L'uomo e l'organizzazione degli spazi agricoli

di Livio G. Rossetti

L'UOMO E L'AGRICOLTURA

L'agricoltura è l'attività produttiva più importante per l'umanità. Oltre un miliardo di uomini e donne è ancora oggi impegnato nel settore agricolo: questo dato rappresenta più del 48% della popolazione attiva e un sesto circa dell'Umanità. La maggior parte dei contadini si trova nei Paesi del Sud del Mondo; solo una cinquantina di milioni nei Paesi del Nord, e di questi una trentina di milioni nei Paesi socialisti o ex-socialisti; oltre 600 milioni in due Paesi, Cina e India.

Esiste uno stretto rapporto tra terre coltivate intensamente, climi temperati o con stagioni alterne, massima densità di popolazione, con oltre 100 abitanti per chilometro quadrato, pianure alluvionali e sistemi fluviali.
Vi sono altri fattori economici, sociali, politici o storici, ma per buona parte della popolazione mondiale, alcuni fattori naturali sono ancora molto importanti. Poche persone vivono in una regione dove l'agricoltura è molto difficile o impossibile. Invece dove l'agricoltura offre buoni raccolti e vi sono più possibilità di sopravvivenza si hanno popolazioni numerose.

L'agricoltura e l'allevamento del bestiame sono attività economiche che hanno come scopo la produzione di alimenti diretti (per l'uomo) e indiretti (per gli animali) e di altri materiali (pelli, fibre tessili, gomma naturale, tabacco, fiori, ecc.) utilizzati per scopi non alimentari. Per ottenere spazi destinati alle colture o all'allevamento, l'uomo ha dovuto mutare gli ambienti naturali; ha arginato e deviato fiumi; ha abbattuto boschi e foreste; ha prosciugato paludi e irrigato terreni aridi; ha terrazzato pendii ripidi.

Alcune delle opere di creazione delle condizioni favorevoli allo sviluppo dell'agricoltura sono attuate dai contadini, singoli o riuniti in piccoli gruppi, e servono a sistemare i campi, a terrazzare i pendii, a livellare il terreno, a scavare semplici sistemi di drenaggio delle acque e di irrigazione, ad arare i campi. Altri interventi, soprattutto se di grandi proporzioni, o se richiedono l'impiego di numerose persone e di notevoli capitali, o se sono di interesse collettivo, non possono essere affrontati dai singoli contadini, ma devono essere coordinati, progettati, diretti, finanziati, sia dal potere centrale, sia da organismi collettivi e da Enti amministrativi o statali.

LA RIVOLUZIONE DEL NEOLITICO E LA FINE DELLA PREISTORIA

La storia dell'uomo è la storia della sua evoluzione culturale. Il cammino della civiltà ha seguito una curva esponenziale attraverso una successione di tappe e di conquiste. Sono occorsi quasi due milioni di anni per passare dalle prime pietre scheggiate alla scoperta del fuoco. Appena tre mila anni ne sono trascorsi dalla invenzione della scrittura e della ruota alla bomba atomica. L'evoluzione culturale dell'uomo sarebbe stata impossibile senza il linguaggio. Questo permise di diffondere le nuove conoscenze e le tecniche con le quali l'uomo imponendo il suo dominio sulla natura, differenziandosi da tutte le altre specie animali.

Circa trecento mila anni fa, alcuni cacciatori del Paleolitico compirono un'altra rivoluzionaria invenzione: applicarono punte di pietra su bastoni di legno, rendendo più possibile l'abbattimento di animali di grossa taglia.
Da 100.000 a 35.000 anni fa si consuma la stagione degli uomini di Neanderthal. Prima di estinguersi a favore del nuovo ramo dei Cro-Magnon, i Neanderthal introdussero il culto dei morti, inumando i propri defunti con amuleti e doni presso i luoghi in cui vivevano o in luoghi ritenuti magici e sacri, aprendo per la prima volta all'uomo il mondo spirituale.

Tra il 15.000 e il 9.000 a.C. si svolge l'"economia della renna" con lo sfruttamento delle grandi mandrie di erbivori che vagano ai margini della calotta glaciale in via di riduzione. Risale forse a questo periodo l'invenzione dell'arco che permetteva di cacciare anche le prede in movimento. Dalla renna si ottenevano non solo la carne, ma anche pelli, ossi, tendini, corna che venivano trasformati in vesti, arpioni, lenze, armi e ornamenti.
Intorno al 10.000 a.C. sono evidenti i segni dei rapidi cambiamenti climatici determinati dalla fine dell'ultima glaciazione. Lo sciogliersi dei ghiacci provoca l'inondazione di vaste zone, ma favorisce anche il proliferare di una ricca vita nelle basse acque e la nuova attività della pesca offre una alternativa alla dieta tradizionale di carne.

Con il passaggio al Neolitico, i forti cacciatori di renne e mammut seguono sempre più a nord le ultime grandi mandrie, mentre più a sud il loro posto è preso da una moltitudine di piccole tribù di raccoglitori (bacche e frutti naturali), pescatri, cacciatori della piccola selvaggina e di uccelli. Risale più o meno a questo periodo l'introduzione del cane come valido compagno di caccia.
Ma la grande rivoluzione avviene intorno a 10.000 anni fa. Il rapporto dell'uomo con l'ambiente che lo circonda muta decisamente: il cibo, prima ottenuto soltanto con la caccia e la raccolta, viene ora prodotto coltivando la terra.

Sorgono i primi villaggi, spesso costruiti su palafitte in vicinanza di bacini lacustri. Con l'accrescersi delle disponibilità alimentari, la maggior sicurezza, la nuova dieta più ricca di vegetali, la nascita dei primi villaggi organizzati, si allunga la durata della vita media e si ha la prima esplosione demografica e nascono le prime "città" come Çatalhöyük (da çatal, "forcella" e höyük, "collina"), un importante centro abitato di epoca neolitica dell'Anatolia, nella provincia turca di Konya, ai margini meridionali della pianura. Il sito (ricostruito lungo una sequenza di 18 livelli stratigrafici che vanno dal 7.400 al 5.700 a.C.) occupa una superficie di 13,5 ettari ed è ritenuto la città più antica del mondo.

Il villaggio era costruito secondo una logica completamente diversa da quella moderna: le case erano monocellulari e addossate l'una all'altra; essendo di altezze diverse, ci si spostava passando da un tetto ad un altro e per molte case l'ingresso su quest'ultimo era l'unica apertura. La circolazione e gran parte delle attività domestiche avveniva dunque al livello delle terrazze. L'assenza di aperture verso l'esterno, nonché di porte a livello del terreno, difendeva la comunità dagli animali selvatici e da eventuali incursioni di popolazioni confinanti. L'unica via d'accesso all'intero complesso erano scale che potevano facilmente essere ritirate in caso di pericolo.

A Çatalhöyük ogni abitazione era divisa in due stanze. Quella più grande aveva al centro un focolare rotondo ed intorno dei sedili e delle piattaforme elevate per dormire; in un angolo c'era un forno per cuocere il pane. La stanza più piccola era una dispensa per conservare il cibo: tra una casa e l'altra c'erano dei cortili usati come stalle per capre e pecore. Circa un terzo delle case presenta stanze decorate e arredate apparentemente per scopi culturali: sulle pareti, infatti, sono state rinvenute pitture e sculture di argilla che raffigurano teste di animali e divinità (specialmente femminili, legate al culto domestico della fertilità e della generazione). Queste abitazioni non vanno pensate come santuari: il culto è ancora solo domestico e dà conto di una "ossessione simbolica", quella di un aggregato di umani che vivono a stretto contatto con i propri morti. Gli abitanti della città di Çatalhöyük seppellivano i propri morti, divisi per sesso, sotto il letto.
Fra i ritrovamenti relativi alla cultura materiale vi è l'abbondante produzione ceramica e la raffinata industria litica, realizzata per il 90% in ossidiana, pietra vulcanica vetrosa di cui la regione è ricca e di cui è attestato un intenso commercio locale fin dall'epoca protostorica. Lo schema economico di base è quello tipicamente agro-pastorale, si coltivava il frumento invece dell'orzo e si allevavano bovini invece che suini.

Il Neolitico si apre con due rivoluzionarie invenzioni: quella dell'agricoltura e quella dell'allevamento. In realtà, come la maggior parte delle conquiste umane, non si trattò di scoperte improvvise: probabilmente già da molto tempo l'uomo aveva sperimentato la semina e aveva provato a tenere presso di sè alcuni animali giovani come riserva di cibo. Le tracce più antiche di domesticazione si riferiscono al cane (12.000 a.C. in Europa, 11.000 a.C. in America, forse importato dall'Asia). Pecore e capre dovevano già essere allevate in Iraq intorno al 9.000 a.C.
Se la coltivazione di piante è una attività abbastanza antica, la "domesticazione" di specie come o il frumento venne probabilmente introdotta nella Mezzaluna fertile, tra l'Egitto e la Mesopotamia, solo intorno all'8.000 a.C., in oasi ricche di acqua. La domesticazione implica una fase più evoluta: lo sfruttamento delle mutazioni genetiche che avvengono naturalmente, la scelta dei caratteri ritenuti più utili, la sostituzione della selezione artificiale a quella naturale in modo da ottenere, attraverso incroci ripetuti, una vera e propria trasformazione. Le piante e gli animali selvatici diventano così più adatti a vivere in un ambiente creato dall'uomo e più rispondenti alle sue esigenze: gli animali sono resi più docili, possono essere aggiogati all'aratro, cavalcati, o producono più latte, le piante danno semi più grossi o frutti più carnosi.

Agricoltura e allevamento del bestiame danno il via ad una serie di altre decisive conquiste: la filatura, la tessitura, l'arte della ceramica. In America si ha ragione di ritenere che la scoperta dell'agricoltura sia stata autonoma rispetto a quella del Vecchio Mondo. Sono specie tipicamente americane, sconosciute agli Europei fino al XVI secolo, il pomodoro, il mais, la patata, il cacao, la patata dolce, il tacchino, le arachidi, il tabacco, il caucciù, il girasole.

Intorno al 6.000 a.C. inizia la lavorazione della ceramica (i vasi potevano contenere sia i semi che le granaglie) e più tardi quella dei metalli (appaiono le civiltà del rame, del bronzo e del ferro). Nascono le società organizzate e le economie basate sulla specializzazione del lavoro, gli scambi e i commerci. Sulle sponde del Mediterraneo, intorno al 4.000 a.C. prosperano centri che non sono più soltanto comunità agricole ma vere e proprie città, centri di potere, di irradiazione e di scambi. Con l'invenzione della scrittura e lo stabilirsi di comunità altamente organizzate sul piano sociale, religioso, giuridico e amministrativo lungo i grandi fiumi (il Nilo, il Tigri, l'Eufrate, l'Indo, lo Huang He) si compie il grande passo: l'ingresso nella storia documentata. Ora l'uomo può essereinsieme artefice, testimone e cronista della sua avventura sulla Terra.

Ai tempi dei cacciatori-raccoglitori, occorrevano circa ottomila ettari per mantenere un singolo individuo. Nelle prime comunità agricole di villaggio ne bastavano dieci. Questo fu certamente un forte incentivo a lasciare la vita nomade e a concentrarsi nei villaggi. Questo passaggio avvenne lentamente. I primi agricoltori ignoravano l'irrigazione e le tecniche dell'aratura. Usavano il sistema detto taglia-e-brucia che li costringeva a spostarsi di continuo in cerca di nuove terre da coltivare. Le primitive attività della caccia, della raccolta e della pesca non vennero comunque mai abbandonate del tutto, tanto che presso isolate popolazioni sopravvivono fino ai nostri giorni. La rivoluzione agricola iniziò con la scoperta dell'irrigazione che permise di colonizzare le fertili pianure alluvionali del Nilo, della Mesopotamia, dell'Indo e dei fiumi cinesi. Gli insediamenti agricoli più antichi risalgono al settimo millennio a.C. e consistono di gruppi di capanne di fango o di pietra con un focolare centrale.

La rivoluzione urbana determinò un radicale capovolgimento. In un periodo storico brevissimo, l'uomo imparò ad imbrigliare l'energia degli animali, dell'acqua e del vento, inventò il carro a ruote, l'aratro, le imbarcazioni a vela, fu in grado di lavorare i metalli per farne strumenti e armi. Le comunità sempre più numerose e l'economia più complessa e diversificata rendevano necessario un potere centrale. L'uomo da predatore si trasforma in contadino, da nomade diviene stanziale. Questo radicale cambiamento comporta un nuovo rapporto tra l'uomo e l'ambiente, iniziando a trasformare gli ambienti naturali, a sfruttarli, a sistemarli diversamente per ottenere una maggiore produttività. Il numero degli abitanti del pianeta cresce notevolmente e avviene la prima esplosione demografica. Si moltiplicano le necessità alimentari, la necessità di trasformare nuovi territori per poter coltivare i vegetali che andava selezionando tra i molti a disposizione o per allevare le poche specie animali che andava addomesticando; nello stesso tempo inizia un continuo progresso nelle tecniche colturali, nei sistemi di irrigazione, nel perfezionamento degli strumenti agricoli fino alla attuale completa meccanizzazione dei più semplici e tradizionali gesti.

In questo sistema si innescano così numerosi feed-back, alcuni positivi, come i miglioramenti colturali e l'aumentata produttività della terra, altri negativi, come la distruzione delle foreste e delle praterie naturali e l'attuale inquinamento delle acque di superficie e delle falde sotterranee. L'introduzione massiccia dei prodotti chimici ha generato numerose retroazioni negative per troppo tempo considerate non degne di attenzione. Pur ritenendo la vecchia concezione deterministica ormai superata (l’ambiente come determinante sulle attività economico-sociali), in agricoltura bisogna tener conto dei limiti che l’ambiente pone all’attività umana, la quale, anche grazie alle osservazioni di Mendel (1822-84) sull’ibridazione e di Liebig (1840) sulla chimica del terreno, ha modificato sensibilmente negli ultimi due secoli i limiti geografici di molte colture, rafforzando geneticamente i vegetali e coltivandoli in regioni prima non utilizzate per la breve stagione estiva, migliorando terreni troppo poveri di sostanze nutrienti. Così i cereali, in particolare il grano, vengono coltivati ora in terre settentrionali, soprattutto in Canada e negli USA, divenute il moderno granaio del mondo.

Termini chiave nello studio dell'agricoltura

CONDIZIONI NATURALI
CONDIZIONI SOCIALI
ECONOMICHE POLITICHE
FORME
OPERE D’INTERVENTO
CLIMA
TERRENO
MORFOLOGIA
REGIME DI PROPRIETA’
CAPACITA’ D’INVESTIMENTO
CAPACITA’ TECNICHE
TIPO DI MERCATO
SVILUPPO DEI TRASPORTI
MODO DI PRODUZIONE
FORME METODI E SISTEMI AGRICOLI
PRIMITIVE
agricoltura a zappa
agricoltura arativa

MODERNE
agricoltura meccanizzata
DIBOSCAMENTO
BONIFICA
TERRAZZAMENTO
RETI DI IRRIGAZIONE
CANALI
SISTEMI AGRICOLI
METODI
TECNICHE COLTURALI
TIPI DI AGRICOLTURA

MONOCOLTURA

POLICOLTURA

AGRICOLTURA INTENSIVA

AGRICOLTURA ESTENSIVA

EMENDAMENTO
CONCIMAZIONE
ROTAZIONE
SELEZIONE SEMENTI
IRRIGAZIONE
SERRE
DI SUSSISTENZA (ad alta intensità di lavoro)
itinerante del ladang
delle oasi

CONTADINA
DI MERCATO (intensiva dei grandi spazi)
ORTICOLTURA DI MERCATO
SPECULATIVA O COLONIALE
PIANIFICATA O COLLETTIVISTICA
Agricoltura intensiva: è un’agricoltura che tende a sfruttare al massimo la fertilità dei suoli con moderne tecniche di irrigazione, concimazione, lavorazione, rotazione di varie colture, impiegando ingenti capitali (come nell’Europa occidentale e in alcune regioni del Nord-america o in Giappone) o abbondante manodopera (come nell’area monsonica indiana o cinese).
Agricoltura estensiva: è un’agricoltura con bassi livelli di investimento di capitali, con pochi addetti, con estese aree coltivate. I terreni non sono molto ricchi e si usano pochi fertilizzanti, perciò le rese sono basse. Nei Paesi industrializzati, con ampi spazi coltivabili, la forte meccanizzazione compensa la scarsa manodopera e la produzione per addetto risulta molto elevata, in contrapposizione alla bassa resa per ettaro: la produzione, tra le maggiori del mondo in campo cerealicolo, deriva dalla vasta superficie usata.
Monocoltura: è un sistema colturale che punta su un solo prodotto coltivato su ampie superfici. È tipico, ma non esclusivo delle piantagioni speculative tropicali di origine coloniale; degrada fortemente i suoli e risulta pericoloso per quei Paesi del Sud che si affidano all’esportazione di un solo prodotto, sia in occasione di eventi climatici sfavorevoli, sia di oscillazione dei prezzi sui mercati mondiali. Moderne coltivazioni estensive e intensive, di sussistenza o di mercato, che occupano spazi notevoli, senza che vengano coltivate altre colture, formano regioni agricole monoculturali (il corn belt degli USA, la regione risicola italiana o quella cinese).
Policoltura: è un sistema agricolo che punta sulla coltivazione di numerosi prodotti agricoli che sono seminati e raccolti in tempi diversi durante l’anno, di colture foraggiere da destinare all’allevamento, occupando così stabilmente i contadini durante tutte le stagioni. La varietà di produzioni garantisce meglio contro gli eccessi climatici e speculativi del mercato. Resa unitaria: è la produttività del terreno/coltura espressa in unità di peso (o di volume) per ettaro (es. 40 q x Ha): le colture intensive e irrigue offrono le rese maggiori.
Agricoltura di sussistenza: è un tipo di agricoltura in cui il contadino produce per soddisfare solo le sue necessità alimentari, non si producono eccedenze da destinare alla vendita. Può essere ad alta intensità di lavoro, come nella risicoltura dell’Asia monsonica; itinerante (con l’uso dell’accetta per abbattere gli alberi della boscaglia, il ladang, oppure con l’incendio della boscaglia e la coltivazione sulle ceneri, il debbio); delle oasi (coltivazione intensiva diversificata con sole palme da datteri o con orti all’ombra delle medesime) nelle regioni desertiche.
Agricoltura contadina: è un tipo di agricoltura intermedio tra quella di sussistenza e quella di mercato. Accanto al settore dell’autoconsumo, vi sono coltivazioni destinate alla vendita diretta o mediante cooperative.
Agricoltura di mercato o commerciale: tipo di agricoltura che ha come scopo la produzione di generi alimentari e materie prime destinati al mercato. Una parte, a volte rilevante, dei prodotti (foraggi e cereali) è destinata all’allevamento del bestiame, da latte e da carne; un’altra è destinata alle industrie agro-alimentari per la loro trasformazione; una parte minore all’autoconsumo degli agricoltori. La vendita dei prodotti garantisce un reddito adeguato e permette l’acquisto di fertilizzanti, sementi selezionate, macchinari e di migliorare la produttività. È intensiva nelle regioni europee molto popolate e con scarsi spazi per l’agricoltura; è estensiva nei grandi spazi nord-americani, in Argentina e Australia.
Orticoltura di mercato: è un’agricoltura intensiva localizzata alla periferia delle grandi aree urbane, specializzata nella produzione di ortaggi, a volte di frutta, venduti freschi giornalmente ai mercati urbani. Spesso i contadini, operando su piccoli spazi, utilizzano la tecnica delle serre climatizzate.
Agricoltura speculativa o coloniale: tipo di agricoltura introdotta nei Paesi tropicali all’epoca coloniale, per sfruttare i terreni e le condizioni climatiche più adatti a determinate colture. I prodotti di queste piantagioni sono destinati quasi completamente ai mercati esteri europei e nord-americani. Per battere la concorrenza internazionale si contengono i prezzi, i salari dei contadini utilizzati solo brevemente durante la raccolta, non si apportano migliorie in modo da contenere i costi di produzione, lasciando ampi margini di guadagno ai proprietari terrieri, sia locali sia stranieri (multinazionali).
Agricoltura pianificata: è il tipo di agricoltura proprio dei Paesi ad economia socialista, come l’ex URSS, la Cina, Cuba e altri. La terra, di proprietà statale, viene coltivata da grandi cooperative o da aziende statali che devono produrre ciò che viene deciso dal Piano economico, ai costi preventivati e alle scadenze programmate. Allo Stato vengono consegnati i prodotti sia per le ulteriori trasformazioni sia per l’inoltro al mercato statale.
Emendamento: apporto nel terreno agricolo di grandi quantità di sostanze minerali.

Concimazione: apporto di concimi naturali, vegetali (piante da sovescio) o animali (stallatico, guano) o chimici (azotati, fosfatici, potassici).
Rotazione: consiste nell’alternare alcune colture sullo stesso appezzamento di terreno per migliorare la produttività, facendo riposare la terra dopo un intenso sfruttamento agricolo (maggese), alternando cereali e leguminose o altre piante da sovescio. Può essere triennale (1 maggese e due anni di cereali) o quinquennale (3 anni cereali e due a leguminose o maggese).

AGRICOLTURA E UTILIZZAZIONE DELLO SPAZIO

L’adozione dei diversi sistemi agrari, di metodi diversi applicati all’agricoltura, le tecniche colturali, l’intensità delle opere d’intervento, i tipi di agricoltura dipendono quindi soprattutto da fattori economici, sociali, demografici e politici, da quelli culturali e infrastrutturali del passato che lasciano tracce forti anche dopo molti secoli. Le terre abitate dall’uomo sono quindi il risultato forte delle trasformazioni operate per rendere possibile, mediante l’agricoltura e l’allevamento, la produzione di cibo per una popolazione in continuo aumento. Sono uno spazio fortemente strutturato dai contadini che hanno organizzato, pianificato e modificato uno spazio naturale oggi difficilmente individuabile dietro il disegno dei campi, il terrazzamento delle colline, l’arginatura o la deviazione dei fiumi, la geometria dei tracciati delle strade poderali.

Quando un suolo naturale viene utilizzato a scopo agricolo si trasforma in suolo agrario. Con la lavorazione e concimazione l’uomo può modificare la composizione e la fertilità del suolo. Lo sfruttamento intenso e ripetuto può degradare il terreno fino a farlo diventare sterile. Il rinnovo del terreno può avvenire anche con metodi naturali utilizzando piante preparatrici o da rinnovo (mais, pomodoro, fagiolo, grano saraceno…) e miglioratrici (leguminose, soia, trifoglio, erba medica) o le piante da sovescio (veccia villosa, colza, ravizzone, erbaio di segale da sovescio) per rendere solubile il potassio e il fosforo o per fissare l’azoto atmosferico.
Tutto lo spazio terrestre (13 miliardi di Ha) è occupato da terre arabili e colture permanenti (11,3%), da prati e pascoli (24,2%) e da boschi e foreste (31,2%). Il restante 33,3% è considerato improduttivo essendo occupato da deserti, catene montuose, acque interne, paludi, spazi urbani e dei servizi.

Il risultato finale dell'intervento dell'uomo sull'ambiente naturale con l'agricoltura e l'allevamento del bestiame è l'attuale ripartizione dell'utilizzazione del suolo. Tre sono le categorie che ci interessano da vicino: le terre arabili o destinate a colture permanenti; i prati e i pascoli; i boschi e le foreste. La restante parte della superficie terrestre è occupata dalle acque interne, o è considerata improduttiva ai fini agricoli perchè occupata da deserti, alte catene montuose, paludi e spazi urbani, industriali o spazi occupati da vie di comunicazione.
Le terre arabili sono il terreno destinato alla coltura dei cereali, degli ortaggi e delle leguminose, a piande da zucchero, a piante erbacee da olio, a tuberi, a colture foraggere temporanee. Le colture permanenti comprendono quei vegetali che non vengono seminati annualmente, ma che occupano i terreni per lunghi periodi, come gli alberi da frutto, i vigneti, gli oliveti, le piantagioni di caffè, cacao, ecc. Queste ultime sono anche indicate come colture legnose o colture speciali.
I prati e i pascoli comprendono i terreni occupati permanentemente o per lunghi periodi da colture foraggere (erbai) con trifoglio pratense, erba medica, mais da foraggio, e i pascoli naturali, sia quelli temperati e di alta montagna adatti all'allevamento dei bovini, sia quelli più poveri e radi, chiamati anche steppe, savane erbacee, steppe predesertiche, sfruttati per il pascolo degli ovini o di bovini non selezionati, come nel Sahel africano.
I boschi e le foreste comprendono le superfici occupate da alberi, comprese quelle con boschi artificiali o diboscate, dove è però previsto un rimboschimento.

Combinando suoli e climi si ottengono 7 regioni agricole:

Regioni
Clima
Vegetazione
Intervento umano
regioni equatoriali
clima caldo umido
forti piogge
fitta vegetazione
forestale pluviale
legni duri, diboscamento
per piantagioni
regioni della savana
clima tropicale con
stagione secca e
stagione delle piogge
selva boschiva e prateria
incendi stagionali
pascolo, diboscamento per colture
di sussistenza e piantagioni
regioni desertiche calde
clima arido caldo dei deserti
scarsa vegetazione xerofila
e cespugli
pascolo nomade
regioni monsoniche
clima monsonico con
piogge stagionali
giungla e foresta aperta
diboscamenti per colture
intensive (riso)
e piantagioni
regioni mediterranee
clima subtropicale mediterraneo
con piogge invernali
macchia mediterranea,
gariga, chaparral
diboscamento e incendi
per pascolo e
colture specializzate
regioni temperate
clima continentale e oceanico
foresta di latifoglie,
prateria temperata
forte diboscamento per
colture cerealicole estensive
ed intensive allevamento bovino
regioni della tundra
clima freddo della tundra
cespugli
agricoltura di sussistenza
caccia e pesca


Perchè e come ha fatto l'uomo ad arrivare a questa vistosa sistemazione dello spazio terrestre? La prima cosa che bisogna ricordare è che esiste uno stretto rapporto tra la crescita numerica della popolazione mondiale, l'evoluzione delle sue tecnologie, l'aumento delle sue capacità operative e le trasformazioni ambientali. Quasi certamente il primo passo l'uomo l'ha compiuto con l'uso del fuoco; ancora oggi le popolazioni, generalmente più arretrate tecnologicamente, in diverse zone del mondo, in Africa, Asia, America latina, Oceania ma anche in alcune regioni italiane come la Sardegna, impiegano questo strumento naturale per liberare un'area dagli alberi, dai cespugli, dagli arbusti o dalle erbe secche, ottenendo nuovo spazio, senza ostacoli, al quale destinare la produzione di cibo con colture erbacee o con pascoli per il bestiame.
Il fuoco non serve solo a distruggere spazi forestali o steppici, viene anche utilizzato per preparare le praterie a rinverdire durante la stagione delle piogge, eliminando le erbe secche e fornendo al suolo, sotto forma di cenere, sostanze nutritive come il potassio. Questa serie annuale di incendi provocati dall'uomo presenta altre ripercussioni: eliminando stagionalmente il materiale secco accumulato, si impedisce che un incendio provocato da un fulmine o dal fuoco di un bivacco abbia effetti devastanti e incontrollabili; con questa sua pratica cambia la distribuzione naturale delle specie vegetali, con conseguente sviluppo delle sole specie arboree resistenti al fuoco. È questo il processo di formazione di buona parte delle savane e del chaparral

Con la rivoluzione del Neolitico inizia un altro tipo di trasformazione e sistemazione dello spazio. Cambiare l'assetto naturale delle acque di superficie, portando l'acqua attraverso canali e fossi nelle aree aride, o movimentando e prosciugando le acque stagnanti delle paludi, l'uomo recupererà numerose terre che coltiverà intensamente, ottenendo in molti casi delle rese assai elevate: basterà ricordare l'esempio olandese dei polder e di alcune bonifiche italiane che, nello stesso momento, hanno però distrutto spazi naturali, specie animali e aree di sfogo in casi di forti piogge e straripamento di fiumi.
Non sempre gli spazi agricoli così ottenuti avranno la stessa destinazione iniziale. Nel corso dei secoli sono mutati gli scopi, le necessità, sono stati sfruttati nuovi prodotti alimentari, sono stati allevati nuovi animali, sono cambiati i rapporti sociali e i titoli di proprietà della terra, sono intervenute le occupazioni coloniali europee, è cambiata la distribuzione della popolazione e, soprattutto, il numero delle bocche da sfamare, sono mutati i sistemi economici, è avvenuta una vera rivoluzione tecnologica con la produzione di macchine capaci di imponenti trasformazioni ambientali in breve tempo o di operare lavorazioni del terreno in poche giornate e con poca mano d'opera.
Un esempio grandioso è offerto dalle regioni urbanizzate e industriali di buona parte dell'Europa o del Giappone e degli USA, ed oggi della Cina e delle altre "Tigri dell'Oriente" come la Corea del Sud. Prima la distruzione di boschi e paludi, poi una intensa agricoltura e pascolo, in fine l'occupazione di terreni agricoli marginali e poco redditizi ad opera delle città, delle strade, con le nuove costruzioni abitative, commerciali e industriali.

Circa il 70% della produzione agricola commestibile è fornita dalle terre arabili che rappresentano poco più dell'11% delle terre emerse prive di ghiacci permanenti. Circa la metà delle terre agricole sono occupate dai cereali, grano, riso e mais in testa che da soli occupano più del 34% del totale. Questo spazio cerealicolo che sfama una buona parte dell'umanità, occupa il 5,5% delle terre emerse e solo l'1,4% della superficie del Pianeta. Mentre la popolazione mondiale aumenta, la superficie agricola diminuisce, minacciata soprattutto dalla crescita delle aree urbane.
Altri due settori importanti sono quelli delle piante erbacee i cui semi servono alla produzione di olio e grassi commestibili (margarine), settore molto più importante se sommiamo le superfici occupate da oliveti, piantagioni di palma da olio e da cocco, ecc; il settore ortofrutticolo (legumi, tuberi e radici, piante da zucchero, ortaggi, prodotti nervini, ecc.), due settori che in totale superano di poco il 22% della superficie agricola. Alcuni prodotti di piantagione, importanti dal punto di vista economico, occupano superfici ridotte rispetto a quelle dei grandi prodotti di base; generalmente si tratta di prodotti non strettamente alimentari (tabacco, caucciù, ecc.), quasi tutti destinati ai Paesi industrializzati che hanno imposto, durante l'epoca coloniale, questa particolare forma di sfruttamento del suolo a scapito dei prodotti alimentari.

VARIABILI AMBIENTALI E SOCIALI

I fattori ambientali sono condizionanti per l'attività agricola: andamenti climatici, terreni, morfologia e reti idrografiche naturali, interagendo tra di loro, operano una prima divisione tra terre favorevoli allo sviluppo delle attività agricole e terre poco favorevoli o nettamente sfavorevoli.
Se le variabili naturali sono importanti, a aparità di ambienti climatici e pedologici, ci troviamo di fronte risposte diverse dell'uomo, molte volte a brevi distanze spaziali: dunque ci devono essere altre variabili, molto più influenti, non dipendenti dall'ambiente naturale, ma dall'uomo. I fattori sociali responsabili delle differenziazioni più evidenti (come le tradizioni alimentari, le credenze religiose, i tipi di economia, le capacità tecnologiche, le forme colturali, i sistemi e i tipi di agricoltura, le dimensioni aziendali, il tipo di mercato, la quantità di capitali investiti e a disposizione delle aziende, le politiche agrarie dei governi, le diverse richieste delle industrie alimentari, lo sviluppo dei trasporti, ecc.), singolarmente o variamente combinati, rappresentano il vero motivo delle diverse risposte dell'uomo e delle diverse sistemazioni dello spazio.

Grande importanza rivestono le strutture aziendali e i modi in cui viene organizzato il lavoro, dai singoli o dalla collettività. Le società tribali tradizionali, dedite alla pastorizia nomade e alla agricoltura itinerante di sussistenza, presentano generalmente un uso collettivo dello spazio per il pascolo; se intervengono attività agricole, allora si hanno dei lavori collettivi, per tutte quelle opere che richiedono la solidarietà del gruppo (debbiatura, dissodamento, ecc.), e dei lavori individuali per le varie operazioni colturali, quali la semina, la sarchiatura, la bagnatura e il raccolto. Ciò che caratterizza questi gruppi e il loro rapporto con lo spazio è il fatto che le famiglie non hanno un diritto di proprietà o di conduzione fissi nel tempo, codificato da documenti e riconosciuto dal gruppo, ma l'uso di un terreno è concesso periodicamente dalla tribù in base alle necessità familiari e alla capacità di lavoro.
Esempi di proprietà collettiva resistono anche in alcuni comuni rurali europei, soprattutto per la gestione comune di boschi e pascoli.


campi in Cina

Cile

piantagione di
canna da zucchero
Sud-America

USA

USA

USA, Florida

Francia

Lomello

polder olandesi

polder olandesi

valle del Nilo

Vietnam merid.

delta del Nilo

Pianura Padana

manioca-Africa

piantagione di banane

piantagione malese di caucciù

Vi sono poi le due forme di proprietà individuale della terra, quella della piccola proprietà contadina e quella delle grandi proprietà fondiarie capitalistiche, latifondistiche o coloniali. La piccola proprietà contadina è generalmente il frutto di continue e successive frammentazioni di proprietà più grandi dovute alle varie leggi di successione generazionale; oppure dell'esigenza di possedere appezzamenti su terreni di varia potenzialità e utilizzabili diversamente: il campo destinato ai cereali, l'orto familiare, i prati da fieno, il bosco, il pascolo estivo, ecc. Gli atti notarili di successione, superiori alle ricomposizioni ottenute con i matrimoni, hanno prodotto il frazionamento fondiario, cioè i microfondi.
Le forme di conduzione più rappresentative sono, in questo caso, la conduzione diretta della famiglia contadina proprietaria (i coltivatori diretti) e la locazione (o affitto) di uno o più appezzamenti con il regime di mezzadria (si usa il terreno dietro versamento di una parte del raccolto) o di affitto (il fittavolo acquista il diritto di sfruttamento del podere per una certa durata di tempo con il versamento di un indennizzo in denaro).

Le grandi proprietà fondiarie, derivate da antiche proprietà collettive indivise, da benefici di origine feudale, dalla riunificazione di unità minori, dal riscatto o dall'approppriazione di poderi appartenenti ad altre famiglie o lasciate incolte per lungo tempo, dai possedimenti coloniali con sottrazione dei terreni di uso collettivo tribale, sono all'origine di grandi latifondi mediterranei o latino-americani, tipici di Paesi a sviluppo economico e sociale arretrato, dove la ricchezza fondiaria è base del potere; delle vaste piantagioni speculative di banane, di caffè, di canna da zucchero, ecc.; di grandi aziende capitalistiche, come nel Nord-America e nell'Europa centrale, gestite con strategie industriali e speculative. Le grandi aziende sono condotte dai proprietari con l'aiuto di personale amministrativo e gestionale, da intendenti che rispondono al proprietario della gestione e dell'impiego di salariati fissi o stagionali, degli investimenti, delle opere di miglioramento.

Di fronte alle due realtà contadine, le piccole proprietà e i vasti latifondi poco sfruttati, l'intervento statale (provvedimenti legislativi, interventi finanziari) ha originato soluzioni diverse ponendosi lo scopo di migliorare la produzione alimentare o di beni richiesti dal mercato nazionale, da una parte, e di avvantaggiare la condizione sociale di numerosi contadini, costretti a vivere al limite della pura sussistenza e della miseria, dall'altra. Favorire l'accorpamento delle piccole particelle fondiarie e smembrare le grandi proprietà incolte con riforme agrarie e ridistribuzione delle terre ai contadini, sono stati i provvedimenti pubblici più rappresentativi degll'interventio migliorativo delle strutture agrarie.

Ciò che maggiormente ha cambiato l'attività agricola, diversificando sempre più l'agricoltura moderna da quella tradizionale di sussistenza, è la trasformazione del tipo di alimentazione dei Paesi industrializzati, imposto o solo favorito dalle industrie alimentari. I prodotti di base sono stati sostituiti da una miriade di offerte, opportunamente prospettate dalla pubblicità; basta pensare a ciò che è stato fatto con la sola farina di grano, da tempo impiegata nella panificazione e nella produzione di paste alimentari, ora anche materia prima di biscotti, grissini, crackers, merendine pronte, dolci, pani a lunga conservazione, componente di piatti precotti e confezionati, ecc.

Non solo sono cambiati i modi di consumo di prodotti tradizionali, ma ne sono stati introdotti di nuovi, o appartenenti a popoli diversi, o studiati e inventati dalla stessa industria alimentare. La differenza regionale nell'alimentazione viene, in questo modo, sempre più annullata e, poco alla volta, larghi strati della popolazione si alimentano nello stesso modo, soprattutto nei luoghi di ristorazione collettiva, nei ristoranti, nelle tavole calde. Questo mutamento nel sistema alimentare provoca drastiche trasformazioni all'agricoltura, imponendo ai contadini la coltivazione dei prodotti richiesti dalle industrie, obbligandoli a trasformazioni strutturali, all'impiego di nuove sementi, di nuovi e costosi attrezzi, spingendoli, in ultima analisi, a maggiori investimenti in impianti di irrigazione, in serre, all'uso di prodotti chimici, a nuove forme di raccolta (impiegando e sfruttando schiere di immigrati sottopagati) e commercializzazione dei prodotti.

Le richieste di prodotti da parte delle industrie alimentari e dei consumatori è anche all'origine della dipendenza del Terzo Mondo e della sua agricoltura. Iniziato all'epoca coloniale, lo sfruttamento dei terreni migliori e di una abbondante e poco pagata manodopera prosegue ai giorni nostri. I capitali stranieri investiti fruttano interessi enormi che non apportano, però, nessun miglioramento sociale alle popolazioni locali, ma ulteriori guadagni alle Società multinazionali che controllano il settore alimentare: il 70 per cento dell’industria alimentare del mondo è nelle mani di 10 multinazionali. Questi padroni del cibo vantano fatturati enormi, qualcosa come 450 miliardi di dollari ogni anno. In tutto sono circa 500 i marchi con cui i big del cibo finiscono col controllare il settore alimentare: Associated British Food (Marchi in vendita in Italia: Twinings, Ovomaltina); Nestlé (Buitoni, Nescafé, Maggi, Smarties, Perugina, Motta gelati, Antica gelateria del corso, Acqua Vera, Beltè); PepsiCo Inc. (Pepsi, Gatorade, Lipton iceTea, Tropicana); Coca-Cola Company (Coca-Cola, Fanta, Sprite, Acqua Lilla, Acqua Sveva, Nestea, Powerade); Gruppo Danone (Activia, Vitasnella, Actimel, Mellin, Nutricia); General Mills (Haagen-Dazs); Kellogg Company (Kellogg’s, Pringles); Mars (M&Ms, Milky Way, Snickers, Twix, Uncle’s Ben); Mondelez Internazional Inc. (Philadelphia, Sottilette, Oro Saiwa, Milka, Halls, Hag, Tuc, Fonzies, Splendid, Ritz, Cipster, Fattorie Osella); Gruppo Unilever (Calvé, Algida, Ben&Jerry’s, Knorr, Lipton).



Nelle piantagioni, poi, non vengono coltivati prodotti di prima necessità alimentare ma, generalmente, prodotti voluttuari come il caffè, oppure si tratta di prodotti alimentari (semi da olio, frutti, canna da zucchero) richiesti e importati dai Paesi industrializzati (ma al prezzo fissato e imposto dagli stessi compratori), o si tratta di materie prime per le nostre industrie, come il cotone, il tabacco o il caucciù. In questo modo il Sud del Mondo è costretto a svolgere il ruolo di fornitore di materie prime, a basso valore commerciale, alle industrie del Nord ricco e di importatore di prodotti alimentari di base (generalmente cereali e latte in polvere) dal Mondo industrializzato, ad un prezzo molto più alto, che sfugge alla loro determinazione e che gonfia ulteriormente l'indebitamento con Istituti finanziari internazionali o privati dell'Occidente. Questa forma di dipendenza economica del Sud del Mondo viene anche indicata con il termine di "neocolonialismo".

Apparentemente l'agricoltura e l'allevamento del bestiame offrono una grande quantità di prodotti e una notevole scelta a disposizione dei vari gruppi umani. Confrontando, invece, la produzione agricola con l'aumento della popolazione e dei suoi bisogni, soprattutto nelle vaste regioni del Sud del Mondo, ci accorgeremo che nel corso degli anni è aumentata la quantità assoluta di prodotti, ma contemporaneamente la popolazione è incrementata più rapidamente, proprio nelle aree più povere come quelle africane; nello stesso tempo si assiste ad una riduzione del numero di vegetali e animali sfruttati economicamente se pensiamo che quattro prodotti, grano, riso, mais e patata occupano più del 38% delle terre arabili e sono i principali prodotti alimentari usati dall'uomo. Un esame della situazione produttiva mondiale ci offre la possibilità di vedere il modello alimentare dei vari popoli. I Paesi poveri si cibano di cereali, soprattutto mais, miglio, sorgo, riso, di tuberi e radici, come la patata dolce e la manioca, di legumi, di ortaggi; fanno scarso uso di carne (ad eccezione di quella suina e del pollame), di pesce e di latte. I Paesi ricchi hanno una alimentazione più varia, più ricca e superiore alle necessità; aumenta considerevolmente l'uso delle carni, del latte e derivati, delle verdure e della frutta, dei grassi e oli vegetali, dei prodotti voluttuari come il caffè, dello zucchero. Siamo di fronte ad una notevole diversificazione: i poveri ottengono lipidi e proteine dal mondo vegetale; i ricchi dal mondo animale.

Nonostante il miglioramento e la diversificazione dell'alimentazione, i cereali sono i maggiori fornitori di calorie e di altre importanti componenti nutrizionali. Prima che avvenissero le scoperte geografiche del XVI° secolo, prima delle occupazioni coloniali, si potevano distinguere quattro grandi sistemi cerealicoli, ognuno caratteristico di una determinata area geografica.
I quattro sistemi alimentari si basavano su: grano, al quale vanno uniti orzo, segale e avena, riso, mais e miglio, al quale si può aggiungere il sorgo.

L'area del grano si è estesa, dal suo nucleo iniziale nella "Mezzaluna fertile", nel bacino del Mediterraneo, poi nel Centro Europa e nelle pianure russe. I coloni europei hanno poi introdotto il grano nelle Americhe e in Australia, mentre precedentemente, attraverso contatti commerciali con popoli diversi, il grano approdava nelle pianure alluvionali dell'Asia centrale, meridionale ed orientale, fino alle piane settentrionali cinesi. Rimane ancora oggi considerato il cereale degli Europei.
L'area tipica del riso è quella asiatica con clima monsonico. Sono legati a questo prodotto la sistemazione dei campi, il terrazzamento dei pendii meglio esposti, la dipendenza dei contadini dalla regolarità delle piogge, l'alto numero di contadini, il controllo delle acque, il lavoro collettivo.
Il miglio, il cereale più piccolo, il primo ad essere stato sfruttato dall'uomo ai primordi dell'agricoltura, il meno esigente, è proprio dei Paesi africani delle savane e dei territori aridi dell'Asia centro-occidentale, caratteristico anche dei popoli nomadi che si fermano in un luogo solo per pochi mesi.
In fine il mais, il cereale americano, sfruttato fin dall'antichità dai Maya, come dagli Incas e dai popoli delle praterie del Nord-America, nelle vallate fluviali, nelle pianure e sui fianchi terrazzati delle Ande. Dall'America è passato in Europa e, poi, in Africa, nella Russia, in Asia, destinato agli uomini e all'allevamento degli animali.

LINEE DIRETTRICI DELLA PIANIFICAZIONE SPAZIALE

Ogni gruppo umano, soprattutto quando ha deciso di abbandonare le forme di vita legate al nomadismo, ha dovuto operare alcune scelte: decidere in quale luogo stabilirsi; come appropriarsi di un determinato spazio; come delimitarlo e difenderlo; come dividerlo per ottenere più possibilità di sfruttamento; come organizzare l'occupazione; come rispondere alle difficoltà ambientali, ecc.
Essendo iniziata, con l'agricoltura, la sistemazione degli spazi, esamineremo alcune linee guida, alcuni "strumenti", attraverso cui sono avvenute le trasformazioni dell'ambiente naturale con la creazione di spazi agricoli. Non tutti i popoli hanno trovato le medesime soluzioni, perciò le risposte sono tante, diverse tra loro, a volte vistosamente, a volte con lievi sfumature, ma tutte riconducibili a idee guida universali: distruggere e sostituire la vegetazione naturale, liberare il terreno dagli ostacoli, dissodarlo, regolare i corsi d'acqua, portare l'acqua nelle regioni aride e movimentarla in presenza di aree paludose, distruggendo così importanti ecosistemi ricchi di biodiversità .

I risultati più evidenti che noi possiamo osservare sono quelli ottenuti con le opere di intervento sulla morfologia, i terrazzamenti e livellamenti, e sull'idrografia, sistemazioni idrauliche e bonifiche, ma in molte regioni permangono i segni di altri interventi, come quelli che delimitano le proprietà o sono il risultato di antichi sistemi agrari (la rotazione triennale delle colture del periodo medievale con maggesi che lasciavano riposare la terra dove l'erba, ricca di leguminose e graminacee, poteva rigenerare il terreno).
La costruzione delle sterminate gradinate lungo i fianchi delle catene montuose e collinari asiatiche, nei Paesi mediterranei o lungo i pendii andini nel Sud-America è sempre partita dal basso, procedendo verso le parti alte, in stretto rapporto al crescere delle esigenze dei gruppi umani: veniva costruito un muretto di sostegno a secco con sassi ben combinati tra loro. Poi riempivano il terrapieno sino all'altezza del muretto con la terra fatta scendere dall'alto, proseguendo l'opera con la costruzione di un altro muretto, appoggiato sul terrapieno sottostante. Generazione dopo generazione, i contadini hanno ridisegnato la morfologia di intere regioni. In Asia, in quelle strette strisce di terreno reso pianeggiante, seguendo le curve di livello, fitte quando il pendio è molto inclinato, distanziate se la pendenza non è forte, si coltivava e si coltiva ancora soprattutto il riso; sui terrazzi liguri, invece, i contadini hanno coltivato gli olivi e la vite e, recentemente, ortaggi o fiori in serre.

I campi recintati sono un modo di organizzare il suolo agricolo, con recinzioni di siepi o muretti, per lo più coincidenti con i confini delle diverse proprietà. Il passaggio dai campi aperti (open field) ai campi recintati, è un fenomeno che si è diffuso in epoche diverse in quasi tutti i Paesi dell'Europa Occidentale. Si è passati da una pratica agricola in cui i contadini prendevano insieme le stesse decisioni in tema di aratura, semina, raccolto, a decisioni individuali dei singoli proprietari, a partire dal XII secolo, soprattutto ciò avvenne quando alcuni si dedicarono alla coltura dei campi mentre altri preferirono allevare animali, in particolare ovini e bovini. In Francia, soprattutto nella zona atlantica, i campi recintati sono da secoli la caratteristica del paesaggio agrario e hanno il nome caratteristico di bocage: i campi e i prati sono delimitati da terrapieni sormontati da siepi o da filari di alberi che segnano i confini di lotti di terreno di forme e dimensioni diverse, e in cui gli insediamenti abitativi sono diffusi in fattorie o piccole frazioni.

L'occupazione e la trasformazione di nuove terre può avvenire come conseguenza della costruzione di vie di comunicazione, programmate proprio a questo scopo: sono esempi la costruzione delle ferrovie transcontinentali americane o le strade amazzoniche di questi ultimi decenni, come la costruzione di alcune vie consolari, come la via Emilia, dell'antica Roma.

Il controllo e l'utilizzazione delle acque rappresentano un altro problema dell'agricoltura: magre o piene rovinose dei fiumi, aridità e terre paludose, hanno obbligato i contadini, sin dai primi momenti di sviluppo dell'agricoltura, a progettare sistemi adatti a fronteggiare eventi naturali negativi. In Egitto come in Mesopotamia, nella vallata dell'Indo come in quella cinese dello Huang He, il Fiume Giallo, l'uomo, attraverso continue osservazioni, prove ed errori, ha imparato ad arginare i fiumi soggetti a rovinose piene, a costruire sbarramenti e bacini di contenimento dell'acqua, a scavare canali e corsi d'acqua minori, a deviare il corso dei fiumi, a trattenere le acque abbondanti per i periodi di siccità.
In molti casi queste gigantesche opere idrauliche, per le quali era necessaria l'utilizzazione di numerose braccia, una esecuzione precisa ed assidue cure di manutenzione, furono portate a termine nel corso di diverse generazioni; anzi alcune opere proseguono ancora ai giorni nostri perchè, abbandonare la manutenzione, potrebbe significare la crisi di interi sistemi agricoli. Esempio grandioso è quello cinese lungo il Fiume Giallo, lo Huai He e lungo il Chang Jiang, il Fiume Azzurro, fiumi che con le loro alluvioni hanno dato origine a vaste pianure fertili ma che, durante le piene, provocavano anche rovinose distruzioni. A ciò si aggiunga la costruzione della Grande Muraglia per difendere le terre coltivate dalle invasioni dei popoli pastori del Nord, e queste opere sono la storia del popolo cinese negli ultimi 4.000 anni.

Un secondo esempio di grandi pianificazioni idrauliche è quello avvenuto nella valle del Nilo. Le scarse piogge di questa desertica regione attraversata da un fiume dalla portata irregolare, con piene stagionali tra luglio e ottobre, dovute alle piogge zenitali dell'Acrocoro Etiopico portate al Nilo dal Bahr el-Azrak (Nilo Azzurro) e dall'Átbara, portatori del prezioso limo, spinse i contadini, sotto la direzione della casta dominante, a faticose opere per regolare la portata del fiume ottenendo benefici per tutto l'anno. Canali e dighe vennero nel corso dei millenni costruiti per ottenere il massimo della produttività in un ambiente naturale ostile. Nel secolo scorso sono state costruite alcune dighe nella regione di Assuan, fino all'ultima, la Grande Diga, inaugurata nel 1971, originando il vasto Lago Nasser. Questa opera, che doveva servire a produrre una grande quantità di energia idroelettrica per l'industria egiziana, ha portato con sè anche un risultato negativo, bloccando nel bacino lacustre il prezioso limo che per secoli aveva fertilizzato naturalmente le terre egiziane durante le esondazioni del fiume, costringendo ora i contadini ad utilizzare concimi chimici di importazione.

Un'altra oasi di antica agricoltura è il Punjab, la terra dei cinque fiumi che, più a Sud, si uniscono per formare un solo grande fiume. l'Indo: siamo anche in questo caso, in una regione con scarse precipitazioni, dove dominano steppe e deserti. Qui i contadini hanno dovuto praticare l'irrigazione attingendo l'acqua dai fiumi e dai canali che andavano scavando. Contemporaneamente si dovettero affinare le tecniche di costruzione di terrapieni, dighe, canali per deviare l'acqua; un lavoro costante e faticoso che è proseguito per secoli fino alla ideazione di grandiose dighe, quando la regione era dominio inglese negli ultimi due secoli. Nel 1960 fu firmato un accordo tra India e Pakistan per la realizzazione di un complesso sistema di sbarramenti e laghi artificiali, chiamato Sistema di Tarbela.

Nel nostro Paese, molti sono gli interventi per correggere l'idrografia con ampie bonifiche, credendo di fare opera positiva per l'ambiente, soprattutto nella Pianura Padana, nelle conche paludose, lungo le coste; dal Piemonte al Veneto, dalla Lombardia all'Emilia e Romagna, dalla Toscana al Lazio, dalla Puglia alla Sicilia e alla Sardegna, ogni regione ha visto susseguirsi le diverse opere di costruzione di argini, canali, dighe, fossi di drenaggio, terrapieni, bacini di raccolta delle acque. In Piemonte, nell'Ottocento e nel secolo scorso fu realizzato un imponente sistema idraulico che preleva l'acqua dal Po e, più a Est, dal Lago Maggiore attraverso il Ticino, mediante canali e diramatori, per favorire lo sviluppo agricolo e soprattutto la risicoltura, proseguendo il lavoro di scavo di rogge e sfruttamento dei fontanili iniziato secoli prima.

La Roggia Mora, venne realizzata nel suo tratto attuale a seguito del diploma del giovane duca Gian Galeazzo Sforza del 15 novembre 1481, che autorizzava lo zio Ludovico il Moro a prelevare dalla Sesia l'acqua che serviva ad irrigare le sue tenute ducali nel Vigevanasco. Per questo scopo Ludovico utilizzò la Roggia Nuova, denominata Rugia Nova, già esistente dal XII secolo tra la Sesia e l'Agogna, che portava le acque del fiume a Novara, realizzando tra il 1481 ed il 1488 i lavori di ampliamento e di prolungamento di tale corso d'acqua con un nuovo canale dall'Agogna alla tenuta Sforzesca di Vigevano attraverso il Terdoppio, riutilizzando tra Agogna e Terdoppio la roggia già fatta scavare da Guglielmo Barbavara. La Roggia Mora, con una portata media di circa 12 m³/s e un percorso di quasi 60 Km, costituisce uno dei più antichi esempi di "interconnessione" di corsi d'acqua diversi: è alimentata dalla Sesia e intercetta le acque dei torrenti Strona, Agogna e Terdoppio e, da ultimo, le sue acque vanno ad integrarsi con quelle del Ticino.

Ma fu il progetto del Canale Cavour a portare grandi quantità d'acqua nelle pianure del riso grazie alla decisione presa dallo statista divenuto nel 1852 Presidente del Consiglio, che fece approvare il progetto dal Parlamento Italiano nel 1862. I lavori iniziarono nel 1863 quando, per impulso del ministro Quintino Sella, già presidente della Provincia di Novara, si giunse alla posa della "pietra fondamentale" all'imbocco del costruendo canale; i lavori furono eseguiti da manovalanza contadina usando pale e carriole. Il 12 aprile 1866, a meno di tre anni dall'avvio dei lavori, il canale era realizzato; ha una lunghezza di 86 chilometri, di cui 26 tra Sesia e Ticino, una portata massima all’imbocco di 110 m³/s (alle acque del Po si uniscono quelle della Dora Baltea) e, ad est della Sesia, di 85 m³/s, a cui si aggiungono le acque del Diramatore Alto Novarese, biforcazione del Canale Regina Elena terminato nel 1954.
Il Canale Cavour è considerato il più grande canale d'irrigazione in Italia, lungo il quale in meno di tre anni furono costruiti 101 ponti, 210 sifoni e 62 ponti-canale utili a superare strade e corsi d'acqua. Tra il 1870 e il 1874, fu scavato poi il Diramatore Quintino Sella, che ha la sua presa dal Canale Cavour accanto ad una centrale idroelettrica, alimentata dalle stesse acque, a nord di Veveri dove si è formato il nodo di canali. Raggiunge una portata max 32 m³/s nei mesi primaverili ed estivi quando le risaie richiedono grandi quantitativi di acqua.

Uno degli esempi più vistosi e complessi di creazione di spazio prevalentemente agricolo è quello olandese. Nel XIII secolo il Mare del Nord sommerse completamente una vasta area di paludi, banchi e dune di sabbia, dando origine allo Zuider Zee, distruggendo le collinette (terpen) e le dighe (dam), che i contadini olandesi avevano edificato dall'XI secolo per riparare i loro campi. L'opera ricominciò con nuove dighe e canali di scolo delle acque, prendendo slancio da quando, nel 1414, furono impiegati i mulini a vento verticali per pompare l'acqua, sollevandola dalle terre basse, attraverso le dighe, fino all'esterno dei polder, bonificando vasti territori. Le idrovore, movimentate dal vento mediante i mulini, sono oggi sostituite da pompe moderne, ma l'opera incessante continua, con nuove dighe, come quella completata nel 1932 che ha ridotto il Zuider Zee in un lago, oggi chiamato Ijessel Meer, costruendo nuovi polder, nuovi villaggi, nuove serre per fiori e primizie, nuovi pascoli: uno spazio artificiale programmato attraverso i secoli da un popolo che si identifica con la propria "creatura".

In tutti questi casi e in molti altri, le sistemazioni idrauliche, la costruzione di dighe e canali, il controllo costante delle acque, divengono la principale direttrice della sistemazione dello spazio agricolo, permettendo nuovi insediamenti, la nascita di grandi villaggi e di città, la creazione di un ambiente tutto nuovo, diverso da quello naturale che viene completamente trasformato, piegato ai bisogni e ai disegni umani.
A volte, accanto ai risultati positivi, si vengono a creare, a causa dell'irrigazione, degli inconvenienti molto gravi: la salinizzazione dei terreni, quando le terre mancano di buoni sistemi di scolo delle acque; l'abbassamento continuo della falda idrica troppo intaccata dai prelievi; la diffusione di gravi malattie portate da parassiti e insetti che hanno il loro habitat nelle regioni umide e paludose (malaria e febbre gialla); la lenta scomparsa di antichi mari relitti come è avvenuto per il lago d'Aral, per un forte sfruttamento agricolo, e il lago Chad per la scarsità di precipitazioni nella regione.

MODI DI PRODUZIONE E ORGANIZZAZIONE DELLO SPAZIO

I vari gruppi umani, fin dai tempi più remoti, hanno dovuto dare una risposta adeguata ad alcuni bisogni vitali o primari: procurarsi il cibo e l'acqua, cucinare il cibo e conservarlo, costruirsi un ricovero, coprire il proprio corpo, organizzare la vita sociale di gruppo, programmare gli spostamenti tra un territorio e un'altro, ecc.
La Terra, con le sue risorse naturali, cioè l'ambiente, è il "grande mercato" dal quale prelevare ciò che serve. Ma molte risorse grezze non sono adatte all'immediata utilizzazione, perciò devono essere trasformate, rese utili all'uso, mediante il lavoro, con l'impiego di strumenti materiali, come un bastone, una pietra scheggiata...un'aratro..ec.; solo dopo la trasformazione diverrà un bene di consumo, o un altro bene strumentale da impiegare nella produzione di altri beni.

Nasce così l'attività economica che consiste nel produrre quei beni che possono soddisfare i bisogni; nello scambiarli con altri; nel consumarli o nel reimpiegarli. Il possesso di questi beni economici (prodotti, strumenti, abitazioni, terreni o denaro) determina, nel linguaggio economico, la ricchezza. Se consideriamo la consistenza, in un determinato momento, di tutti i beni posseduti da una persona, allora si parla di ricchezza patrimoniale; se invece si osserva nel tempo un flusso di beni economici, cioè un aumento di ricchezza, allora si usa il termine reddito. L'uomo, svolgendo questa attività economica che richiede sforzi a volte notevoli, tende ad ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, e per fare ciò impiega dei mezzi, degli strumenti sempre più perfezionati, che rispondono alle sue esigenze.

Ogni gruppo umano, in base al proprio progetto di vita, e per realizzarlo, si organizza attraverso fitti rapporti di relazione tra i vari componenti del gruppo, detti rapporti sociali. L'organizzazione dei rapporti sociali implica un forte legame tra i componenti dello stesso gruppo parentale, familiare o tribale, un sistema di valori, delle tradizioni, delle credenze religiose, la divisione dei compiti sociali e, quindi, la divisione della società in gruppi, categorie, classi, l'esercizio del potere decisionale.

Attraverso questa complessa organizzazione sociale si predispone la produzione, cioè si attua l'attività economica del gruppo, con una divisione del lavoro, in base alla specializzazione, norme precise (leggi) che regolano il possesso dei mezzi di produzione (capitale), decidendo cosa produrre, quali risorse usare, quanto deve essere prodotto per soddisfare i bisogni, e quali bisogni devono essere considerati più importanti, come deve svolgersi la produzione, per chi bisogna produrre (per tutti o solo per un gruppo...), quanto lavoro serve e chi lo deve fornire (uomini, donne, componenti del gruppo, schiavi...)

organizzazione dei rapporti sociali + organizzazione della produzione
= modo di produzione= sistema economico
il sistema economico si concretizza, si proietta
nell'organizzazione dello spazio

Questa organizzazione del lavoro viene indicata anche con l'espressione "tipo di economia". Se consideriamo che ogni tipo di economia, essendo espressione di una organizzazione sociale, si identifica con quella particolare società, allora possiamo utilizzare un'altra espressione che indica l'insieme formato dall'organizzazione dei rapporti sociali e del tipo di economia corrispondente: modo di produzione, e anche, sistema economico.
I diversi modi di produzione e, quindi, le diverse società, in presenza di condizioni ambientali simili, possono dare, e quasi sempre danno, risultati diversi, risposte diverse ai bisogni, presentano valori differenti e organizzazioni dissimili, a volte completamente opposti. Ecco perchè l'organizzazione dello spazio, proiezione della vita del gruppo sociale e del suo sistema economico, cioè del modo di produzione, presenta tante varietà, tante soluzioni: i paesaggi agrari, come quelli urbani e industriali, sono così diversi, pur in presenza di ambienti morfologici, climatici, vegetali simili, perchè diversi sono i progetti e diverse le formazioni economico-sociali.

MODELLI ORGANIZZATIVI DELLO SPAZIO NELLE AGRICOLTURE TRADIZIONALI

Anche le Società tradizionali tecnicamente poco evolute, quando si dedicano alle pratiche agricole, occupano, delimitano e organizzano un loro spazio. In questo spazio conosciuto e che dà sicurezza al gruppo, i membri della Società (tribù, clan familiare...) convivono da molte generazioni, secondo ordinamenti tradizionali provati nel tempo che garantiscono la stabilità e la sopravvivenza del gruppo. Apparentemente con disordine, lo spazio è organizzato in aree che svolgono funzioni diverse, collegate da sentieri e piste percorsi dalle corvé di donne e bambini che raccolgono la legna, le bacche, le radici e tutto ciò che serve alla sussistenza del gruppo.

Il progetto, lo scopo che queste Società si prefiggono di raggiungere, è l'autosussistenza del gruppo. Attraverso i rapporti di parentela sono fissati annualmente i diritti di utilizzazione del suolo in base alle necessità, la destinazione dei campi tra le varie colture, la suddivisione dei raccolti, l'organizzazione della produzione alimentare, comprese le eccedenze per costituire le riserve (sementi, scambi, consumi rituali durante le feste...). Questa organizzazione sociale e produttiva è trasmessa da una generazione all'altra come patrimonio culturale e questa eredità di capacità, di risposte, di conoscenze tecniche e di finalità, partita dagli antenati fondatori del clan, mitizzati e ricordati in ogni cerimonia religiosa, in ogni festa, deve essere rispettata per poter garantire la sopravvivenza del gruppo.
Il compito degli anziani e dei capi tribù è quello di presiedere ogni festa e ogni rito durante i quali viene trasmessa la cultura tradizionale, controllando che tutti i valori siano mantenuti nella tradizione dalle generazioni più giovani. Questa cultura ancora presente in larga parte del mondo, per lungo tempo è stata anche nostra, anzi, in molti gruppi umani anche del nostro Paese sono ancora pienamente immersi nei valori, nelle tradizioni e nelle leggi di allora.

La sistemazione di questi spazi tradizionali viene attuata mediante il lavoro individuale e collettivo che fornisce l'energia necessaria per le varie operazioni, un lavoro rituale con divisione dei compiti tra le donne (molte volte i lavori più faticosi), uomini e bambini e tra le varie classi di età. Lo spazio così organizzato diviene un prodotto di tutto il gruppo sociale, il quale si identifica con la propria creatura, uno spazio con una ricca simbologia di segni, di limiti, di direzioni, di suddivisioni che sottolinea il prestigio e la coesione del clan parentale.

Possedendo scarsa capacità tecnologica di trasformazione, le Società tradizionali sono più condizionate nella loro azione dall'ambiente naturale: potenzialità scarsa dei terreni, morfologia, clima e idrografia naturale, pongono ostacoli e limitano l'attività produttiva, imponendo lunghi maggesi di riposo. La pratica del debbio con il fuoco recupera uno spazio sottraendolo alla foresta o alla boscaglia. Il terreno liberato con il fuoco e fertilizzato dalla cenere e dai rifiuti domestici o dalle deiezioni degli animali allevati, viene coltivato in modo diverso: presso le capanne, riparati da siepi e rami secchi, i piccoli orti familiari curati dalle donne e dai bambini assiduamente; poi i campi con colture intensive di manioca, mais, banane; più lontano le aree adibite alle colture estensive con rotazione tra miglio, sorgo, arachidi o altro, e lunghi maggesi; in fine gli spazi dove si alternano i vecchi terreni coltivati e poi abbandonati invasi dalla boscaglia secondaria (la savana) e dove si estendono le praterie, sfruttate per il pascolo itinerante, generalmente svolto da particolari tribù che coesistono con gli agricoltori.

Quando il terreno coltivato pede la sua potenzialità viene abbandonato; viene debbiato un nuovo trattto di boscaglia, si sposta il villaggio e si inizia da capo la sistemazione dello spazio, con le diverse suddivisioni, le nuove assegnazioni, anno dopo anno, fino a ritornare, dopo un lungo periodo (dai 10 ai 20 anni) al punto iniziale. In questo sistema non ha senso parlare di possesso e di valore economico della terra, è inutile cercare documenti catastali e notarili, mappe che segnino i confini dei vari appezzamenti; la terra è della comunità e ogni famiglia, sul terreno assegnato in base alle necessità, svolge il suo lavoro in uno spazio che gli apparterrà solo per quell'anno, fino alla nuova assegnazione.

In queste regioni del Sud del Mondo africano, asiatico e latino-americano la colonizzazione europea ha operato, negli anni, una espropriazione di vasti spazi che appartenevano tradizionalmente ai diversi gruppi tribali, un possesso d'uso collettivo non codificato come nella società europea con documenti scritti ufficiali, ma riconosciuto dagli altri gruppi confinanti; ogni clan o tribù prendeva possesso di un territorio, lo delimitava percorrendolo periodicamente, dando un segnale ai vicini, lo organizzava, lo difendeva da possibili sconfinamenti degli altri gruppi.
Privati del loro spazio, queste Società tradizionali sono state scardinate, disgregate: non si riconoscono più i legami parentali e i valori tradizionali, vengono a mancare gli scopi, le credenze religiose si affievoliscono, cessa l'autorità degli anziani, danze e pratiche sociali non hanno più senso e divengono riti vuoti di significato eseguiti per ottusi turisti occidentali che non ne capiscono il senso, in ultina analisi viene sconvolta la loro cultura.

Il progetto delle Società occidentali è così imposto alle Società tradizionali del Terzo Mondo attraverso l'occupazione coloniale, che prosegue oggi con l'azione delle Società multinazionali. Nascono i contrasti tra i due progetti e quello tribale ne esce distrutto, scardinato e, se non soccombe, si isola in spazi ridotti. È un contrasto tra due modi di produzione: uno ha come scopo la stabilità nell'auto-sussistenza, l'altro ha come fine il profitto, il progresso materiale, l'aumento dei consumi, l'accumulazione del capitale.

Il dualismo dei tipi di economia e Società si tramuta in un dualismo di organizzazione spaziale. Gli spazi sottratti all'economia tradizionale e destinati a colture commerciali o speculative sono detti "spazi alienati" e non sono più controllati dalle popolazioni locali (che vivono da estranei, da stranieri, su terreni una volta da loro utilizzati e che ora appartengono ad altri), ma sono organizzati, pianificati e sopravvivono solo in conseguenza delle decisioni dei consigli di amministrazione di società americane, europee, giapponesi o di gruppi speculativi locali di affaristi legati al capitale straniero, fosse anche della Cina o di altri Paesi emergenti. Gli interessi competitivi internazionali scatenano lotte, speculazioni, corruzione, originano profitti elevati, sprechi e distruzioni ambientali, senza apportare miglioramenti economici e sociali alle popolazioni locali.

Quando le condizioni ambientali divengono negative per l'attività dell'uomo, come in presenza di elevate e vaste catene montuose e di aree desertiche, allora gli spazi agricoli si riducono di dimensione e si distribuiscono come punti o strisce verdi in regioni ove dominano i colori della nuda roccia e della sabbia: sono le oasi irrigue nei deserti e le vallate attraversate da torrenti e fiumi nelle regioni montuose.
Il mondo tradizionale delle oasi, intensamente coltivate, con le caratteristiche palme da dattero alla cui ombra crescono cereali e ortaggi, sempre messe in pericolo dall'avanzata delle dune di sabbia, con le case basse e piatte, costruite con semplici mattoni di argilla cruda, tutte simili tra loro, nella generale miseria, un paesaggio di solitudine rimasto quasi immutato nei secoli, viene da pochi anni sconvolto o dalla scoperta di giacimenti di idrocarburi, o dalla introduzione di nuove tecniche di captazione delle acque del sottosuolo e dall'uso delle serre di plastica, irrigate con acqua dissalata del mare. In molti casi, soprattutto in Nord Africa e nel Vicino Oriente, è arrivato il turismo, sviluppando un piccolo commercio di oggetti, in gran parte prodotti in serie in Paesi esteri lontani, mentre società straniere hanno costruito molti Resort, Hotel, Villaggi turistici favorendo il turismo di massa.

Nasce così un dualismo di realtà sociali: da una parte l'oasi tradizionale immutata nelle strutture e nelle funzioni; dall'altra le oasi, raggiunte da vie di comunicazione e mezzi moderni dove si è sviluppata l'attività turistica (vedi immagine satellitare di Dubai), artigianale e, a volte, industriale (legata all'estrazione del petrolio), o quelle che hanno adottato i nuovi sistemi di irrigazione, come l'oasi di Al Kufrah, o quella di Uargla, come quelle riprese dal satellite in Giordania tra i monti del deserto Wady Rum, nel ricco Katar o in Arabia Saudita con i sistemi irrigui circolari a perno centrale (detti anche irrigazione a pivot centrale) con la relativa raccolta di frutti.

In antitesi all'agricoltura delle regioni aride, l'Asia dei Monsoni presenta una occupazione intensiva dello spazio. È questo il regno del riso, dove abbondanti sono le precipitazioni o dove queste possono essere integrate da una capillare rete di canaletti per l'irrigazione; degli altri cereali asciutti (grano, miglio, sorgo) dove le piogge sono più tenui; di ortaggi e piante da olio, patata dolce e manioca nei piccoli orti familiari, lungo gli argini delle risaie, sui terrazzi e sui fianchi delle colline.

La caratteristica dominante è il numero elevato della manodopera (immagini simili si potevano vedere anche nelle nostre risaie sino agli anni Cinquanta del secolo scorso, oggetto anche di famosi film); una campagna coltivata come un immenso giardino, con cure assidue durante quasi tutto l'anno, con più semine e più raccolti, là dove il clima tropicale monsonico è più favorevole; un paesaggio collinare e montano tutto tagliato a terrazze che disegnano campi di dimensione variabile e sottolineano le curve di livello, con camere risicole perfettamente pianeggianti, contornate dagli argini che trattengono l'acqua delle piogge monsoniche e un sistema di semplici ma funzionali chiuse che permettono il passaggio dell'acqua dalle risaie più elevate a quelle di fondovalle.

Questo sistema idraulico di vasta portata, lo scavo dei canali, la deviazione e l'arginatura dei fiumi, la distribuzione dell'acqua tra i vari campi, ha originato sistemi di solidarietà nell'interno delle comunità contadine ma, per ben funzionare, ha determinato il sorgere di regimi assoluti con una folta schiera di funzionari e tecnici. Dovendo mantenere con buona parte del raccolto il prestigio e il sostentamento delle classi dominanti, i contadini asiatici sono sempre vissuti al limite della pura sussistenza e della miseria.

Nell'interno del mondo della risaia vi sono notevoli varietà, diverse scelte operate nel tempo dalle varie comunità per dare risposte concrete a popolazioni così numerose. Accanto alle campagne parco dell'India, dove gruppi di alberi rompono la monotonia dei campi aperti, e dove i grandi proprietari stanno seguendo le indicazioni della "rivoluzione verde", con l'introduzione di sementi più redditizie, concimi chimici, mezzi meccanici, moderni sistemi di irrigazione, permangono ampie regioni dove i sistemi tradizionali si mantengono immutati nel tempo.

Ancor più trasformata nelle tecniche è l'agricoltura giapponese, sud-coreana e quella di Taiwan, pur in presenza delle strutture dell'agricoltura tradizionale: aziende di piccole dimensioni, campi ancora frammentati e ridotti in superficie (tanto che la maggior parte degli attrezzi agricoli meccanici sono di potenza molto minore rispetto a quelli usati nelle nostre campagne), usanze e cerimonie propiziatorie come in passato, la stessa sottomissione, in netto contrasto con le soluzioni delle bio-tecnologie, le direttive degli agronomi, i sistemi moderni di commercializzazione e trasformazione dei prodotti. Una agricoltura, comunque, lasciata al mondo femminile e agli anziani: i giovani sono stati attirati dalle illusioni di una vita migliore nelle città e nelle aree industriali e del terziario finanziario delle megalopoli costiere, regioni in continua espansione a scapito proprio degli spazi agricoli.

Il mondo asiatico è ad un bivio: mantenere i sistemi tradizionali della sussistenza intensiva, consolidata nel tempo con discreti risultati, oppure intraprendere la rivoluzione verde e la forte meccanizzazione, con il pericolo di concentrare la terra nelle mani dei grandi proprietari o di società straniere, di aumentare la dipendenza dai Paesi industrializzati, di innescare processi di degrado ambientale, di aumentare i debiti per l'acquisto di sementi selezionate e concimi chimici, di espellere milioni di contadini dalle campagne ingrandendo la schiera dei disoccupati?

MODELLI ORGANIZZATIVI DELLO SPAZIO NELLE AGRICOLTURE MODERNE

Dopo molti secoli di lente modifiche, aggiustamenti, prove di sistemi produttivi diversi, lo sviluppo mercantilistico legato alle scoperte e conquiste coloniali del XVI secolo, la crescita della ricchezza nelle mani di nuovi strati sociali, diversi dalla vecchia nobiltà terriera, in molti casi di origine feudale, andava modificando il modo di produzione in Europa, con una sensibile accumulazione di capitali (terra, denaro, botteghe artigianali, navi, banche, ecc.). I miglioramenti produttivi dell'agricoltura a partire dal XVII secolo, le scoperte scientifiche e la loro pratica utilizzazione nel settore artigianale, il lento ma costante sviluppo di tecniche di produzione, in una parola, la rivoluzione industriale, con l'adozione di una diversa fonte energetica, il carbone, portano al consolidamento del nuovo modo di produzione, detto capitalistico o ad economia di mercato.

Lo scopo di questo nuovo modo di produzione è il profitto, il completo controllo da parte di un ristretto gruppo sociale, la borghesia, dell'organizzazione della produzione, il controllo, quindi, dei mezzi o fattori della produzione, in primo luogo gli impianti produttivi, le macchine, i capitali finanziari, le terre. La Società si divide così in due blocchi: da una parte una ristretta classe sociale che detiene il controllo del capitale, classe che sarà indicata come quella del padronato; dall'altra i lavoratori salariati, i proletari che dispongono solo della loro forza lavoro, del numero di braccia presenti nella famiglia, compresi donne e bambini, forza offerta ai detentori del capitale per produrre beni e servizi richiesti soprattutto dalle classi benestanti, ottenendo in compenso un misero salario. Essendo numerosi coloro che offrivano la loro forza lavoro, in rapporto alla domanda degli imprenditori che, sia in agricoltura e ancor più nelle nascenti industrie, potevano utilizzare anche le macchine e altri fattori della produzione più competitivi e meno onerosi, i salari per lungo tempo vennero mantenuti bassi, con condizioni misere della popolazione.

La concezione liberista che sorregge tale sistema economico propugna che lo sviluppo economico debba essere realizzato autonomamente dalle libere forze che operano sul mercato, in regime di concorrenza e di lotta per ottenere il proprio interesse personale, nel rispetto pieno della proprietà privata dei capitali e dei mezzi di produzione, nella piena libertà di sviluppo delle imprese e di contrapposizione tra capitale e forza lavoro, nella libertà commerciale completa, senza ostacoli doganali e barriere protettive.
La ricerca scientifica, il suo sviluppo come lo sviluppo tecnologico, le innovazioni servono all'organizzazione della produzione, perciò la Scienza deve essere asservita alla Produzione, all'aumento della produttività per aumentare il profitto.
Lo Stato non si deve occupare di economia; deve provvedere alle infrastrutture (vie di comunicazione, sistemi di collegamento, impianti di distribuzione dell'energia, ec.) e dei servizi pubblici e sociali.

Naturalmente con gli anni la Società si è andata trasformando nelle sue strutture, con una nuova e molto complessa organizzazione dei rapporti sociali risultanti dalle interazioni tra numerosi sistemi e sottosistemi di relazioni, sul piano sociale, politico, culturale; sono stati sostituiti i valori, a quelli della solidarietà e protezione del gruppo, a quelli parentali, subentrano i valori del successo economico, del possesso di beni materiali, del denaro, del benessere materiale: l'uomo non conta per quello che "è", ma per quello che "ha".
In questo modello di Società bisogna consumare sempre più, così si dovrà aumentare la produzione, diversificarla, per rispondere a crescenti bisogni, alla domanda dei consumatori, stimolata e creata dallo stesso sistema produttivo con i mezzi più persuasivi, primo tra tutti la pubblicità e la televisione e, oggi i Social Media, o Social Network, che con continui messaggi originando enormi effetti sia sulla società nel suo complesso, sia sui comportamenti dei singoli.

Il primo ad occuparsene fu Marshall McLuhan quando affermò che il mezzo tecnologico che determina i caratteri strutturali della comunicazione produce effetti pervasivi sull'immaginario collettivo, indipendentemente dai contenuti dell'informazione di volta in volta veicolata. Di qui la sua celebre tesi contenuta nel libro Gli strumenti del comunicare secondo cui il medium è il messaggio che diverrà poi, nel 1967, Il medium è il massaggio.
Quello del villaggio globale (1968) è un'altra espressione di McLuhan per indicare come, con l'evoluzione dei mezzi di comunicazione, tramite l'avvento del satellite che ha permesso comunicazioni in tempo reale a grande distanza, il Mondo sia diventato piccolo e abbia assunto i comportamenti tipici di un villaggio. Le nuove forme di comunicazione, specialmente radio, televisione e Internet, hanno trasformato il globo in uno spazio fisicamente molto più contratto di un tempo, in cui il movimento di informazione da una parte all'altra del Mondo è istantaneo.

Per temperare i molti effetti negativi del sistema che privilegia solo i settori dove gli investimenti danno i mmaggiori profitti, le maggiori accumulazioni di capitale, in contrapposizione al nuovo modello di produzione adottato, secondo i principi del Socialismo, in URSS dal 1917, lo Stato, pur riconoscendo la libertà e il ruolo del capitale privato, affermò la volontà di intervenire nell'organizzazione della produzione, non solo nel settore dei lavori pubblici, ma anche in quelli ritenuti sacrificati o considerati strategici, importanti per la sicurezza della collettività, come quello della produzione di energia, dell'acciaio, dei trasporti, della sanità, e altri ancora.

Attraverso le decisioni di Bilancio, l'attuazione di provvedimenti di indirizzo generale dell'economia, i provvedimenti fiscali, gli incentivi e gli aiuti economici, le agevolazioni finanziarie, lo Stato, non solo interviene in prima persona nell'organizzazione della produzione, ma indirizza anche l'attività del capitale privato, la coinvolge nella fissazione degli scopi di interesse generale e, soprattutto, lo Stato e il capitale privato, con le sue leggi di mercato e di profitto, organizzano lo spazio. Questo nuovo sistema viene detto ad economia mista e, in alcuni Paesi, socialdemocrazia.

Analizzando le varie componenti del paesaggio agrario europeo, la forma e l'ampiezza dei campi, l'abitato, le strade, ecc., ci accorgiamo che la sistemazione dello spazio non è uniforme, che ancora non si è completata quella organizzazione derivata dal nuovo modello di sviluppo capitalistico, che persistono vaste regioni che non hanno ancora realizzato la completa specializzazione produttiva e dove permangono i segni della policoltura e della rotazione triennale che facilitavano la biodiversità, con campi a strisce adibiti a varie colture, le campagne aperte con i tipici villaggi raggruppati, segni di una economia comunitaria, con aree dove invece permangono le sistemazioni a campi chiusi, con le caratteristiche siepi o i muretti di pietra a secco.

In altre regioni sono già avvenute le modifiche: sono valorizzati solo i terreni migliori, mentre quelli con potenzialità minore hanno visto cambiare la loro funzione, a volte radicalmente, come quando sono divenuti spazi della periferia urbana o destinati agli insediamenti industriali e commerciali; sono scomparsi i segni della policoltura e i campi si sono fatti più vasti (con la ricomposizione fondiaria e la concentrazione delle terre), le colture meno diversificate (specializzazione delle aree con monocolture intensive, ma negative per l'ambiente distruggendo la biodiversità in vaste regioni); sono scomparsi tutti gli ostacoli interposti all'uso delle macchine agricole (eliminazione dei campi chiusi, distruzione di siepi e muretti, a volte sostituiti, su spazi più ampi, da staccionate e filo spinato, abbattimento di boschetti e filari di alberi di importanza vitale per l'ambiente, ricchi com'erano di diversificazione e capaci di ridurre gli effetti negativi del vento); sono state tracciate nuove strade, più larghe e più rispondenti all'uso di macchinari agricoli pesanti ( bulldozers, mietitrebbiatrici, ecc.); sono comparsi nuovi sistemi meccanici e automatizzati di irrigazione, è divenuto normale l'uso su vaste aree di serre e teli di plastica per colture specializzate e altamente redditizie; è avvenuta una visibile trasformazione degli edifici che compongono l'azienda agricola (stalle moderne climatizzate, depositi per le macchine, recinti per la stabulazione libera dei bovini, silos per i mangimi), in una parola sono avvenuti quei cambiamenti che permettono di mutare il termine di contadino in quello di agricoltore o imprenditore dell'agricoltura.

In questa fase di transizione avremo quindi un dualismo di sistemazioni spaziali, spazi che ricordano i tradizionali sistemi agrari e spazi che evidenziano già il cambiamento del modo di produzione, monocolture specializzate, come quelle nord-americane (valga per tutte la monocoltura del mais, denominata Corn Belt negli stati Iowa, Illinois, Nebraska, Minnesota, ma anche Indiana, Michigan, Kansas e Missouri), e policolture con campi diversificati, tradizionali villaggi e fattorie moderne, siepi e filari di alberi, ma anche piccoli boschetti, e campi sterminati, senza ostacoli (anche per il vento), dove per centinaia di chilometri si vede sempre lo stesso prodotto coltivato, mais o frumento, cavoli o cotone, ecc.

In comune hanno la diminuzione degli occupati, con forte spopolamento e invecchiamento degli addetti (sostituiti da giovani immigrati del Sud del Mondo sottopagati e molte volte trattati non umanamente); il primo posto occupato dal capitale come mezzo di produzione, rispetto al lavoro umano e alla terra; la supremazia della macchina; il mito della produttività e del profitto ad ogni costo.

Nelle terre americane e nelle aree di colonizzazione relativamente recente, generalmente non vi sono i tratti dei vecchi sistemi produttivi, non vi è l'eredità del passato, o questa non ha delle strutture resistenti: questo spiega la forma e la dimensione diversa dei campi e delle aziende, fattorie che sono simili in regioni assai diverse, l'uniformità dei paesaggi lievemente diversificata dai colori delle varie colture. Qui il contadino europeo perpetuò il modello del vecchio Continente: una policoltura intensiva, ma su dimensioni maggiori, con disegni geometrici dei campi, senza ostacoli di tipo storico.



Poi ha iniziato gli aggiustamenti per seguire le direttive del nuovo sistema produttivo, con la specializzazione regionale delle colture (e compaiono così i belt, le aree di monocoltura del grano, del mais, del cotone, dell'allevamento delle vacche da latte o dei vitelli da carne,...), la concentrazione della proprietà in sempre crescente numero e aumento della superficie, la meccanizzazione completa, la riduzione della manodopera, la specializzazione nelle sole colture redditizie, l'aumento del capitale aziendale con sistemi di irrigazione, sementi selezionate, in gran parte "OGM" (organismo geneticamente modificato, cioè un organismo vivente che possiede un patrimonio genetico modificato tramite tecnologia del DNA ricombinante, che consentono l'aggiunta, l'eliminazione o la modifica di elementi genici, a partire dal 1973), concimi chimici e antiparassitari distribuiti con l'impiego di velivoli e droni.

Accanto alla produzione agricola, in posizione di dominio, si è sviluppata la potente industria agroalimentare che dirige il mercato, imponendo sempre nuovi prodotti alimentari manipolati ai consumatori, determinando le scelte produttive degli agricoltori; la chimica di base e secondaria, che fornisce i molti prodotti indispensabili per aumentare la potenzialità del terreno e, quindi, la produttività delle colture, ma anche con gravi ripercussioni sulla salute dell'ambiente, sempre più artificiale, e sulla nostra; la ricerca nel settore biologico, con il crescente comparto delle bio-tecnologie, per ottenere specie ad alta resa; la metalmeccanica agricola con numerose macchine per ogni operazione culturale; le tecniche di trasformazione e conservazione dei prodotti agricoli e dei loro derivati; i mezzi di trasporto e le vie di comunicazione; il settore della commercializzazione dei prodotti nelle catene di supermercati. Un immenso mondo di affari che condiziona a volte molto di più del clima o della morfologia l'operato e le scelte degli agricoltori.

In vaste regioni del Sud-America e in Australia, in presenza di ambienti ostili alle pratiche agricole per la forte aridità stagionale, è risultato più redditizio praticare l'allevamento del bestiame, bovini da carne e ovini da lana, i cui prodotti sono destinati al mercato mondiale. Qui le aziende hanno notevoli dimensioni e vengono suddivise da lunghe recinzioni, staccionate e filo spinato per chilometri, a sottolineare i confini e per proteggere le regioni agricole confinanti. In zone prestabiliti sono approntati i ricoveri e gli abbeveratoi con i pozzi; le strade di collegamento e, a volte, le linee ferroviarie per i trasferimenti degli animali o dei prodotti (carne e lana) verso i grandi impianti di trattamento e commercializzazione. Sono i tipici allevamenti speculativi.

Le piantagioni, anche dopo la fine del colonialismo europeo, sono rimaste nelle zone tropicali e sono controllate da grandi società multinazionali, in gran parte americane ed europee. La piantagione è specializzata in un solo prodotto, in modo da ridurre al minimo i costi di gestione; utilizza personale stagionale locale per le operazioni colturali (semina, dove necessita, e soprattutto raccolto), scarsamente remunerato; ha campi di grandi dimensioni, regolari nella forma; è collegata con strade e linee ferroviarie ai porti di imbarco dei prodotti; a volte ha impianti per la prima fase di lavorazione e confezionamento del prodotto e magazzini per la conservazione in attesa della commercializzazione nei periodi più favorevoli del mercato.

VON THÜNEN E L'USO AGRICOLO DEL SUOLO

Il primo tentativo di collegare i modelli di impiego del suolo alla relazione spaziale che intercorre tra una città e la regione circostante è stata opera di Johann Heinrich von Thünen. Nella sua opera, "Lo Stato isolato", dedicata alla localizzazione delle zone di impiego agricolo del suolo, pubblicata per la prima volta nel 1826, egli gettò le basi di un'analisi più approfondita della localizzazione dei territori agricoli e stimolò l'interesse per una applicazione dell'analisi della localizzazione in altri campi. Nel 1810 aveva acquistato una tenuta agricola situata vicino alla città di Rostock sulla costa del Mar Baltico e sovrintese alle attività agricole della tenuta, annotando molti dati e relazioni che sono alla base della sua teoria.

Il modello assume la forma di una serie di corone circolari concentriche, attorno alla città-mercato, che vanno dalle strette fasce di agricoltura intensiva e foresta, a una larga fascia di agricoltura estensiva e di allevamento del bestiame, e infine a una zona esterna "incolta". Il modello poggia su alcuni presupposti:
1-uno stato isolato dal resto del mondo
2-questo stato è dominato da una sola grande città, unico mercato
3-la città è ubicata in una vasta pianura con fertilità uniforme, spostamenti facili, con costi di produzione e trasporto uguali dappertutto
4-la città è rifornita dagli agricoltori in cambio di prodotti industriali
5-il costo dei prodotti è direttamente proporzionale alla distanza coperta durante il viaggio
6-tutti gli agricoltori praticano la massimizzazione dei profitti.

Il modello si poneva come obiettivo la semplificazione del mondo reale, al fine di poter comprendere alcune delle sue caratteristiche; ciò ci consente di individuare alcuni dei fattori-chiave che provocano la formazione delle fasce di impiego del suolo. Egli dimostrò che i valori del suolo rurale diminuiscono man mano che ci si allontana dalla città situata al centro della superficie considerata, proprio come i valori del suolo urbano.

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