerriero, anzi il capo, che indossa una fulgente armatura simile a quella dei generali romani. Ora, l'idea del culto legato a Michele viene dall'Oriente, come vengono da li sia l'ebraismo che il cristianesimo che si diffondono nelle regioni mediterranee in particolare in Italia. Nel V secolo sul promontorio del Gargano sorse il più antico e più famoso luogo di culto di San Michele dell'Occidente: il Santuario di San Michele a Monte Sant'Angelo. Molto presto questo Santuario diviene un luogo importante per la diffusione del culto micaelico in Europa e in Italia e rappresenta il modello ideale per tutti i santuari angelici successivi, che vengono eretti ad immagine di quello garganico: le cime dei monti, i colli, i luoghi elevati, le grotte profonde furono dalle origini considerate come la sede più appropriata per il culto degli angeli e di Michele in particolare.
In Francia, nel 708 o 709, su un altro promontorio sulla costa della Normandia, fu consacrato all'Angelo un santuario detto di Mont-Saint-Michel, che a causa del fenomeno dell'alta e bassa marea rendeva pericoloso quel luogo. La Sacra è di San Michele perché nasce e cresce con la sua storia e le sue strutture attorno al culto di San Michele. La sua ubicazione in altura e in uno scenario altamente suggestivo, richiama immediatamente i due insediamenti micaelici del Gargano e della Normandia. Fondata sullo sperone roccioso del monte Pirchiriano si trova al centro di una via di pellegrinaggio di oltre duemila chilometri che unisce quasi tutta l'Europa occidentale da Mont-Saint-Michel a Monte Sant'Angelo.
La Sacra di San Michele ha origine sulla sommità del monte Pirchiriano, uno sperone roccioso appartenente al gruppo del Rocciavré nelle Alpi Cozie. Pirchiriano è il nome antichissimo del monte, forma elegante di Porcarianus o monte dei Porci, analogamente ai vicini Caprasio, o monte delle Capre, e Musinè o monte degli Asini. Il monte vede la presenza di insediamenti umani fin dai tempi preistorici. In epoche successive viene fortificato dai Liguri e poi dai Celti sotto il dominio dei due re Cozio. Nel 63 d.c. quando le Alpi Cozie diventano Provincia Romana, il luogo, data la sua posizione strategica, viene sfruttato dai Romani come castrum, ovvero area di interesse militare. Dal 569 d.c. i Longobardi invadono e occupano le Alpi Cozie. È in questo periodo che in Valle di Susa vengono erette le famose “Chiuse dei Longobardi”. Questi innalzarono muraglie e torri attraverso la valle quando, sotto la guida del loro re Desiderio e del figlio Adelchi, si ammassarono per resistere all'entrata in Italia di Carlo Magno, re dei Franchi. Nel 773 questi ultimi, vincitori della battaglia delle Chiuse, conquistano la zona e vi rimangono fino all'888, anno in cui i Saraceni invadono le Alpi occidentali ed esercitano il loro dominio per un'ottantina di anni.

La Sacra viene inserita in un lungo allineamento denominato linea sacra di San Michele, in perfetto allineamento con il tramonto del sole nel giorno del solstizio d'estate e, secondo la tradizione, creata dalla spada dell'arcangelo mentre cacciava Lucifero dal Paradiso. La linea parte da Skellig Michael, in Irlanda, un piccolo isolotto, fra i primi luoghi irlandesi dove si diffuse il cristianesimo. Il monastero fu costruito intorno al 588 e si narra che l'Arcangelo apparve a San Patrizio per aiutarlo a sconfiggere le forze del male. Oggi è patrimonio dell'Unesco. Poi si passa in Cornovaglia dove, di fronte alla cittadina di Marazion, si trova l'isoletta di Saint Michael Mount: è un'isola tidale o isola di marea, collegata all'isola più grande, quella inglese, da una banda sabbiosa che periodicamente viene ricoperta dalle acque durante l'alta marea. L'isola è famosa per la sua somiglianza nel nome e nell'aspetto con il Mont Saint-Michel della Normandia. La leggenda narra che l'Arcangelo Michele sia apparso nel 495 e molto tempo dopo alcuni monaci benedettini provenienti da Mont Saint Michel edificarono una abbazia sul modello di quella francese. Nel XVI sec. il luogo di culto fu trasformato in una fortezza e dell'abbazia rimangono solo il refettorio e la chiesa: il posto appartiene oggi ad una famiglia che vive lì. Alcuni pensano che l'Arcangelo abbia deciso di apparire nelle due isole, oggi quasi omonime, perché esse simboleggiavano perfettamente il rapporto tra Dio e l'uomo: la terraferma e le isole vengono infatti periodicamente unite e divise dalla marea in analogia al bene e al male che uniscono o dividono Dio e l'umanità.

Al di là della Manica, in Normandia, si giunge a Mont Saint Michel, un luogo molto conosciuto, un isolotto tra terra ferma e mare seguendo il flusso e il riflusso della marea. Anche in questo luogo si narra che nel 708 l'Arcangelo Michele apparve per tre volte al vescovo di Avranches, Aubert, chiedendogli di edificare una chiesa sull'isola; Aubert per due volte trascura la richiesta dell'Arcangelo che, alla terza volta, tocca la testa del vescovo con un dito lasciandogli un buco sulla fronte. Poco dopo quell'episodio fu costruita la prima cappella e il nome Mont Tombe fu sostituito da Mont Saint Michel. Il luogo su cui edificare il santuario sarebbe stato indicato da un toro, che qualcuno aveva rubato e nascosto proprio sulla cima del monte. L'abbazia fu completata nel 900 da monaci benedettini.

Alla distanza di circa mille chilometri si trova il quarto luogo dedicato a San Michele Arcangelo, l'Abbazia di San Michele della Chiusa, meglio conosciuta come Sacra di San Michele, è un complesso architettonico ubicato, come per miracolo, sulla vetta del monte Pirchiriano, all'imbocco della Val di Susa, nei territori dei comuni di Sant'Ambrogio di Torino e di Chiusa di San Michele, poco sopra la borgata San Pietro. L'Abbazia è collocata su un imponente basamento, in parte naturale roccioso, composto soprattutto da serpentinite, una roccia ultrabasica di origine ignea, metamorfosata, nella quale quasi tutti i minerali componenti si sono trasformati in serpentino, di colore verde/blu, una roccia naturale formata milioni di anni fa nei fondali oceanici, e in parte costruito con blocchi di pietra, a 960 metri di altitudine s.l.m.; è il monumento simbolo del Piemonte e una delle più famose architetture religiose di questo territorio alpino, prima tappa in territorio italiano della via Francigena. La costruzione, datata intorno all'anno 1000, secondo alcuni studiosi non è legata ad alcuna apparizione, ma è sorta proprio in funzione del pellegrinaggio fra Monte Sant'Angelo in Puglia e Mont Saint Michel in Normandia lungo la via Francigena. Solo a posteriori fu "inventato" un racconto, allo scopo di farne meta di pellegrinaggi, secondo il quale l'Arcangelo sarebbe apparso all'eremita Giovanni chiedendogli di non dedicarsi alla sola vita contemplativa e gli indicò il vicino monte Pirchiriano dove costruire un luogo dedicato ai pellegrini e titolato con il suo nome.

Già in epoca romana fu presente alla sommità del monte un presidio militare, di vedetta presso la via Cozia verso le Gallie. Ne fa fede una lapide, in memoria di una delle famiglie romane che vi abitarono nel I secolo, quella di Surio Clemente. Il castrum romano fu utilizzato anche dai Longobardi, per controllare i Franchi, nel contesto delle chiuse longobarde, delle quali rimangono alcune vestigia nel sottostante paese di Chiusa di San Michele. Il culto di San Michele Arcangelo, praticato dai Longobardi, fu ereditato dall'Imperatore Federico I Barbarossa, che lo trasmise al nipote Federico II von Hohenstaufen, che lo estese a sua volta nel Regno e nell'Impero. Si ipotizza che il culto di San Michele fosse già presente in Val di Susa, a partire dal VI secolo, periodo in cui fu eretta, una cappella dedicata all'Arcangelo. La data di costruzione del complesso vero e proprio viene identificata tra il 983 e il 1002. Le fonti più certe parlano del tempo di san Giovanni Vincenzo, l'arcivescovo di Ravenna ritiratosi a una vita eremitica sulla montagna di fronte al monte Pirchiriano, quindi tra la fine del X e l'inizio dell'XI secolo. Secondo la leggenda, Giovanni Vincenzo ebbe la visione dello stesso Arcangelo Michele, che gli ordinò di erigere un santuario. Gli stessi angeli avrebbero infine consacrato la cappella, che di notte fu vista dalla popolazione come avvolta da un grande fuoco.
I documenti più antichi risalgono a un certo monaco Guglielmo, che visse proprio in quel cenobio e, intorno alla fine dell'XI secolo, scrisse il Chronicon Coenobii Sancti Michaelis de Clusa dove affermò che la costruzione ebbe inizio sotto il pontificato di papa Silvestro II (999-1003), già abate dell'Abbazia di San Colombano di Bobbio. Sul finire del X secolo, fondamentale fu l'intervento del nobile francese conte Hugon di Montboissier, detto "Ugone", allora governatore in Alvernia e responsabile dell'Abbazia di Saint-Michael de Cuxa, nei Pirenei. In tal modo, il conte poté quindi riscattare i suoi peccati a fronte dell'indulgenza richiesta al nuovo Papa Silvestro II. Grazie ai suoi interventi, fu aggiunto un piccolo cenobio per pochi monaci e qualche pellegrino. Fu in questo periodo, tra il 1015 e il 1030, che, molto probabilmente, l'architetto Guglielmo da Volpiano disegnò il progetto della "nuova Chiesa", che verrà successivamente costruita sopra alla primitiva chiesetta.

La parte settentrionale del complesso, oggi in rovina, fu costruita tra il 1099 e il 1390 come "Nuovo monastero", per il quale furono aggiunte tutte le strutture per la vita di molte decine di monaci: celle, biblioteca, cucine, refettorio, officine. Dalle basi di quello che probabilmente era l'antico castrum di epoca romana, l'abate Ermengardo, che resse il monastero dal 1099 al 1131, fece realizzare questa opera ardita, partendo dall'impressionante basamento di 6 metri fino alla cima della costruzione che sfiora i 1.000 metri di altitudine rispetto ai 962 del monte Pirchiriano, la cui vetta costituisce una delle colonne portanti della chiesa, tuttora visibile grazie alla presenza di una targa che indica il "culmine vertiginosamente santo".
Dal XII al XV secolo visse il periodo del suo massimo splendore storico, divenendo uno dei principali centri della spiritualità benedettina in Italia. Nel XIX secolo vi fu insediata la congregazione dei padri rosminiani.

L'Arcangelo Michele ricorre cinque volte nella Sacra Scrittura, in particolare nel libro di Daniele dove è raffigurato come il capo supremo dell'esercito celeste e guerriero contro i nemici della Chiesa, mentre nel libro dell'Apocalisse, Michele è il principe degli angeli fedeli a Dio che combatte e scaccia Satana e gli angeli ribelli. Dall'Oriente il culto dell'Arcangelo Michele si diffuse nelle regioni mediterranee in particolare in Italia, dove giunse assieme all'espansione del cristianesimo. Nel V secolo sul promontorio del Gargano sorse il più antico e famoso luogo di culto di San Michele dell'Occidente: il Santuario di San Michele a Monte Sant'Angelo in Puglia, quinto luogo della linea sacra di San Michele. Molto presto questo Santuario divenne un luogo importante per la diffusione del culto micaelico in Europa e in Italia e rappresentò il modello ideale per tutti i santuari angelici successivi, che furono appunto eretti ad instar di quello garganico: le cime dei monti, i colli, i luoghi elevati, le grotte profonde furono dalle origini considerate come la sede più appropriata per il culto degli angeli e di Michele in particolare.

Ancora una volta ci troviamo in cima ad un monte, il promontorio del Gargano, e il paese si trova a circa 900 metri di altitudine. Il Santuario è anche noto come Celeste Basilica, poichè, secondo la tradizione, fu direttamente consacrato dall'Arcangelo Michele. Fa parte dei maggiori centri di culto dell'Arcangelo dell'intero Occidente Il complesso della basilica è costituito da una parte superiore con la facciata ed il campanile ed una inferiore con la grotta e le cripte, collegate al livello superiore da una lunga scalinata. Qui la prima apparizione dell'Arcangelo è collocata intorno al 490: uno dei primi luoghi in cui il culto micaelico giunse in Europa dall'area bizantina. Alcune iscrizioni attestano pellegrinaggi micaelici alla grotta del Gargano alla fine del IV/ inizio V secolo. L'antica tradizione attesta il diffondersi della devozione a Michele e alle sue apparizioni in loco, che ci sono tramandate da testo del IX sec. che descrive tre episodi: il ritrovamento del toro da parte del ricco possidente Gargano, la battaglia tra Sipontini e Beneventani cristiani, alleati contro i napoletani, pagani e la vittoria dei primi, l'edificazione del santuario in seguito a ripetute apparizioni e consacrato dagli Angeli stessi.

Penultima tappa lungo la linea sacra di San Michele si trova nell'isola di Symi, in Grecia, vicina a Rodi. Qui si trova il monastero di San Michele Arcangelo di Panormitis, ortodosso con annessa la chiesa. Dovrebbe risalire al XII sec. e conserva una delle più imponenti effigi dell'Arcangelo, alta 3 metri. La data storica esatta della costruzione della chiesa non è nota ma vi sono indicazioni che sia stata eretta verso il 450 d.C. sul luogo ove sorgeva un antico tempio dedicato al dio Apollo. È certo comunque che l'attuale chiesa ha subito radicali interventi di restauro nel XVIII secolo, raggiungendo il livello attuale. Il campanile fu eretto nel 1911. La chiesa si trova sulla sinistra della corte e contiene un'icona di San Michele alta due metri e ricoperta di foglie d'argento, che rappresenta l'Arcangelo. Tutto l'interno della chiesa è ricoperto da icone tra cui quella murale che rappresentante la caduta degli angeli. L'Arcangelo Michele di Panormitis, è considerato il santo patrono dell'isola, ma anche il protettore dei marinai dell'intero Dodecanneso. Una delle leggende sull'icona dice che questa apparve miracolosamente, fu rimossa e riapparve miracolosamente sempre allo stesso posto.

L'ultima tappa del percorso sulla devozione all'Arcangelo Michele è presso il Monte Carmelo, ad Haifa, in Israele. Per i Cristiani il Monastero Stella Maris è una tappa obbligata. All'interno della chiesa c'è la grotta nella quale, secondo la Bibbia, visse il profeta Elia nel IX sec. A.C.: qui sfidò e sconfisse un gruppo di profeti di Baal. Montagna, grotta, vicinanza dell'acqua… segni ricorrenti che si trovano in molti luoghi dedicati all'Arcangelo Michele. La prima fondazione del monastero risale all'epoca bizantina, quando divenne luogo di culto per l'Arcangelo Michele da parte di alcuni eremiti, già incluso nella liturgia Cristiano Ortodossa e venerato dai Longobardi in seguito alla loro conversione al Cattolicesimo avvenuta intorno al VII secolo. Nel XII secolo la struttura venne fortificata dai crociati per ospitare l'Ordine Carmelitano, qui fondato da eremiti guidati da San Broccardo e la cui regola fu approvata agli inizi del XIII secolo. Nel 1631, secoli dopo la sconfitta crociata del 1291, i Carmelitani fecero ritorno nel luogo in cui era nato l'ordine e costruirono un nuovo monastero nelle vicinanze ma nel 1768 si trasferirono nell'attuale collocazione. Tuttavia, a seguito della fallita campagna napoleonica del 1799 il monastero, che ospitava anche alcuni soldati francesi rifugiati, fu teatro di violenti scontri in cui venne distrutto e i suoi occupanti uccisi. L'edificio dell'attuale monastero fu ricostruito fra il 1823 e il 1828 da monaci italiani. Stella Maris è l'ultimo sito della linea sacra leggendaria dedicata all'Arcangelo San Michele. Durante l'epoca bizantina era qui giunto il culto di San Michele mescolato alla devozione per la Madonna.

Percorsi a piedi alcune centinaia di metri, si giunge ai piedi dell'imponente costruzione della Sacra. Il primo elemento (1) che si incontra nel percorso all'ingresso della Sacra è denominato "Sepolcro dei Monaci" della Sacra di San Michele: sono i resti di un antico tempietto. Viene così chiamato perché ritenuto una cappella cimiteriale, ma l'ipotesi ora accettata vede in questa cappella, a forma ottagonale, la riproduzione del Santo Sepolcro, quasi un anticipo ai pellegrini del Sepolcro di Gerusalemme. La costruzione risale al secolo X, ed era ancora intatta nel 1621, dedicata a Santo Stefano, ma iniziò a rovinare nel 1661, fino a diventare il rudere attuale.
Quando si arriva sotto l'abbazia, sulla sinistra si vede un lungo edificio merlato (2a), chiuso al pubblico: sono le foresterie della Sacra di San Michele. L'edificio della Foresteria Grande, utilizzata ora come sala conferenze, fu costruito verso la fine del sec. XI, quando l'ospitalità dei monaci era tale da richiedere un vero e proprio ospizio ai piedi del monastero. Durante il periodo medievale questo locale era la zona dell'hospitale destinata ai pellegrini e agli ospiti. L'attuale Foresteria è in gran parte una ricostruzione avvenuta tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, durante la quale venne posta anche la merlatura ghibellina, un grossolano errore in quanto l'abbazia essendo legata al papato avrebbe dovuto avere una merlatura guelfa. La Foresteria Piccola (2b) è sorta probabilmente come luogo di servizio, e ora è adibita a biglietteria e bookshop.

Al punto (3) siamo di fronte alla parte più imponente dell'abbazia. Il massiccio della facciata (41 metri di altezza) presenta colori diversi dovuti a pietre di diversa origine: il basamento è grigio per tutta la parete verticale, mentre in alto si vedono le curve verdognole della chiesa coronata dall'abside centrale e dalla galleria ad archetti (Loggia dei Viretti) che è fra i migliori esempi di logge absidali romaniche. I monaci benedettini intrapresero il lavoro di costruzione del basamento nella prima metà del XII secolo, per posizionare poi sopra la grande chiesa. Dal 24 settembre 2005, su uno spuntone di roccia, è collocata la statua di San Michele Arcangelo, un'opera di grandi proporzioni alta oltre 5 metri.
Allo Scalone dei Morti (4) si giunge dalla terrazza d'ingresso e dallo scalone, la cui edificazione pare risalire alla metà del XII secolo. Superati i primi scalini, si lascia a sinistra un pilastro di oltre 18 metri che sostiene il pavimento della sovrastante chiesa. A destra emerge uno spuntone di roccia che si perde nel muro di fronte. Nella nicchia centrale fino al 1936 erano custoditi alcuni scheletri di monaci, da cui il nome di Scalone dei Morti. Questo luogo fu un tempo sfruttato per la sepoltura di uomini illustri, abati e benemeriti del monastero. Alcune delle tombe che ospitava, erano ornate di marmi, altre intonacate e dipinte: di queste oggi ne rimangono solo cinque. Sulle pareti si notano ancora affreschi e simboli cristiani e un rilievo in un capitello che rappresenta un uomo circondato da un serpente, simbologia delle tentazioni del male.

Giunti alla sommità dello Scalone dei Morti, si esce dal buio e giunge la luce che illumina il Portale dello Zodiaco (1128-30), opera romanica scolpita dal Maestro Nicolao, famoso architetto-scultore piacentino. Viene chiamato in questo modo in quanto gli stipiti nella loro facciata rivolta verso lo scalone sono scolpiti a destra i dodici segni zodiacali e a sinistra le costellazioni australi e boreali. Storicamente notevole è la faccia centrale dello stipite destro sul quale, ai bordi di una scena di caccia alla lepre, stanno due versi scritti in latino e che terminano con la firma dell'autore. Di notevole pregio i capitelli simbolici: Caino e Abele, tre persone furibonde che si strappano i capelli a vicenda, le avventure di Sansone, due donne che allattano quattro serpenti, quattro falconi in cerchio, il leone furente, tre tritoni con busti umani cui si innestano code di pesce. Molto significative anche le basi delle colonne: tre leoni che si rincorrono e due grifoni che beccano una testa d'uomo.

Superato il Portale dello Zodiaco si affronta l'ultima rampa di salita alla chiesa (5): è una scala in pietra verde, sotto quattro imponenti contrafforti e archi rampanti progettati dall'architetto Alfredo D'Andrade e ultimati nel 1937. Questa zona era, a fine Ottocento, occupata da costruzioni e dunque il Portale dello Zodiaco non dava accesso a un terrazzo aperto, ma ad ambienti coperti attraverso i quali si giungeva alla chiesa. Furono demoliti tali ambienti e progettata la scalinata e gli archi rampanti, per far fronte al dissesto statico della parete sud della chiesa.
Il portale d'ingresso della Sacra di San Michele, di derivazione romanica in pietra grigia e verde che conduce in chiesa, è osservabile da uno spazioso ripiano. Fu costruito dagli architetti di Ugone nei primi anni del 1000. Elegante, a tutto sesto, dall'ampia strombatura, comunica un senso di accoglienza, di sicurezza, di calma. Gli archi fatti a spigolo e a cordoni sono sostenuti da semicolonnine a capitelli floreali. Viene sovrastato da un gocciolatoio che sulla destra termina con la testa di un monaco incappucciato, e a sinistra terminava con quella di un ragazzo. Le colonnine con archetti trilobati in stile gotico furono aggiunti tardivamente, e sono i resti del portico che proteggeva il portale. I battenti della porta in noce, eseguiti nel 1826, mostrano le armi di San Michele Arcangelo e il diavolo in forma di serpente ma con volto umano. In alto a sinistra del portale è incastrata una lapide funeraria romana di Surio Clemente che risale al I secolo d.c., a testimonianza della presenza su questo monte di una stazione romana.

Il Santuario romanico-gotico (6) venne realizzato e modificato nel corso di più secoli. Vi appaiono tre generi di architettura: romanico nella parte absidale, orientata verso il punto esatto in cui sorge il sole il giorno della festività di San Michele (29 settembre), nella prima arcata e relative finestre e colonne; romanico di transizione nelle due successive arcate con pilastri a fascio e archi acuti, e uno gotico di scuola piacentina nella decorazione del finestrone dell'abside centrale e nelle due finestre delle navate minori. L'inizio dei lavori di costruzione della chiesa si suppone che sia stato commissionato dall'abate Stefano (1148 e il 1170). Originariamente la chiesa doveva essere sormontata da volte a crociera analoghe alle attuali. Tali volte crollarono e, nel Seicento, furono sostituite nella navata centrale da una volta a botte, che esercitava una notevole spinta sui muri laterali. Per far fronte a questa minaccia, durante i restauri di fine Ottocento, fu demolita la volta a botte e sostituita con una triplice volta a crociera completata nel 1937. All’interno della chiesa sono presenti imponenti colonne, lesene e spigoli, il tutto coronato da oltre cento simbolici capitelli. Di interesse il primo pilastro a sinistra della navata centrale, sotto il quale affiora per 15 centimetri la cima del monte Pirchiriano, detto “culmine vertiginosamente santo”.
Le tre absidi si colorano di rosso per la presenza dei mattoni che le rivestono. In quella centrale si aprono ai lati due spaziose nicchie con una propria finestra romanica e sopra queste è presente una croce greca profondamente scavata nel muro. Ai lati del finestrone dell'abside vi sono quattro semicolonne sovrastate dalle figure dei quattro evangelisti con i loro simboli.

Il primitivo santuario di San Michele è composto da 3 sacelli absidali, ai quali si accede dalla navata centrale, presso il pilastro di destra, scendendo 12 antichi e logori scalini medievali. La cappella più vasta e con parete di fondo in viva roccia è un ampliamento delle altre due, ed è ora dedicata a San Giovanni Vincenzo. Le ipotesi circa le origini del primitivo santuario sono numerose, si intrecciano e restano tali, mentre le fonti mancano o sono insicure. Ma gli studiosi concordano nell'individuare qui la prima Sacra ed il momento storico originario del suo culto a Michele.

Al fondo della navata centrale della chiesa si apre un ambiente a pianta irregolare denominato “Coro Vecchio”. È quanto rimane della chiesa di Ugone, luogo in cui abbonda il materiale pittorico di fine Quattrocento e inizio Cinquecento. Oggi accoglie dieci dei sedici sarcofagi di pietra contenenti le salme dei principi di casa Savoia traslate dal Duomo di Torino nel 1836, quando re Carlo Alberto le consegnò in custodia, con l'intera abbazia, ai religiosi rosminiani.Il trittico di Defendente Ferrari (1520 circa) è il capolavoro più prezioso che possiede la Sacra. Prelevato dall'altare maggiore, è stato poi restaurato e posto nel Coro Vecchio. Nel centro domina, in piedi su un arco di luna, in una mandorla d'oro, circondata da 12 cherubini, una delicata Madonna che allatta il Bambino Gesù. I pannelli laterali rappresentano San Michele Arcangelo che sconfigge il demonio, San Giovanni Vincenzo, che presenta alla Vergine il committente dell'opera Urbano di Miolans, abate della Sacra dal 1503 al 1522.
Il grande affresco dell'Assunzione è il più grande affresco che si conserva alla Sacra, dipinto nel 1505 sulla parete sinistra di chi entra in chiesa, è un'opera di notevoli dimensioni eseguita in gran parte da Secondo del Bosco di Poirino. Il pittore seppe dividere lo spazio con ottimo criterio distribuendovi tre scene: la Sepoltura di Gesù, la dormizione di Maria, la Madonna Assunta. La scena migliore è quella di Gesù calato nel sepolcro, per l'espressivo dolore del viso, il movimento accentrato delle persone, la semplice freschezza dei colori.
Vi è poi un affresco che racconta la leggenda della fondazione della Sacra, forse della fine del 1600. Si trova sulla parete destra del Coro Vecchio ed è dipinto a linee rosse e bianche su sfondo giallastro e riassume la storia, mista a leggenda, della fondazione. In alto a destra sono raffigurati San Giovanni Vincenzo che taglia le travi per costruire una chiesetta a San Michele sul monte Caprasio, angeli e colombe che trasportano le travi dal monte Caprasio alla cima del Pirchiriano. In alto a sinistra il monastero di San Michele già costruito, avvolto da tre fiammate a significare l'angelica apparizione. Al centro il Vescovo di Torino Amizone che sale da Avigliana e trova la chiesa già consacrata dagli Angeli. In basso a sinistra il corteo di Ugo di Montboissier che da Susa si dirige verso il Pirchiriano per fondarvi il Monastero.
Sulla parte superiore del pilastro del Coro Vecchio è affrescata la deposizione di Gesù (1505-1510): le figure sono ispirate a quelle di Gesù sepolto del grande affresco. Nella parte inferiore la scena curiosa di due scheletri che parlano ad un gruppo di fedeli attraverso due cartigli, uno in latino, che invita alla pietà per i defunti e uno in francese arcaico che esorta i viventi a pregare per i trapassati e a ricordare il comune destino mortale.

Terminata la visita della basilica, vista la presenza dell'ascensore, mi risparmio tutti quei gradini in discesa e posso osservare le rovine della parte distrutta del monastero.La parte nord-ovest del monte, per una lunghezza di circa 50 metri, è occupata da imponenti ammassi di pietre, pilastri, muraglioni e archi: sono le cosiddette Rovine del Monastero Nuovo (7), edificato tra il XII e il XIV secolo in corrispondenza del momento di massima espansione della comunità monastica. Il grandioso edificio a 5 piani, a cui fu aggiunta, verso nord, una nuova costruzione terminante con la Torre della Bell'Alda, cadde in rovina a causa di sismi, guerre e abbandono. Questa zona è stata oggetto di interventi di restauro, conservazione e accessibilità negli anni 1999-2002.
La Torre della Bell'Alda è una torre a strapiombo sul precipizio del monte al termine del muraglione perimetrale delle Rovine e trae il suo nome dall'omonima protagonista della leggenda secondo la quale, Alda, fanciulla paesana, arriva alla Sacra per pregare contro i mali della guerra. La ragazza ha purtroppo la sventura di essere sorpresa dai soldati nemici e tenta così di sfuggire al loro assalto, ma non avendo altra via di scampo si getta nel burrone invocando l'aiuto di San Michele e della Vergine. Si salva e rimane illesa in fondo al precipizio. Purtroppo questo favore celeste viene da lei male usato: per vanità e denaro s'immagina di poter fare un secondo salto e agli increduli suoi compaesani si offre di ripetere il volo, ma trova orribile morte dove prima aveva trovato l'inatteso scampo. Lo storico Gallizia è il primo che nel 1699 parla della leggenda e pare che il fatto sia accaduto ai suoi tempi, quindi non leggenda ma storia vera?
L'Ottocento ha visto un interesse della Casa Savoia nei confronti della Sacra, individuata come luogo simbolico ma anche di valore diplomatico e politico. La riproduzione di antiche sale di Casa Savoia (8) all'interno dell'Abbazia sono il prodotto di tale attenzione e si riscontrano nella sistemazione di locali di soggiorno, ricevimento e rappresentanza con decori e arredi d'epoca, la Sala a righe e la Sala Carlo Alberto nel Monastero Vecchio, e nell'allestimento di un appartamento reale, con terrazzo panoramico poggiato sulle mura del Monastero Nuovo.
Nell'abbazia esisteva anche una vasta e ben fornita biblioteca abbaziale che, dopo la soppressione del 1622, scomparve e venne probabilmente dispersa in tutto il mondo. L'attuale biblioteca della Sacra (9) nasce solo nell'ottobre del 1836, con l'arrivo sul Monte Pirchiriano dei Padri Rosminiani. Fu lo stesso Rosmini a inviare una lettera da Stresa con l'elenco dei libri da acquistare. Inizialmente conteneva circa 300 tomi dei secoli XVII e XVIII e, con il tempo, vi si è accumulato un patrimonio importante di testi, fino ad arrivare al numero di circa 10.000 volumi tutti riordinati e schedati, secondo il sistema della Biblioteca Vaticana, dal paziente e costante lavoro di un gruppo di volontari.
Il Museo del quotidiano (9)della Sacra di San Michele è un locale posto al piano d'ingresso del Monastero vecchio, utilizzato in passato come legnaia e poi come ripostiglio. Oggi è la sede di un piccolo museo che accoglie oggetti d'epoca e strumenti di lavoro dimenticati e caduti in disuso, ora raccolti e utilizzati per ricreare degli ambienti di lavoro quali un laboratorio di falegnameria e l'officina di un fabbro.
Nel 1980, lo scrittore Umberto Eco si ispirò parzialmente a questa suggestiva abbazia benedettina, per ambientare il suo più celebre romanzo, Il nome della rosa. Inizialmente, fu anche proposto di girarvi le scene dell'omonimo film di Jean-Jacques Annaud del 1985, scelta poi scartata dai produttori cinematografici a causa degli elevati costi da sostenere. Da ricordare, anche il romanzo di Marcello Simoni del 2011, Il mercante di libri maledetti, qui parzialmente ambientato.

Terminata la visita alla Sacra ci rechiamo in uno dei due piccoli laghi, detti Laghi di Avigliana, di origine morenica chiamati Lago Piccolo e Lago Grande, dove pranziamo. La zona paludosa attorno ai laghi è andata a costituire il parco naturale dei Laghi di Avigliana fin dal 1980 ed ospita numerose specie di uccelli tra cui aironi cenerini, germani reali, gallinelle d'acqua.
Nel tardo pomeriggio visitiamo Avigliana, un comune di circa 12 mila abitanti, posto in un anfiteatro morenico compreso tra il Monte Pirchiriano e la collina di Rivoli, nella parte terminale della Val di Susa. È uno dei comuni più popolati ed economicamente importante di tutta la Val di Susa. Il comune viene attraversato dal fiume Dora Riparia. La città è un piccolo gioiello medievale posto attorno alla cinta delle Alpi e davanti al monte Musinè. Il primo toponimo è offerto proprio dalla stessa Avigliana che deriva la sua origine dal romano Avilius con chiaro riferimento a coloni del nord Italia spostati a ridosso delle Alpi dopo la creazione della colonia di Augusta Taurinorum. Le prime testimonianze di presenza umana nella zona risalgono al neolitico, epoca alla quale appartengono tracce di un centro palafitticolo rinvenute alla fine del XIX secolo nelle paludi nei pressi dei laghi. All'età della pietra e del bronzo risalgono alcune asce ed numerose coppelle utilizzate dai druidi celti per cerimonie sacrificali.
Al 595 a.C. si fa risalire la formazione di un centro abitato per opera di Belloveso, un condottiero celtico. Nel periodo romano (312) Avigliana assiste al passaggio delle legioni di Costantino provenienti dalle Gallie ed allo scontro con quelle di Massenzio nella piana di Rivoli. Al 574 risalgono le prime opere di fortificazione sul monte Pezzulano sul quale sorge tuttora il castello eretto per opera di Clefi, re dei Longobardi. Secondo alcune fonti lo scontro del 750 fra le truppe di Pipino il Breve, re dei Franchi, e Astolfo, re dei Longobardi, avviene nei pressi della città.
Negli anni successivi la storia di Avigliana dipende strettamente dalle vicende dell'Abbazia di Novalesa fondata dai monaci benedettini che costruiscono nel paese un ospedale destinato ai pellegrini provenienti dalla Francia dopo l'attraversamento delle Alpi. L'arrivo dei Saraceni porta alla distruzione durante le loro incursioni cominciate nell'VIII secolo di numerose opere benedettine. Le scorribande continuano fino alla metà del X secolo quando, raggiunto il culmine con la cattura dell'abate di Cluny al Colle del Gran San Bernardo, Arduino il Glabrione riceve l'incarico di allontanare i Saraceni. Sconfitti i nemici, si deve affrontare la ricostruzione della Val di Susa e del castello di Avigliana.
Una notevole importanza per il paese la riveste la figura della marchesa Adelaide, moglie di Oddone, conte di Moriana e capostipite dei Savoia. A lei si deve la costruzione nella metà dell'XI secolo del cosiddetto Borgo Nuovo nato per unire il castello con il preesistente Borgo Vecchio posto più in basso. Nel 1139 il castello può annoverare tra i suoi ospiti Amedeo III di Savoia il quale contribuisce alla sua fortificazione. La città di Avigliana non diviene feudo in quanto considerata proprietà diretta dei conti. La chiesa di San Pietro si trova nei pressi del centro e risale al secolo XI. Nel 1187 Enrico VI cinge d'assedio Avigliana e la conquista provocando gravi danni sia al castello che alla città, ma dopo breve tempo muoiono sia Federico Barbarossa, padre di Enrico VI, sia Umberto III, contendenti al trono. Tommaso I, successore di Umberto III, approfitta della nuova politica di Enrico VI per riconciliarsi con l'impero e ottenere i propri diritti su Avigliana per poi ricostruire il castello.
Avigliana nel 1350 viene dichiarata piazza franca da Amedeo VI detto il Conte Verde che esegue lavori di fortificazione del castello e delle sue mura, nel 1360 nasce da Amedeo VI e Bona di Borbone Amedeo VII detto il Conte Rosso che ripercorrerà le orme del padre divenendo una delle principali personalità di casa Savoia.
Nel 1659, dopo esser sempre stata considerata diretta dipendenza dei conti, Avigliana diventa un feudo assegnato a Carlo Emanuele Provana di Beinette, intanto la guerra contro i francesi continua con qualche breve tregua e il 28 maggio 1690 il generale Catinat bombarda il castello lasciando quanto è ancora visibile oggi. Nel 1702 il feudo cambia assegnatario passando nelle mani dei Carron di San Tommaso e continuano razzie e distruzioni: opera dei francesi, che si stanno preparando all'assedio di Torino, nel 1706, e delle truppe del principe Eugenio all'inseguimento dei francesi in fuga, il 19 settembre 1707.
Alfred Nobel, inventore della dinamite, costruì uno dei più grandi stabilimenti di produzione di dinamite in Italia ad Avigliana.

Avigliana possiede diverse costruzioni religiose, tra cui la Chiesa di San Pietro di architettura romanico-gotica, solo fotografata da lontano, e la Chiesa di San Giovanni, sita in piazza Conte Rosso, dove all'interno sono presenti numerose opere di Defendente Ferrari. La chiesa è stata più volte rimaneggiata ed è caratterizzata da un pregevole campanile del XIV secolo. Numerose sono anche le costruzioni di un certo pregio architettonico tra cui la Casaforte di Umberto III di Savoia, imponente dimora patrizia fortificata risalente al 1300 che domina il borgo vecchio cittadino, la Casa di Porta Ferrata, di epoca quattrocentesca e di cui si conserva la pregevole facciata scandita da archi e bifore, la Porta Ferronia, una delle antiche porte medievali superstiti di accesso al centro storico della città, la Torre Circolare della cinta muraria, la Torre dell'Orologio, dalla caratteristica forma ottagonale, il Pozzo di piazza Conte Rosso, situato nel centro della piazza, risalente al XIV secolo. Sul paese dominano le rovine del castello, distrutto nel XVII secolo, viene menzionato per la prima volta tra il 1058 e il 1061 in occasione della cronaca che illustra la costruzione del monastero di San Michele della Chiusa. A margine della narrazione che portarono alla fondazione tra il 983 ed il 987 del monastero del monte Pirchiriano, il cronista scrive che il marchese Arduino V risiedeva abitualmente nel castello di Avigliana che con certezza dovette svolgere una essenziale funzione strategica per il Marchesi durante la metà dell'XI secolo. Notevoli anche gli abbellimenti ai capitelli di diverse costruzioni medievali.