Dal Settecento a fine Ottocento

Nell'anno 1700 muore Carlo II, Re di Spagna, di Aragona e delle Due Sicilie, monarca anche del milanese e quindi di Novara; è l'ultimo della dinastia asburgica iniziata con Carlo V. Viene designato come successore Filippo di Borbone (nipote del re di Francia Luigi XIV) e ciò scatena una violenta guerra di successione per la corona spagnola, poichè l'Inghilterra, i Paesi Bassi e l'Austria vi si oppongono temendo l'unione di fatto tra Francia e Spagna.

L'eredità di Carlo II era enorme; comprendeva territori in Nord Africa, in America ed in Asia, Napoli e la Sicilia, il Ducato di Milano, lo Stato dei Presidi, il Marchesato di Finale, le Baleari, Gibilterra, i Paesi Bassi e la Sardegna. Dopo aver sconfitto i francesi a Torino, il Principe Eugenio di Savoia, capo delle milizie austriache e savoiarde, il 19 settembre 1706 mise sotto assedio Novara, presidiata da spagnoli e lombardi; dal colle di S. Nazzaro della Costa bombarda la città e sloggia gli spagnoli. Al termine di una lunga guerra durata quasi 12 anni con vicende alterne durante le quali l'Inghilterra conquisterà territori in America e la base di Gibilterra, con la pace di Utrecht del 1713, Filippo di Borbone sarà confermato Re di Spagna col titolo di Filippo V, ma lo stesso dovrà cedere tutti i titoli extraspagnoli.

Novara si trovò così in balia di questi avvenimenti passando dal guinzaglio spagnolo al cappio austriaco fino al 1738. Infatti il trattato di Utrecht assegnò il Ducato di Milano all'Austria, mentre al duca Vittorio Amedeo II di Savoia, che aveva combattuto i francesi e gli spagnoli assieme alle truppe imperiali comandate da Eugenio di Savoia, suo cuginio, venne assegnata la Sicilia, nonché Casale e tutto il Monferrato, parte della Lomellina e la Valsesia e Amedeo divenne il primo re della sua dinastia.

Il 16 giugno 1709, tre anni dopo l'assedio di Torino e la sconfitta francese da parte di Vittorio Amedeo II, avviene la visita pastorale del vescovo Giovanni Maria Visconti (1688-1713). La chiesetta di S.Maiolo si trova ancora in condizioni non ritenute adeguate tanto che il vescovo raccomanda significativi interventi sull'edificio e sugli arredi sacri. Il beneficio in quel momento è a favore dell'abate Giovan Battista Visconti, nipote del vescovo e abate dell'abbazia di S. Bartolomeo di Vallombrosa (che si trovava dietro il convento di S.Nazzaro ed era stata costruita tra il 1124 e il 1128): la contropartita era la celebrazione della messa domenicale. Tale obbligo doveva pesare molto all'abate tanto che nel 1728 decise di pagare un cappellano di Cameri perchè celebrasse messa a Veveri ogni domenica.

Da tempo, nel territorio veverese, si coltivava il riso e lungo i numerosi corsi d'acqua, rogge, cavi e fontane, era presente il gelso per l'allevamento dei bachi da seta i bigàt. L'agricoltura, divenuta più intensiva, spingeva all'accorpamento di alcune piccole proprietà, al livellamento del terreno, alla costruzione di camere risicole regolari, a numerosi e piccoli fossi e cavetti per distribuire l'acqua delle fontane e delle rogge, alla trasformazione ulteriore delle cascine, costituite da vasti cortili racchiusi sui quattro lati da edifici con varie funzioni o da muretti.

Com'era allora l'abitato di Veveri? Lo sappiamo da un documento del 1725 redatto dal parroco della Cattedrale Gaudenzio Martinelli. Il villaggio si stende lungo il corso della Roggia Mora, a breve distanza la chiesa di S. Maiolo. Vicino la "cassina grande" della famiglia Fizzotti, due cascine del nobile Gaudenzio Porta.

Si ingrandiscono agli inizi del settecento la cassina Fizzotti, meglio conosciuta come curt dal prèt (il cortile del prete), la curt granda (il cortile grande), la Malvirà, la curt dal bröl (il cortile del brolo) e la curt di spagnö (il cortile degli spagnoli). La costruzione di numerosi corsi d'acqua artificiali modificava l'assetto del territorio, trasformando l'ambiente naturale originario, ricco di zone paludose e boscaglie, nell'attuale paesaggio agricolo caratterizzato dalla presenza di rogge, di fontanili, molti dei quali oggi purtroppo abbandonati come la fontana "Sciocca", dal nome dell'antico proprietario Laurentius Sciochus. Veveri, nato dall'aggregazione di poche case coloniche e di cascinali, è circondato da cascine storiche che, pur non appartenendo al proprio territorio, hanno sempre avuto forti legami con la nostra gente: cascina Bollini, cascina Margattino, cascina Greffe, cascina Margatto, cascina s. Biagio e cascina Mirabella.
Le cascine s. Caterina, Roggia, Campana e Cantone fanno invece parte della realtà veverese come quelle modificate parzialmente, o scomparse, all'interno del centro abitato. Accanto alla chiesa vecchia è ancora visibile l'antica cascina Fizzotti, poi chiamata curt dal prét per la presenza della casa parrocchiale. L'accesso conserva grandi travi di legno a vista che sorreggono l'abitazione posta sopra il passo carraio. Il cortile interno si trova ad un livello più basso dell'attuale via Verbano che nei tempi passati era chiamata strada Colubrina. Lungo il suo asse maggiore, scorre la roggia Mora.
Poco oltre, sull'altro lato della Colubrina, si apriva un vasto cortile denominato curt granda. Quasi tutte le vecchie costruzioni sono state, sia pure in tempi diversi, ristrutturate e ben poco rimane delle antiche abitazioni. Il settore meno modificato è quello posto a sinistra, entrando nella corte dalla via Verbano, ormai in parte pericolante, dove si trova ancora un vecchio cassero usato come ripostiglio per legna da ardere.
Scendendo dalla piazza, sul lato destro, erano allineate diverse costruzioni agricole oggi in gran parte scomparse e sostituite da abitazioni civili. Solo nella cascina Buslacchi, a corte chiusa con il suo portone d'accesso, si conserva il vecchio porticato con stalla e con sovrastante fienile che però hanno cambiato uso. Scomparsa la "cassina con torre", documentata nella mappa teresiana del 1723: era formata da quattro corsi con altezze diverse, con un cassero in mattoni e tetti in coppi, e una stalla, demoliti nei primi anni cinquanta per far posto ad uno stabile lungo via Vignale e un condominio sul sito della stalla. Scomparsa la cascina a corte chiusa con grande portone d'accesso di Francesco Buslacchi che aveva sulla facciata una meridiana con fondo azzurro; scomparsa la grande "cassina Gorla", la probabile curtis medioevale, alla confluenza della via Vignale e della via Roggia Mora, sostituita da un complesso di anonime villette a schiera.
Tra queste due cascine, a sinistra, si apriva, e ancora esiste, una breve strada che allora si chiamava "crota" e che permetteva di accedere alla "cassina Tacchina" o cortile Brolo. Questo nome significa orto, verziere, zona recintata e piantata e richiama la vasta superficie da sempre dedicata agli orti. Da quel nome di origine celtica, poi latinizzata in brolus, ne deriva l'espressione dialettale la curt dal bröl.


cassina Fizzotti

curt granda

culumbaron

cassina Buslacchi

cassina Burlone

mappa Teresiana

cassina Santa Caterina

cassina Roggia

cassina Campana

cassina Campana

Modificata sensibilmente e trasformata in abitazione della famiglia Manica la vecchia cassina, prima di Carlo poi toccata al fratello Serafino Burlone, subito dopo, a destra, del sottopasso di via Roggia Mora; era formata da una cascina a corpo unico con accanto la stalla sovrastata dai fienili, il tutto cintato con cancello di entrata. Proseguendo, tra la via Vignale e il corso della roggia Mora, si trovava, e parzialmente si conserva, la "cassina Porta" a corpo unico con una nicchia e l'immagine della Madonna posta al primo piano.
Apparteneva, agli inizi del settecento, a Giuseppe, Antonio e Gaudenzio Della Porta. Negli anni quaranta gestiva l'azienda Emilio Callini detto al Calin, poi passò ad Angelo Tacchini. Tra questa e la cascina dei Burlone, si trovava la cascina di don Carlo Porta che possedeva altre costruzioni in paese.
Di seguito si incontra la "cassina santa Caterina", una corte con tre corpi e un cassero, con entrate separate e cintata su due lati, che nel catasto teresiano del 1723 è indicata come proprietà dei padri di s. Quirico e nell'ottocento in parte diverrà cascina Ramelli. Lungo il muro esterno che costeggia via Vignale si conserva ancora, sia pure degradata, una nicchia con un semplice affresco ottocentesco raffigurante la Madonna. A metà ottocento, Giuseppina, figlia di Gaudenzio Buslacchi, sposò Gaudenzio Ramella dal quale ebbe tre figli, Angelo, Luigi e Carlo. Quest’ultimo sposò Angiolina Ballarè: da loro discende Antonio Ramella, maritato a Maria Angela Leonardi, attuale proprietario della cascina.
In documenti risalenti al 1658 è descritta la cappella annessa al monastero delle Domenicane di S. Caterina. Questo monastero era sito là dove oggi vi è la cascina Roggia, in via Vignale, sulla sinistra della precedente, e sui muri esterni rivolti a nord si intuiscono ancora oggi gli affreschi del cinquecento.
Dopo aver lasciato la cascina Roggia, proseguendo lungo via Vignale, si incontra, sulla destra, la grande "cassina Campana", formata da successive aggregazioni con diversi accessi e nel complesso chiusa. La cascina Campana è documentata nella mappa teresiana del 1723 come una "cassina con corte da massaro", proprietario era il marchese Nazaro Ottaviano ed aveva la sua residenza la marchesa Matilda Visconti Nazaro la quale possedeva anche una cassina con forno e la cassina con torre.
Negli anni quaranta e nel dopoguerra, qui vivevano e lavoravano la terra Serafino Buslacchi, Giuseppe Andoardi (ortolano), Andrea e Angelo Gramone e, all'esterno della cascina Campana, Angelo e Giovanni Fanchini, anche loro ortolani. Lungo la strada vicinale delle Rosette e il percorso della fontana Sciocca, erano sorte alcune piccole cascine di Giuseppe Gramone, di Pietro Gramone, detto Pidron o semplicemente Pedar (che faceva l'agricoltore ma, nel periodo freddo, si prestava a macellare i maiali ottenendo salam dla duja, lardo e costine), poi viveva l'ortolano Comoli e Attilio Cama.

Poco avanti, già agli inizi del seicento, vi era la "cassina Cantone" che ha dato il nome a tutta la zona detta al Canton. Era allora chiamata "cassina del Tavola" ed era di proprietà dei Panazza, Gioanelli, Conti e Cama. Da diversi anni la cascina non esiste più avendo lasciato il posto a capannoni industriali e a costruzioni moderne che hanno più volte cambiato destinazione sino alla più recente grande struttura socio-sanitaria. La strada delle Rosette, che ha conservato il guado attraverso la roggia Mora, deve il suo nome attuale ad una certa Rosa Govone, rimasta orfana ma, col tempo, divenuta benestante, che si occupò delle giovani orfanelle fondando a Mondovì, nel 1742, l'istituto delle Rosine. Nel novembre 1766 fondò un medesimo istituto a Novara che, dal 1784 al 1824, ebbe sede nel sobborgo di s. Andrea proprio lungo la via che oggi è via delle Rosette.

Il richiamo al forno di proprietà della marchesa Matilda Visconti Nazaro, rafforzato dal toponimo "strà dal furnu", fornisce una prima informazione sui luoghi dove certamente da molto tempo gli abitanti di Veveri potevano acquistare generi alimentari che le singole famiglie, pur avendo un orto e a volte un pollaio, non erano in grado di produrre singolarmente, come pane, sale, salumi e formaggi, latte e condimenti come il lardo. Possiamo desumere che ci fossero almeno una o due osterie lungo la via principale che attraversava il piccolo borgo. Una era accanto al ponte sulla roggia Mora dove la ritroveremo sino alla fine degli anni cinquanta. Quando furono disegnate la cartografia teresiana del 1723 e la “Mappa del borgo di s. Andrea, Corpi Santi di Novara”, di qualche anno successivo, il villaggio si stendeva lungo il corso della roggia Mora; a breve distanza dal ponte a scavalco della roggia vi era la cappella di s. Maiolo.

A Vittorio Amedeo II nel 1730 succedette il figlio Carlo Emanuele III (1730-1773). Nel febbraio 1733, alla morte del il re di Polonia, scoppiò l'ennesima guerra di successione e il Re sabaudo si schierò con i francesi contro Vienna poichè gli era stata promessa la Lombardia in cambio della Savoia, meno ricca. Fu così che alla fine di ottobre il Re di Sardegna aprì le ostilità, conquistò Vigevano, Cremona e Milano senza troppi combattimenti.

Carlo Emanuele III, generalissimo dell'esercito franco-piemontese, riportò nuove vittorie presso Parma, in una località chiamata Crocetta, e a Guastalla, ma la Pace di Vienna del 1738 impose di abbandonare Milano e la Lombardia e come indennizzo furono concessi al Re Carlo Emanuele le Langhe, il Tortonese e Novara, già assediata nel 1734.


Filippo V di Spagna

L'assedio di Novara
di Carlo Emanuele III

Carlo Emanuele III

Battaglia dell'Assietta

Insoddisfatto del risultato ottenuto, appena gli fu possibile, cambiò fronte e, nella guerra di successione austriaca (1741–48), si schierò dalla parte dell’Impero contro gli ex alleati franco-spagnoli. Il 13 settembre 1743 fu concluso a Worms un trattato che suggellava l'alleanza antifrancese dei Savoia con Maria Teresa d'Austria e l'Inghilterra. Il Piemonte subì l'invasione francese e nel 1747 si trovò vicino al collasso.

L'esercito francese attaccò da quattro direttrici: in val Varaita, ove fu respinto; a Cuneo, assediata e valorosamente difesa dall'austriaco Barone von Leutrum (affettuosamente chiamato Baron Litron) che già si era distinto nella Battaglia di Camposanto contro gli spagnoli nel 1743; ad Alessandria, che resistette, e in Val di Susa dove i francesi inviarono un'armata di 50 battaglioni di fanteria, 15 di cavalleria e molti cannoni, divisa in due squadroni che si apprestarono ad avanzare uno verso il Moncenisio, scendendo poi verso Exilles, l'altro verso Fenestrelle passando dall'Assietta, un pianoro posto a oltre 2500 m., sullo spartiacque fra la valle di Susa e quella del Chisone.

Carlo Emanuele fece presidiare l'Assietta da 13 battaglioni di fanteria, in gran parte formati da piemontesi con mercenari svizzeri, altri ricevuti in aiuto dagli alleati, e gruppi organizzati di combattenti valdesi. I francesi attaccarono con 32 battaglioni. I comandanti piemontesi suggerirono di lasciare il pianoro, ma il comandante del Primo Reggimento Guardie, Conte di San Sebastiano, al grido di nöiautri i bögiöma nen! tenne la posizione e respinse tutti gli attacchi francesi che lasciarono sul campo 5.000 morti e il loro comandante.

La Francia abbandonò la spedizione e nel 1748, con la pace di Aquisgrana, il Piemonte riottenne le sottratte province di Nizza e Savoia e acquisì il territorio del vigevanese, il vogherese, l'Oltrepò pavese, i territori intorno al Lago Maggiore e al Ticino, raggiungendo l'estensione geografica che manterrà fino al 1859.

Il Vescovo Marco Aurelio Balbis Bertone (1757-1789) nel 1765, 56 anni dopo il Vescovo Visconti, visita l'oratorio dei Ss. Gaudenzio e Maiolo ormai insufficiente per le 300 anime. La descrizione è migliore delle precedenti: per la prima volta si parla di un coro dietro l'altare usato come sacrestia, la presenza di una tavola raffigurante i santi Gaudenzio e Maiolo, una tela con la Beata Vergine e S. Agata sopra un piccolo altare laterale e all'esterno una piccola torre con una campanella. I benefici della chiesetta sono tali che ricevono soldi ben tre preti: don Chachiardi di Torino, don Carlo Enrici, vicario generale, don Pacifico Procco di Cerano.

Il Procco era il cappellano di S. Maiolo, con l'onere della celebrazione della messa e di insegnare la dottrina, benedire il cielo durante i temporali (compito questo eseguito ancora da don Pietro negli anni Cinquanta) e assistere i moribondi. A lui era data una casa con orto in Veveri con obbligo di insegnare gratuitamente a leggere e scrivere ai bambini del paese ogni giorno dell'anno.

Era stato scelto dai proprietari terrieri veveresi domenica 22 agosto 1741. Davanti al sagrato della chiesa erano convenuti per la scelta 45 persone appartenenti alle famiglie Agosta, Fizzotti, Tacchini, Buslacchi, Prestinari, Gramone, Cama, Gallina, Burlone, Laudano e Bombardo e l'assemblea era presieduta dal nobile Carlo Della Porta, delegato del podestà di Novara.

Unico candidato era proprio stato il chierico Procco. Ogni proprietario si impegnava a versare uno stipendio annuo calcolato in base al proprio reddito, così sappiamo che vi erano 8 massari (fittabili di una masseria o fattoria o casa contadina, che affittano un manso cioè una porzione di terreno pari a circa 9,5 ettari, con 4 buoi per lavorarlo), 9 "mezzi massari" (che hanno meno terra e quindi meno bestiame), 26 affittuari e due vedove proprietarie.

Durante il dominio dei Savoia, i territori novaresi furono soggetti ad una radicale riforma amministrativa ed istituzionale. Carlo Emanuele III e il successore, Vittorio Amedeo III di Savoia (1773-1796), intrapresero la sistemazione della città: furono prosciugate zone dove ristagnavano acque mefitiche, incanalate le acque di scolo, sitemati gli spazi attorno al castello e costruiti viali con piantata di olmi; fu edificato un teatro (dove ora vi è la posta centrale). Nel campo della gestione del territorio, venne attivato nel 1776 il catasto che era stato iniziato quando Novara era inglobata nel ducato di Milano. Quello che viene chiamato Catasto Teresiano venne iniziato nel 1718 e fu portato a termine nel 1760 dall'imperatrice Maria Teresa.

Il catasto Teresiano costituì una rilevante innovazione anche dal punto di vista tecnico, trattandosi di un catasto geometrico particellare, con l'esatta misurazione e raffigurazione su mappe non della proprietà complessiva, ma di ogni singola particella. Per ognuna di esse erano indicati il proprietario, la destinazione colturale, la stima; su questa base sarebbe stato stabilito l'imponibile di ogni contribuente.


Il paesaggio
agrario nel 1725

Novara entro il
Regno sabaudo

I cassinati
di Veveri
nel 1822

Regno di Carlo Alberto
nel 1844

Vittorio Amedeo III, alleatosi con l'Austria, per contrastare l'avanzata delle idee rivoluzionarie francesi, affidò l'esercito a capi incompetenti. Cercando di sfruttare i fermenti contro-rivoluzionari di Tolone, Lione e Marsiglia, il re decise di marciare in Savoia e Nizza per congiungersi con gli insorti di quelle città: la divisione delle armate, già di scarsa qualità, fu la causa della disfatta. Ceduti i territori del novarese all'Austria ed uscito dalla guerra, Vittorio Amedeo III vide sorgere in Piemonte club giacobini analoghi a quelli francesi, verso i quali provava profonda avversione.

Il 22 febbraio 1793,don Cazzamini, parroco di S. Andrea, in una relazione inviata alla curia sullo stato della parrocchia, scriveva che a S. Maiolo la domenica si celebrava messa per 400 anime, che il beneficio era passato al seminario vescovile, che dal 1702, grazie al lascito Cogliati, vi era una casa in Veveri per il cappellano che doveva in cambio garantire l'istruzione elementare ai ragazzi del borgo. Purtroppo il cappellano Antonio Custor di Pombia da sei anni a Veveri non rispettava i dettami del lascito, molte volte era ubriaco, rissoso e non rispettava gli orari delle funzioni perciò era in contrasto con la popolazione. Era stato "multato" e le messe erano celebrate dal cappellano corale del duomo Vincenzo Poggio.

La richiesta di un nuovo cappellano più degno sarà esaudita solo nel 1804 con il cappellano Trovati, dopo le vicende drammatiche dovute all'arrivo dell'esercito napoleonico e dai venti della Rivoluzione Francese che provocò la soppressione degli ordini religiosi e l'incameramento dei beni ecclesiastici.

Il 15 aprile 1796 Napoleone, all'inizio della prima Campagna d'Italia, sconfisse i Piemontesi ed il 23 aprile entrava in Cherasco. Napoleone impose dure condizioni per l'armistizio che Vittorio Amedeo, dopo la pesante sconfitta, dovette firmare il 28 aprile. L'armistizio implicava la cessione temporanea delle fortezze di Cuneo, Ceva, Alessandria e Tortona, la cessione definitiva alla Francia della Savoia, di Nizza, Breglio e Tenda e un cospicuo contributo in denaro. Vittorio Amedeo III, colpito da apoplessia, morì settantenne nel castello di Moncalieri il 16 ottobre 1796.


Inizia la Rivoluzione francese

Napoleone durante la campagna d'Italia

Napoleone imperatore

Nei primi anni dell'Ottocento, le imprese militari di Napoleone Bonaparte sconvolsero la storia europea: anche il territorio novarese conobbe una breve parentesi di dominio napoleonico, che sembrò aprire una nuova era, con la creazione di nuove istituzioni quando fu istiutito il Dipartimento dell'Agogna. Il Vercellese fu annesso alla Francia e venne costituito il Dipartimento della Sesia (1801), e il fiume segnò fino al 1814 il confine tra la Francia e il regno italico. A Milano venne ricostituita la Repubblica Cisalpina che verrà sostituita dalla Repubblica Italiana (1802-1805).

Il 18 maggio 1804 il Senato proclamò Napoleone imperatore dei francesi. Il 2 dicembre dello stesso anno, nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi, fu celebrata la cerimonia di incoronazione. Successivamente, il 26 maggio 1805 nel Duomo di Milano, Napoleone fu incoronato Re d'Italia con la Corona Ferrea. Dopo numerose battaglie vinte contro gli eserciti delle varie coalizioni, fu sconfitto prima nel 1814, poi definitivamente a Waterloo il 15 luglio 1815 e terminò i suoi giorni a Sant'Elena.

A Vittorio Amedeo III subentrarono l'uno dopo l'altro i figli Carlo Emanuele IV (1796-1802), privato di tutti i possessi del Piemonte e Vittorio Emanuele I (1802-1821), che nel 1814 riebbe i suoi possedimenti, compresa Novara. Nel 1818, con decreto regio, Vittorio Emanuele I riforma le suddivisioni amministrative del regno: Novara diviene centro di una Divisione comprendente sei Province, Novara, Lomellina, Ossola, Pallanza, Valsesia e Vercelli.

Dopo gli eventi della Rivoluzione francese, le idee liberali si andavano diffondendo, sia pure in strati di popolazione molto piccoli rappresentati da uomini di cultura, giovani, militari, borghesi ed anche artigiani, riuniti in società segrete come la Carboneria, la più importante e diffusa, così detta, perchè i suoi affiliati utilizzavano i simboli ed i rituali della professione dei carbonai. Il malcontento scoppiò nel 1820, quando giunsero in Italia le notizie del gennaio del 1820: reparti dell'esercito spagnolo mobilitati per andare a sedare alcune sollevazioni popolari nelle colonie americane, si ammutinarono nel porto di Cadice durante le fasi di imbarco. Questi reparti, seguiti poco dopo da numerosi altri, si opposero al regime di Ferdinando VII: il re si vide costretto a reintrodurre la Costituzione e a concedere ai rivoltosi una camera elettiva. Gli avvenimenti spagnoli segnarono l'avvio di una serie di ribellioni in tutta l'area del Mediterraneo e la Carboneria mobilitò i suoi soci affinchè sobillassero le popolazioni.

Nel luglio 1820 un reggimento al comando del generale Guglielmo Pepe diede il segnale della rivolta, che trionfò rapidamente nel Napoletano. Re Ferdinando fu costretto a proclamare una Costituzione democratico-borghese simile a quella spagnola. Ma i dirigenti della rivoluzione napoletana, essendo borghesi, non capivano le necessità dei contadini. Gli insorti non ebbero il coraggio di distruggere il latifondo, sottraendo così i contadini alle influenze del clero e della nobiltà terriera, così Ferdinando I si appellò alla Santa Alleanza, e nel febbraio 1821 l'esercito austriaco del Metternich ristabilì l'ordine. Questo evento non fu sufficiente a calmare le speranze dei liberali lombardi e piemontesi che, con il sostegno della Carboneria stavano progettando la cacciata degli austriaci dal suolo italico. I piani sovversivi dei lombardi vennero però scoperti ed i carbonari Silvio Pellico e Pietro Maroncelli vennero catturati e condannati da un tribunale militare al carcere duro da scontare nella fortezza dello Spielberg.

Mentre il regno Napoletano era occupato dalle truppe d'invasione, scoppia nel marzo 1821 la rivoluzione in Piemonte, anch'essa guidata da esponenti della nobiltà liberale, dalla borghesia e da ufficiali membri della Carboneria. La rivolta iniziò con l'ammutinamento della guarnigione di Alessandria nella notte tra il 9 e il 10 marzo 1821 e con il tentativo di occupare la città di Novara da parte del colonnello di S. Marzano. Il 12 la rivolta raggiunse Torino ma la risposta di Vittorio Emanuele I sconvolse i piani degli insorti, guidati da Santorre di Santarosa: il sovrano abdicò a favore del fratello Carlo Felice (1821-1831), temporaneamente assente, e nominò reggente Carlo Alberto, da tempo in contatto con le società segrete, il quale concesse una Costituzione simile a quella spagnola. Richiamato all'ordine dallo zio Carlo Felice, Carlo Alberto assunse il comando delle truppe piemontesi fedeli al re sconfiggendo a Novara i volontari liberali comandati da Santorre di Santarosa, l'8 aprile, con l'appoggio di truppe austriache.

Dopo il 1815 la Chiesa aveva recuperato in parte i beni persi. Vescovo di Novara era allora il cardinale Morozzo (1817-1842) che con un suo decreto del 10 ottobre 1818 al beneficio di S. Maiolo aggiunse un altro beneficio nominato S. Silvestro abate mentre nel 1806 era stato aggiunto anche il beneficio di S. Eusebio: grazie alle nuove entrate si aggiunsero una nuova cappella laterale (nel 1805), una sacrestia, sull'altro lato, raccordata alla casa del cappellano che fu restaurata. L'anno dopo, nel 1819, era cappellano a Veveri G.D. Vanzina, il cardinale Morozzo fece una visita pastorale, descrivendo i cambiamenti operati e annotando che la messa veniva ormai celebrata ogni giorno, veniva insegnata la dottrina cristiana e amministrati i sacramenti. L'amministratore dei beni di S. Maiolo era un certo Francesco Tacchini e parroco di S. Andrea era Giuseppe Tarantola.

Il 23 marzo 1822 il cappellano Giovan Battista Tadini e il parroco di S. Andrea firmarono una convenzione scritta dall'incaricato del vescovo, canonico G. A. Cazzamini, per porre fine ai continui dissapori tra la comunità veverese e la parrocchia sulla spartizione delle elemosine, sulla fornitura delle suppellettili, sulla gestione della casa del cappellano e sulla manutenzione della chiesa. I veveresi ottennero di eleggere il tesoriere dei beni e di esporre il Ss. Sacramento in determinate feste.

Il documento riporta altre notizie: la domenica successiva alla festa di S. Maiolo si celebrava messa cantata e si teneva una processione con benedizione delle campagne, presente il parroco di S. Andrea. Se la benedizione si faceva anche la sera di S. Maiolo, allora il compenso era di 3+3 lire nuove e 1 lira per il cappellano.

Il 1822 è l'anno della mappa Tettoni che riporta i “Cassinati del Sobborgo di s. Andrea, Veveri e Vignale” con i nomi dei proprietari del tempo: nel territorio propriamente veverese sulla mappa appaiono oltre venti cassine. Veveri ha raggiunto la dimensione territoriale del futuro paese.Il numero delle cassine rimase abbastanza stabile tra il seicento e la prima metà dell'ottocento e lo prova il confronto tra le carte teresiane e la carta redatta dal Tettoni: entrambe però riportano solo le costruzioni e le proprietà che davano origine ad un prelievo fiscale. Da queste carte sono quindi assenti molte piccole abitazioni dove abitavano le persone dedite al lavoro nei campi sotto padrone, i salariati e gli stagionali; un esempio per tutti la curt di spagnö che con il proprio toponimo indica una origine antica, risalente all'epoca spagnola, un vasto cortile dove, però non abitava nessun proprietario terriero e non vi erano cascine, solo povere abitazioni, piccole stalle, casseri e stabioli, perciò non compariva nelle carte. Queste abitazioni furono censite solo negli anni più vicini a noi come riportano le catastali di fine ottocento.


Ciò che nel tempo è cambiata è il titolo di proprietà delle cascine: all'inizio del settecento, il 38% era di proprietà nobiliare e il 23% era di proprietà della Chiesa; agli inizi dell'ottocento la nobiltà era scesa al 23% e la Chiesa al 8% ed emergevano come proprietari nomi come Tacchini, Agosta, Burlone, Buslacchi, Fizzotti, Gramone e Cama. Nel 1895 erano censite 68 proprietà immobiliari diverse, poche in mano a nobiltà e clero.
Allora erano diversi anche i nomi delle strade: la via Vignale si chiamava strada vicinale s. Caterina, la via Verbano era la strada Colubrina, poi alla fine dell'ottocento strada Genova-Svizzera, la via Roggia Mora dal sottopasso all'asilo era denominata strada vicinale della Vela che diveniva, dopo la roggia Mora, strada vicinale del Forno.

L'anno successivo, 1823, si inizia a pensare all'allargamento della chiesetta: si chiede una perizia per i lavori, si iniziano le pratiche per i restauri improrogabili, lavori che durarono parecchi anni durante la reggenza dei cappellani Giovanni Colli, P. Canziani e Giovanni B. Mainardi e che dovrebbero essere stati ultimati nel 1847. Nel 1840, proprio don Mainardi era presente alla firma di un documento sui beni legati alla chiesa di S. Maiolo in una sala dell'amministrazione dell'Ospedale Maggiore che aveva preso in affitto (detto anche livello, cioè un contratto di concessione agraria di un terreno per un determinato tempo, nel nostro caso 29 anni, a determinate condizioni, nel nostro caso 111,29 lire nuove piemontesi annue) dei terreni facenti parte del beneficio di S. Silvestro (in Cameriano) unito a quello di S. Maiolo dal card. Morozzo.

Dopo la morte di Carlo Felice la successione al trono passò alla linea laterale più prossima e cioè a quella dei Carignano rappresentata da Carlo Alberto. Il 18 luglio 1844 Carlo Alberto, ad imitazione di quanto avveniva in altri stati, emanò le Regie Patenti per la costruzione simultanea "di una strada a rotaie di ferro da Genova a Torino per Alessandria e la valle del Tanaro con diramazione verso la Lomellina, donde a Novara e Lago Maggiore".

La popolazione di Novara che alla fine della dominazione spagnola contava 9.000 abitanti, nel 1741 ne aveva 10.000, nel 1843 18.524 abitanti (Oleggio ne aveva allora 7.420 e Borgomanero 7.095), nel 1858 ne contava 22.000, 23.000 nel 1861, 24.000 dieci anni dopo e 33.000 nel 1881. Nel frattempo, dopo la repressione del 1821, il 4 marzo del 1848 Carlo Alberto emanò lo statuto (Statuto Albertino) che rimase in vigore in tutta Italia fino all'emanazione della nuova costituzione repubblicana del 1948. In quella stessa data fu adottato come bandiera il tricolore italiano che salvo l'eliminazione dello scudo sabaudo resta la bandiera dello stato italiano.

Il 24 marzo 1848 dichiarava guerra all'Austria per prestare soccorso ai milanesi insorti durante le Cinque giornate di Milano (dal 18 al 22 marzo del 1848). Successivamente proclamò un plebiscito, per l'annessione delle terre lombarde al Regno di Sardegna, che lo avrebbe elevato per qualche tempo anche a signore di Milano, ma che gli avrebbe anche fatto perdere giorni preziosi per l'avanzata dell'esercito che si arrestò dinanzi alle fortezze del Quadrilatero.

Questa guerra sarebbe passata alla storia con il nome di Prima guerra d'Indipendenza. Dopo una prima fase di vittorie e la conquista delle piazzeforti di Pastrengo, Peschiera e Goito, la crescente ostilità del Papa e degli altri monarchi italiani contribuirono alla disfatta dell'esercito piemontese che venne sconfitto a Custoza il 25 luglio 1848. Il 5 agosto Carlo Alberto abbandonò Milano e la Lombardia e il 9 agosto firmò l'armistizio di Salasco. Un anno più tardi Carlo Alberto riprese le ostilità ma l'esercito piemontese fu sconfitto a Novara il 23 marzo. La sera stessa, Carlo Alberto abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele, re di Sardegna dal 1849 fino al 1861 e da quell'anno primo re d'Italia unita.

Camillo Benso conte di Cavour entrò a far parte del governo D'Azeglio il 15 aprile del 1851, come ministro dell'Agricoltura, del Commercio e della Marina; il 19 aprile dello stesso anno completò il suo controllo della vita economica del Paese con l'aggiunta alle sue competenze del dicastero delle Finanze. Nel novembre del 1852 diede vita al cosiddetto "connubio": una forma di coalizione programmatica tra le componenti liberali più moderate della destra e della sinistra piemontese con a capo Urbano Rattazzi, che lo portò nel novembre dello stesso anno 1852 a diventare Presidente del Consiglio dei Ministri.

Il 6 luglio 1854, a coronamento di un programma voluto da Cavour e realizzato da Pietro Paleocap, proveniente da Alessandria, entrava nella nuova stazione ferroviaria di Novara la prima sbuffante locomotiva seguita da due vagoni, tra il tripudio delle persone lì convenute. Il Municipio aveva preparato grandiosi festeggiamenti durati due giorni e il poeta Regaldi aveva composto per l'occasione un inno a Novara. Questa opera faceva parte del programma di ammodernamento delle vie di comunicazione volute da Cavour e l'arrivo del treno a Novara era parte della linea ferroviaria Genova-Torino via Alessandria, con la costruzione della galleria dei Giovi e con la diramazione Alessandria-Novara.

L'azione di governo di Cavour si mosse su due direttive principali: la laicizzazione dello stato e l'ammodernamento delle strutture economiche e produttive del regno. Egli operò una serie di profondi rinnovamenti nel sistema agricolo: ordinò la costruzione di alcuni canali idrici nella zona di Novara, per fornire acqua alle coltivazioni di riso, e mise in pratica i progetti che aveva appreso viaggiando in Francia, Inghilterra e Belgio (e che aveva già sperimentato nelle sue proprietà). Con il Regio Decreto n° 3702 del 23 ottobre 1859 ("Decreto Rattazzi"), fu istituita la provincia di Novara, che comprendeva all'epoca anche le attuali province di Vercelli, di Biella e del Verbano-Cusio-Ossola.

Nel 1859 il programma ferroviario di Cavour nel piccolo Piemonte contava già su 708 Km. di linee rispetto ai 1.472 Km. presenti nei vari stati italiani dell'epoca. Voleva dire che il solo Piemonte possedeva la metà della rete ferroviaria italiana. La spesa annua di esercizio della linea Alessandria-Novara era allora di Lire 2.497.940. Appena due mesi dopo la proclamazione del nuovo regno d'Italia Cavour morì il 6 giugno 1861.

Mentre a Novara succedevano questi importanti avvenimenti, nel 1849 don G. Fornara, parroco di S. Andrea, inviava al vescovo Giacomo F. Gentile (1843-1875) una relazione sullo stato della parrocchia in previsione di una visita pastorale che, data la situazione politica, si terrà solo nel 1859. Don Fornara, pur dicendo che la chiesa di Veveri era piccola per la popolazione, diceva anche che l'altare era stato rifatto in marmo (ed è quello ancora esistente) ed era sormontato da un dipinto con raffigurati S. Vincenzo e altri santi, che il giorno dell'Ascensione si faceva una processione dalla chiesa di S. Andrea sino alla chiesetta di S. Maiolo, benedicendo la campagna e portando la reliquia della Santa Croce.

I primi riconoscimenti alla indipendenza della chiesa di Veveri avvennero nel 1852, con la concessione della benedizione con il SS. Sacramento, nel 1863 con la presentazione del progetto di indipendenza da S.Andrea, nel 1866 quando l'avvocato Ramati, a nome dei 600 veveresi, inviò al vescovo di Novara Gentile una petizione per chiedere la trasformazione della cappella di S. Maiolo in chiesa sacramentale, il tutto a spese dei terrieri di Veveri.

Nel 1867 il vescovo concesse tale trasformazione e dette la possibilità di presentare, rappresentanti dei terrieri e parroco di S. Andrea, una terna di nomi tra cui il vescovo avrebbe scelto il cappellano-coadiutore della chiesa di Veveri. Così, ottenuta l'autonomia, i maggiori terrieri di Veveri si tassarono per ampliare e restaurare la chiesa, lavori che si protrassero tra il 1874 e il 1887, durante la reggenza di don Mainardi e don Francesco Frattini (dal 1878 al 1887). Anche il campanile ebbe nel 1871 la prima campana, nel 1876 la seconda, e nel 1877 un orologio. La chiesa misurava allora 18 metri di lunghezza e 6,5 metri di larghezza. Dopo lunghe liti, Veveri ottenne finalmente, nel 1886, anche la possibilità di celebrare i funerali, prima spettanti solo alla chiesa di S. Andrea.


23 marzo 1849
schieramento della
battaglia della Bicocca

Carlo Alberto
abdica
a Novara

1849: l'armistizio
di Vignale

1859: nasce la
Provincia di
Novara
allargata

Novara nel
1891

Il territorio nel
1910

Dalla fine del settecento ai primi dell’ottocento avvenne una lenta ma significativa rivoluzione in campo agricolo, favorita dagli investimenti di capitali in beni fondiari per ricavarne una rendita, spesso in prodotti, attraverso l'istituzione della mezzadria e poi dell'affittanza. Le coltivazioni si estendevano, riducendo i boschi alle sole fasce di rispetto lungo i fiumi e i torrenti. Si diffondevano le colture foraggiere per alimentare gli allevamenti di bovini, si coltivavano il mais, il riso, il lino, la canapa, lungo i corsi d’acqua si piantavano i gelsi dando un forte impulso all'allevamento del baco da seta e alle filande che sfruttavano le acque dei fiumi e delle rogge. La vite, che si era prima diffusa anche in pianura, incominciò a trasferirsi sugli apparati collinari morenici più a nord. Nonostante le molte iniziative prese nei secoli precedenti, a metà dell'ottocento la pianura novarese si trovava ancora scarsamente irrigata. Per tale motivo e per aumentare le rese, i coltivatori chiesero al governo la costruzione di un canale di irrigazione capace di portare sufficienti acque nel novarese prelevandole dal Po. Un primo disegno fu elaborato da Francesco Rossi e, nel 1852, il conte di Cavour, divenuto presidente del consiglio, dette incarico all'ing. Carlo Noè di preparare la progettazione definitiva.
Gli eventi politici degli anni successivi e soprattutto la morte di Cavour (1861) bloccarono i lavori per alcuni anni fino al 1863 quando, per impulso del ministro Quintino Sella, già presidente della provincia di Novara, si giunse nel 1863 alla posa della "pietra fondamentale" all'imbocco del costruendo canale; i lavori furono affidati ad una società di capitali inglese ed eseguiti da manovalanza contadina usando pale e carriole. Al canale fu dato il nome di Cavour. Il 12 aprile 1866, a meno di tre anni dall'avvio dei lavori, il canale fu realizzato. Lungo 86 chilometri, venne allora considerato il più grande canale d'irrigazione in Italia ed è un'opera che da sempre ha destato meraviglia, per la rapidità di costruzione, per la perfezione costruttiva ottenuta impiegando solo mattoni e pietre, per 101 ponti, 210 sifoni e 62 ponti-canale utili a superare ed attraversare strade e corsi d'acqua.






La zona della centrale di Veveri divenne poi un nodo di canali unico in Italia, dove arriva imponente il Cavour che ricevere le acque del Verbano attraverso il versatore del canale Regina Elena e, dopo l'incrocio con la statale del Sempione, origina il diramatore Quintino Sella che, a breve distanza, vede correre parallelamente il Cavetto di Veveri e poco dopo il torrente Terdoppio. Dopo un chilometro, a sud, i tre corsi d'acqua, Sella, Cavetto e Terdoppio, incrociano, e l'ultimo intercetta, la roggia Mora. Il diramatore Quintino Sella, l'altro grande canale che circonda il territorio veverese, venne costruito tra il 1870 e il 1874 e fu utilizzato fin dalla sua costruzione, oltre che per scopi irrigui anche per la produzione di energia idroelettrica mediante diverse centraline, alcune delle quali risalgono a diversi decenni fa.
Per un approfondimento vedi la parte relativa ai canali in Rogge e canali.

La mappa del comune di Novara, detta “Rabbini”, del 1886, è la prima vera mappa catastale del nostro territorio: riporta tutte le proprietà fondiarie, tute le costruzioni, cascine e cortili con le singole abitazioni, e compaiono per la prima volta nella loro completezza la curt dal bröl, la curt di spagnö, la curt dal prét e la curt granda; mostra con precisione il tracciato della roggia Mora, riporta la fontana di Veveri, la fontana della Valle, ormai scomparsa lungo il tracciato della Colubrina, la fontana Bini, la fontana della Porta, il percorso del Terdoppio. Quello rappresentato era un paese essenzialmente abitato da contadini, alcuni proprietari, altri affittuari (fitavùl), da massari, qualche camparo (campè) per curare le acque, da schiavandari (s-ciavandée) che aggiogavano i buoi, da famigli (famèj) che lavoravano nelle stalle e mungevano le vacche, da cavallanti (cavalànt), che guidavano ed accudivano ai cavalli che trainavano i carri o gli attrezzi agricoli, e da molti braccianti (salarià), con le donne impiegate durante il trapianto e la monda del riso (mundìni).


Quasi certamente vi erano una piccola fucina per il fabbro (frè) e il maniscalco (maniscàlch), qualche laboratorio di falegname (lignamé), vi abitavano certamente dei muratori e uomini da fatica (müradùr e magüt). Veveri era un paese sicuramente con molti bambini ma che non avevano ancora una vera scuola, un paese che aveva i suoi negozi indispensabili, quelli alimentari innanzi tutto, più di un forno per cuocere il pane, almeno un punto dove si vendevano la legna e il carbone (sciüstré).

Dopo Vittorio Emanuele II salì al trono Re Umberto I (1878-1900), e con il suo regno si concludeva anche il secolo