Il Sistema Popolazione

di Livio G. Rossetti

L’ESPLOSIONE DEMOGRAFICA

Se la storia della terra venisse paragonata ad un'ora, l'uomo sarebbe apparso all'ultimo secondo. A fronte dei circa 4,5 miliardi di anni della storia del nostro Pianeta, le prime alghe fanno la loro comparsa 2,2 miliardi di anni fa, i mammiferi 220 milioni di anni fa, l'homo sapiens, discendente da un ramo affine a quello degli australopitechi come l'australopithecus afarensis chiamata Lucy (datata 3,75 milioni di anni fa), non ha molto di più di 150.000 anni nelle sue forme arcaiche (homo sapiens Neanderthal), poco più di 40.000 anni nella versione moderna dell'homo sapiens sapiens, cioè i Cro-Magnon.
L'uomo è arrivato solo da poco tempo sulla Terra, ma la popolazione umana si è moltiplicata in questo breve lasso di tempo fino a raggiungere oggi lo stupefacente numero di oltre 7,8 miliardi di unità e, cosa più allarmante, metà di questo incremento è avvenuto negli ultimi trentacinque anni; nello stesso modo la breve storia dell'uomo ha prodotto un fatto strabigliante se pensiamo che sulla Terra hanno già vissuto circa 108 miliardi di persone.


Storia e Geografia dei Geni Umani

La storia umana è scritta nel sangue di ogni uomo, a partire dai gruppi sanguigni denominati "Abo" (gruppo 0, gruppo A e gruppo B). Accanto alla indicazione del “gruppo”, si trova anche l'indicazione del Fattore RH che può essere positivo o negativo. “RH” sono le prime due lettere del termine inglese “Rhesus” che identifica una scimmia (il macaco). Il “fattore RH” è un tipo di antigene (sostanza in grado di essere riconosciuta dal sistema immunitario) che si può trovare sulla superficie dei globuli rossi. Gli antigeni denominati RH sono circa 30, quello che ci interessa di più è denominato “antigene D”: è la sua presenza o assenza che distingue il sangue in RH+ o RH–. Poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, l'immunologo inglese Mourant notò che gli individui di gruppo sanguigno RH- erano particolarmente frequenti nel gruppo dei Baschi.

Partendo da questa osservazione Mourant ipotizzò che i Baschi fossero diretti discendenti dei più antichi abitanti dell'Europa. La presenza dell'antigene D (cioè l'avere un RH+) dimostra chiaramente la parentela con il macaco. La presenza di questa “parentela” non desta in noi alcuna sorpresa. La sorpresa invece sta nel fatto che qualcuno (un 15% circa della popolazione mondiale) ne è invece sprovvisto. Il fattore RH- è apparso circa 35.000 anni fa e ha una diffusione disuniforme: è molto forte in alcune aree geografiche (nella Spagna settentrionale e Francia meridionale e tra gli ebrei dell'est) mentre è praticamente assente in Asia, tra i nativi americani e gli africani. Sulla scorta di queste informazioni si è giunti a dire che il Fattore RH- si è diffuso a partire dalla regione caucasica.



Successivamente si arrivò allo studio della geografia dei geni, che si è rivelata un modo complementare di studio della storia genetica dell'umanità. L'ipotesi dominante è che alcune innovazioni come lo sviluppo del linguaggio e più tardi quello dell'agricoltura e della pastorizia abbiano avuto una parte importante nella storia genetica dell'umanità. Si potrebbe dire che solo negli ultimi 50.000 o 100.000 anni l'Uomo sia veramente diventato un "animale culturale". L'enorme aumento di popolazione e di mobilità ha determinato conseguenze ancor oggi visibili nella distribuzione dei geni umani, sotto l'effetto di espansioni migratorie di cui si vedono ancor oggi le tracce nella geografia moderna dei geni.

Padre del genoma umano è Frederick Sanger, un biochimico britannico che ha vinto due Premi Nobel (1958 e 1980), morto nel 2013 a 95 anni. Nei suoi studi, Sanger ha prima determinato la completa sequenza proteica degli aminoacidi dell'insulina; poi ha sviluppato il metodo della terminazione della catena che gli ha permesso di sequenziare il DNA di un batteriofago, si trattava del primo genoma ad essere sequenziato completamente. Il suo lavoro, e dei suoi collaboratori, ha dunque avuto una ricaduta pratica enorme.

Il Progetto Genoma Umano, iniziato a metà anni '80 e completato nel 2000 dal Genome Bioinformatics Group, ha permesso di mappare i circa 24 mila geni di Homo sapiens, scoprendo, ad esempio, che tutte le etnie umane hanno un DNA uguale per il 99,99% e che le differenze genetiche fra loro sono insignificanti.

Il genoma umano è la sequenza completa di nucleotidi che compone il patrimonio genetico dell'Homo sapiens, comprendente il DNA nucleare e il DNA mitocondriale; ha un corredo di circa 3,2 miliardi di paia di basi di DNA contenenti quasi 20 000 geni. Il Progetto Genoma Umano ha identificato una sequenza di riferimento eucromatica. Lo studio ha scoperto che il DNA non codificante assomma al 98,5%, e quindi solo circa l'1,5% della lunghezza totale del DNA si basa su sequenze codificanti.

In una cellula (esclusi alcuni tipi, mancanti del nucleo, ed i gameti che hanno la metà del DNA nucleare), vi sono normalmente 23 coppie di cromosomi (46 in totale), ognuno dei quali contiene centinaia di geni separati da regioni intergeniche. Le regioni intergeniche possono contenere sequenze regolatrici e DNA non codificante. Il DNA nucleare umano si raggruppa in 24 tipi di cromosomi: 22 autosomi, più due cromosomi che determinano il sesso: cromosoma X e cromosoma Y. Le cellule somatiche hanno due copie dei cromosomi 1–22 provenienti ognuna da un genitore, più un cromosoma X dalla madre e un cromosoma X o Y (rispettivamente nella femmina e nel maschio) dal padre, per un totale di 46 cromosomi.

I fattori ereditari sono chiamati geni che sono chimicamente acidi desossiribonucleici, o D.n.a.. Oggi possiamo finalmente ricostruire la natura chimica delle differenze ereditarie fra individui a livello del Dna. L'organizzazione per l'analisi del Genoma Umano (nota in inglese con l'acronimo Hugo) si è proposta di determinare la sequenza degli elementi che formano le lunghissime catene costituenti il Dna, cioè i cosiddetti "nucleotidi". Il progetto è estremamente impegnativo, poiché il genoma umano è fatto di circa tre miliardi di nucleotidi, con lunghi tratti particolarmente difficili da analizzare.

Una notizia recente è stata la scoperta di un gene mutato che si chiama CCR5-delta32, e che tale gene sia un retaggio di un antico processo di ibridazione tra i sapiens Neanderthal e i sapiens sapiens Cro-Magnon. Il gene CCR5-delta32 non è l'unica mutazione del genoma umano dovuta a questa ibridazione, ce ne sono anche altre: per esempio i capelli rossi, le lentiggini, gli occhi verdi, tutti geni recessivi ossia geni che si possono manifestare anche dopo diverse generazioni. Una cosa è certa il DNA dei Neanderthal è presente nel genoma umano in una percentuale che arriva fino al 4%.



Questa ibridazione da una parte ha portato ad un'evoluzione del sistema immunitario, dell'intelligenza, ma d'altra parte ha portato con sé tutta una serie di circostanze negative come le malattie autoimmuni, la maggior parte delle malattie genetiche, l'asma e molte intolleranze. Ma c'è un altro sintomo di questa ibridazione ancora più significativo: il sangue. Il fattore RH- è legato ancestralmente al patrimonio genetico Neanderthal. Analizzando la diffusione geografica del fattore RH-, si scopre che è presente nella popolazione europea nella percentuale del 15%, mentre in quella africana arriva solo allo 0,09%; i Baschi sono la popolazione con la maggiore incidenza di fattore RH- (30-35%) e la minore incidenza di sangue del gruppo B, sono la popolazione europea più antica e la loro lingua (euskara) non è assimilabile ad alcun altro idioma di tipo indoeuropeo ed è quindi considerata pre-indoeuropea. I Paesi Baschi sono anche l'area di origine del marker genetico R-L21 secondo una direttrice di espansione che va da ovest verso est.

Per quanto concerne la situazione genetica dei popoli caucasoidi, gli Europidi appaiano omogenei rispetto alle altre realtà del globo. L'albero filogenetico distingue nettamente i negroidi dagli altri (una distinzione che affonda le proprie radici nell'uscita dall’Africa 100.000 anni fa), e successivamente discrimina gli altri gruppi: Caucasoidi (tra cui gli Europidi), Mongoloidi settentrionali (da cui gli Amerindioidi) e meridionali, Australoidi.
Nel campo della genetica umana, gli aplogruppi del DNA mitocondriale sono raggruppamenti di mutazioni (aplotipi) definiti dalle differenze tra un totale di 16.569 paia di basi nel DNA del mitocondrio umano e questi gruppi rappresentano geneticamente l'eredità per relazione di parentela matrilineare (nella carta L=Eva mt) di tutte le popolazioni umane, le loro origini ed i processi migratori.



Lo studio degli aplogruppi ha fornito risultati significativi: le migrazioni dell'uomo parlano di un'origine nell'Africa orientale e in base all'assunto che un individuo erediti i mitocondri solo dalla propria madre, tutti gli esseri umani hanno una linea di discendenza femminile che deriva da una donna che i ricercatori hanno soprannominato Eva mitocondriale, circa 190.000 anni fa.
Si è stabilito un sistema per classificare filogeneticamente gli aplogruppi mitocondriali basato sulle lettere da A a Z. L'Homo sapiens sapiens, secondo studi mitocondriali, è originario dell'Africa (circa 200.000 anni fa) e ha poi colonizzato l'Eurasia (circa 65.000 anni fa), seguendo la costa meridionale dell'Asia; rimangono discendenti di queste popolazioni in India, nel Sud Est asiatico, e in Oceania (circa 50.000 anni fa), e infine in America (da circa 15.000 anni fa). I gruppi che partirono dall'Africa si sarebbero successivamente dispersi, colonizzando le altre regioni del Mondo e sostituendo le popolazioni non moderne che vi vivevano, quali i Neandertaliani in Europa e gli Homo erectus in Asia. Così gli Europei, gli Asiatici, i Nativi americani e gli Australiani aborigeni, risultano essere un unico gruppo relazionato (monofiletico).

L'aplogruppo definisce nel campo dell'evoluzione molecolare, un insieme di aplotipi tra loro differenti, tutti però originati dallo stesso aplotipo ancestrale. In genetica umana, i più studiati sono l'aplogruppo del cromosoma Y (Y-DNA) e l'aplogruppo del DNA mitocondriale (mtDNA), che possono essere utilizzati per definire le popolazioni genetiche.

Y-DNA ha il vantaggio di essere trasmesso solo attraverso l'eredità paterna, mentre il DNA mitocondriale viene trasmesso solo attraverso quella materna (dalla madre ai figli di ambo i sessi). Quindi Y-DNA e mtDNA possono cambiare solo tramite mutazione e non per ricombinazione di materiale genetico tra genitori.

Gli aplogruppi mitocondriali possono aggrupparsi in 4 grandi aplogruppi con estesa distribuzione:
  1. L: rappresenta l'origine africano dell'uomo e le prime migrazioni dentro l'Africa subsahariana.
  2. M: lignaggio originato in India circa 60.000 anni fa e con una distribuzione specialmente nell'Eurasia orientale.
  3. N: lignaggio fratello di M e disperso attraverso tutti i continenti.
  4. R: discendente principale di N e con una distribuzione specialmente nell'Eurasia occidentale.

Albero filogenetico
  • L: ultimo antenato comune soprannominato Eva mitocondriale.
  • L3: estesa in tutta l'Africa.
  • M: discendente da L3 ed estesa in Asia
  • N: discendente da L3 dall'Asia si sposta verso l'Europa
  • R: discendente principale di N






Aplogruppi del DNA mitocondriale umano. Nella genetica mitocondriale umana il macro-aplogruppo N (aplogruppo predominante nell'Eurasia occidentale e parente dell'aplogruppo M predominante invece in India e comune nell'Asia estremo orientale) è l'aplogruppo ancestrale (originato forse 75.000 anni fa contemporaneamente ad M nell'Eurasia del sud) di quasi tutti gli aplogruppi europei e dell'Oceania e di molti aplogruppi asiatici ed amerindi.

Da N derivano gli 11 aplogruppi mitocondriali europei: H, I, J, K, N1, T, U4, U5, V, X, W. Su tutti spicca H, che è la linea materna europea più comune (parlando soprattutto di H1) e ammonta al 40% della popolazione. Discendono tutti da L3, e questi da L, l'aplogruppo della Eva mitocondriale. L3 è sorto in Africa orientale tra 84.000 e 104.000 anni fa, e ad esso è legata l'uscita dall'Africa degli umani moderni. N è sorto nell'Africa nord-orientale; N1 è il principale ramo trovato nell'Eurasia occidentale.

Da N discende il macro-aplogruppo R, la linea che avrebbe generato i principali aplogruppi europei, nata 70.000 anni fa nell'Asia sud-occidentale. Aplogruppo R è associato con il popolamento di Eurasia ed è distribuito in popolazioni moderne in tutto il Mondo al di fuori dell'Africa sub-sahariana. Tra aplogruppi discendente del clade R sono B, U (e quindi K), F, R0 (e quindi HV, H e V), e JT.
Le principali linee del macro-aplogruppo HV (sorto 40.000 anni fa nel Vicino Oriente) nell’Europa occidentale sono H1, H3 e V.
H è sorto 35.000 anni fa tra Vicino Oriente ed Europa meridionale; H3 è sorto 10.000 anni fa in Europa occidentale; V è sorto 15.000 anni fa in Iberia. La distribuzione di H1 e H3 mostra un legame con l'Europa paleolitica e mesolitica, e con l'uscita dai rifugi glaciali dell'Europa meridionale.
L'aplogruppo mitocondriale J si è originato 45.000 anni fa in Medio Oriente, e la sua presenza in Europa è molto antica. J1c e J2a1 si diffusero col Neolitico dal sud-est europeo al resto del Continente.



Gli aplogruppo del DNA del cromosoma Y umano (Y-DNA) sono denominati dalla A alla T e sono ulteriormente suddivisi con numeri e lettere minuscole. Cromosoma Y Adamo è il nome dato dai ricercatori all'uomo che rappresenta il più recente antenato patrilineare comune (lignaggio maschile).

Gli aplogruppi A e B, considerati i più antichi, si trovano nell'Africa sub-Sahariana o in popolazioni con la stessa origine, come ad esempio gli Afro-Americani portati oltre oceano con la tratta degli schiavi:
  • Aplogruppo A (Y-DNA) (Africa, in particolare i Khoisan, gli Etiopi ed i Niloti)
  • Aplogruppo B (Y-DNA) (M60) (Africa, in particolare i Pigmei e gli Hadzabe)
Mutazione M168 (avvenuta circa 50,000 anni fa), definisce invece tutti gli aplogruppi da C ad R
  • Aplogruppo DE (Y-DNA) (M1, M145, M203)
Le mutazioni che caratterizzano DE si verificarono in Africa orientale più di 60.000 anni fa.
  • Aplogruppo E (Y-DNA) (M96)- Rimase originariamente in Africa, le sue più alte frequenze si riscontrano in Africa sub- Sahariana occidentale (81%) ed Etiopia (68%).
  • Aplogruppo E1b1a (Y-DNA) (V38) (Africa ovest e le regioni circostanti)
  • Aplogruppo E1b1b (Y-DNA) (M215) (Africa est, Africa nord, Medio Oriente, il Mediterraneo, i Balcani)
  • Aplogruppo D (Y-DNA) (M174) (Tibet, Giappone, le isole Andamane). L'aplogruppo D si trova solo in Asia orientale, soprattutto nell'Himalaya ed in Giappone, dove fu introdotto dai primi colonizzatori dell'Asia orientale
  • Aplogruppo C (Y-DNA) (M130) (Oceania, Asia del nord, centrale, dell'est, Nord America ed una presenza significante in India)
  • Aplogruppo F (Y-DNA) (M89, M213/P137) è un ramo del macro aplogruppo CF. L'aplogruppo F, comparso fra i 50.000 ed i 60.000 anni fa nell'area indiana, indica la discendenza dell'Adamo euroasiatico, ovvero la discendenza maschile di un uomo dal quale è discesa all'incirca il 90% della popolazione maschile attualmente esistente fuori dall'Africa Subsahariana.



  • Aplogruppo G (M201) sorse probabilmente in Medio-Oriente o nel Caucaso ( oggi è presente nel Caucaso tra gli Ossezi del Nord, circa 60%, e i Georgiani, 30%) intorno a 30/20.000 anni fa e si diffuse nel Vicino Oriente e nell'Europa meridionale, specie in Sardegna con l'alta frequenza del 15% della popolazione.
  • Aplogruppo H si originò forse in India 30-40.000 anni fa, dove persistette fino a ridiffondere in epoche storiche con i Gitani.
Mutazioni L15 e L16. I gruppi con mutazione L15 ed L16 sono:
  • Aplogruppo IJK (Y-DNA) (L15, L16)
  • Aplogruppo IJ (Y-DNA) (S2, S22) corrisponde probabilmente ad un'ondata migratoria proveniente dal Medio oriente attraverso il Bosforo, risalente a 45.000 anni fa, che si è poi diffusa in Europa con l'uomo di Cro-Magnon durante il Paleolitico. Circa 35.000 anni fa gli appartenenti all'aplogruppo IJ emigrarono dalle loro zone di origine in due ceppi: il primo occupò l'Europa, dove in seguito diede origine all'aplogruppo I (fra i 24.000 ed i 32.000 anni fa); il secondo si diffuse nella zona Mediorientale, fino alla Penisola Arabica, dando origine all'aplogruppo J (circa i 30.000 anni fa).
  • Aplogruppo I (Y-DNA) (M170, P19, M258) (diffuso in Europa)
  • Aplogruppo I1 (Y-DNA) (M253, M307, P30, P40) (Nord Europa)
  • Aplogruppo I2 (Y-DNA) (S31) (Europa centrale e del sud, Sardegna)
  • Aplogruppo J (Y-DNA) (M304) (Medio Oriente, Turchia, Caucaso, Italia, Grecia, Africa del nord e nordest)
  • Aplogruppo J1 (Y-DNA) (M267) (principalmente associato con la popolazione Semitica nel Medio Oriente, Etiopia, nord Africa, e con la popolazione del nordest del Caucaso in Daghestan)
  • Aplogruppo J2 (Y-DNA) (M172): è una importante linea dell’Eurasia sud-occidentale e del mondo greco e romano. Si associa a diverse culture dell'Età del Bronzo e del Ferro; si deve essere originato 19.000 anni fa nella Mesopotamia settentrionale, e si è diffuso a partire dalla Mezzaluna fertile grazie all’espansione neolitica con l'addomesticamento di bovini e capre. J2 è presente dove fiorirono diverse civiltà dell’antichità: Etruschi, Minoici, Greci, Fenici e Cartaginesi, Israeliti, meno tra Romani, Assiri e Persiani. Tutte le grandi civiltà marittime del Bronzo e Ferro furono interessate dalla presenza di J2. Tutti adottarono il simbolo del toro, sintomo del culto della fertilità di origine neolitica (vedi ancora la tauromachia presente in Andalusia e Provenza).


  • Aplogruppo K (M9, P128, P131, P132), ramo sorto circa 40.000 anni fa nell'Asia sud-occidentale, ha avuto una diffusione ampia ma si è scissa in alcuni rami tra cui il gruppo MNOPS in Asia, a sua volta diversificatosi in molteplici gruppi, dall'Asia orientale al Sud-est asiatico, dall'Europa, all'Asia centrale e all'India.
  • Aplogruppo R (Y-DNA), sottogruppo di P, originato in Asia sud-occidentale tra 20.000 e 35.000 anni fa; è comune in Europa, Asia centrale e Asia meridionale forse dovuta a migrazioni risalenti a circa 19.900-34.300 anni fa.
  • Dall'aplogruppo R deriva R1, molto comune in Europa e Asia occidentale. La sua distribuzione potrebbe essere associata con il ri-popolamento dell'Eurasia a seguito dell'ultimo massimo glaciale.

  • L'aplogruppo R1 è rappresentato principalmente da due linee evolutive del cromosoma Y: la R1a (SRY1532), che potrebbe essersi originata nelle steppe euroasiatiche a nord del Mar Caspio e del Mar Nero. È associato alla cultura kurgan, nota per la domesticazione del cavallo (circa 5000 anni fa), e la linea R1b (M343), la più comune nelle popolazioni europee. Nell'Irlanda occidentale raggiunge una frequenza prossima al 100%. Si è originata prima della fine dell'ultima glaciazione e si è concentrata nei rifugi del sud-Europa per poi riespandere verso nord con il progressivo mitigarsi del clima a partire da 14.000 anni fa.


Nel 2.000 la popolazione mondiale ha raggiunto i 6 miliardi con una densità di 41 ab./Km² (con una ipotesi di 8,9 miliardi nel 2050). In passato, e in alcune regioni ancora ora, epidemie, carestie e guerre hanno spesso ridotto il numero di abitanti, mentre gli aumenti più rapidi sono avvenuti in tre periodi: quando avvenne il perfezionamento degli strumenti di caccia; alla fine dell’ultima glaciazione con la nascita dell’agricoltura, 12.000 anni fa; dopo la Rivoluzione industriale del XVIII secolo.

Il primo milione viene toccato con la comparsa e l’affermazione dei Cro-Magnon; si superano i 10 milioni durante il Neolitico; forse i 100 milioni durante l’età del ferro; circa 200 milioni duemila anni fa; si giunse a 500 milioni nel Cinquecento, a 700 milioni nel 1750, 900 milioni nel 1800, e nel 1830 fu superato il primo miliardo.
La Rivoluzione industriale aveva determinato la terza accelerazione nel ritmo di crescita della popolazione innescando la “crescita esponenziale” più forte mai registrata grazie ai risultati della medicina e della sanità e all’aumento delle derrate alimentari. Tra il 1925 e il 1930 la popolazione raddoppia nuovamente (2 miliardi), nel 1960 si superano i 3 miliardi, nel 1975 i 4 miliardi, nel 1987 i 5 , nel 2000 i 6 miliardi, e attualmente i 7,8 miliardi.


popolazione Italia

anno
Popolazione mondiale
tasso di crescita annuale
Incremento annuale
1950
2.516.000.000
16‰
40.000.000
1960
3.019.000.000
18‰
54.000.000
1970
3.693.000.000
20‰
74.000.000
1980
4.450.000.000
18‰
80.000.000
1990
5.246.000.000
16‰
84.000.000
2000
6.064.000.000
15‰
92.000.000

Questo rapido aumento è indicato con l’espressione “esplosione demografica”, un processo che determina l’incremento. La dinamica dell’incremento della popolazione è data dalla differenza tra il tasso di natalità e quello di mortalità e dai feed-back relativi.

TASSI DEMOGRAFICI

TASSO DI NATALITA': misura la frequenza delle nascite in una popolazione nel corso di un anno. Il tasso di natalità si definisce come il rapporto tra il numero totale delle nascite in una popolazione durante il periodo di tempo considerato e l'ammontare della popolazione media dello stesso periodo.

T.Nat.(t) = [N(t)/Pmed(t)]*1000

N(t)= numero dei nati nell'anno t; P.med(t)= la popolazione media nell'anno considerato, data dalla media tra la popolazione presente nel paese il 1 gennaio dell'anno (t) e la popolazione presente il 31 dicembre dello stesso anno (P.med(t)= [P(1.1.t)+P(31.12.t)]/2)
Es se in un paese nascono 12 bambini in un anno e la popolazione media è di 2000 persone, Avremo: 12/2000*1000=6; il tasso di natalità sarà del 6‰.

TASSO DI MORTALITA': il tasso di mortalità è il principale elemento negativo che determina il movimento naturale della popolazione e permette di evidenziare l'intensità con cui la morte colpisce una popolazione considerata. Indica il numero di decessi avvenuto nella popolazione analizzata durante l'anno (t), rapportato all'ammontare medio della popolazione stessa.

T.Mort.(t) = [M(t)/Pmed(t)]*1000

M(t)= numero dei morti nell'anno t; P.med(t)= la popolazione media nell'anno considerato è data dalla media tra la popolazione presente nel paese il 1 gennaio dell'anno (t) e la popolazione presente il 31 dicembre dello stesso anno ( P.med(t)= [P(1.1.t)+P(31.12.t)]/2)
Per esempio un tasso di mortalità del 10 per mille indica che nell'anno (t) ogni 1000 abitanti di quel Paese sono avvenuti 10 decessi.

MORTALITA' INFANTILE: è la mortalità che colpisce i nati vivi nell'intervallo tra la nascita e il primo compleanno. Si ottiene rapportando il numero dei bambini morti entro il primo anno di vita nell'unità di tempo considerata (generalmente un anno) al numero dei bambini nati vivi nello stesso anno, moltiplicando il risultato finale per mille. Il tasso di mortalità infantile è un parametro molto importante in quanto costituisce un indicatore essenziale del livello di sviluppo di un Paese in relazione alle sue caratteristiche sanitarie, sociali ed ambientali.

M.inf.(t) = [M0 (t)/ N(t)]*1000

(t) = anno o periodo di tempo considerato; M0 (t) =Bambini morti entro il primo compleanno nell'anno considerato; N(t) =Bambini nati vivi nell'anno considerato.

TASSO DI FECONDITA’: indica la capacità teorica riproduttiva biologica delle femmine di una data popolazione, cioè quante volte una donna, tra 15 e 49 anni, potrebbe partorire (ai 34 anni teoricamente corrispondono 45 cicli…!)

TASSO DI FERTILITA’: è una delle componenti positive che concorrono a determinare la dinamica demografica di una popolazione e indica il numero medio effettivo di bambini nati in un periodo, ogni 1000 donne tra 15 e 49 anni, cioè indica la frequenza delle nascite in rapporto al numero di donne in età fertile.

I.F.(t) = [B(t5-t1)/ND(15-49) ]*1000

IF =indice di fertilità; B(t5-t1) = numero di bambini con meno di 5 anni; ND(15-49) = numero di donne tra 15 e 49 anni.
Un importante valore del tasso di fertilità è il TASSO DI SOSTITUZIONE ossia il valore di 2,1 figli per donna. Questo valore rappresenta il numero medio di figli che ciascuna donna dovrebbe avere per rimpiazzare nella generazione successiva se stessa ed il proprio partner (teorie neo-malthusiane).

SPERANZA DI VITA ALLA NASCITA: è il numero medio di anni che una persona può aspettarsi di vivere al momento della sua nascita in quel Paese in base all’andamento generale dei decessi registrati nell'anno considerato. E’ una media aritmetica tra l’età di coloro che muoiono in un anno. La speranza di vita alla nascita costituisce, insieme con la mortalità infantile, uno dei parametri più significativi delle condizioni sociali, economiche e sanitarie di un Paese.

TASSO DI CRESCITA: il tasso di crescita di una popolazione misura la percentuale di cui tale popolazione si accresce o diminuisce il suo ammontare totale durante il periodo considerato; è dato dalla differenza tra i tassi di natalità e mortalità.

SALDO NATURALE: è la differenza algebrica tra il tasso di natalità e quello di mortalità; è positivo, se i nati superano i morti (si parla di incremento naturale della popolazione, cioè di eccedenza), è negativo se i decessi sono maggiori delle nascite (in questo caso si ha il decremento della popolazione). Se invece i due tassi sono in equilibrio, cioè presentano gli stessi valori, allora si avrà una popolazione stazionaria, cioè stabile, e si userà l’espressione “crescita zero”.


Esempio di saldo della popolazione italiana
inizio anno 2018= 60.483.973

nati nell'anno= 439.747
= +7,27 per mille
morti nell'anno= 633.133
= -10,46 per mille
saldo naturale= -193.386
= -3,19 per mille,
perdita di abitanti
saldo migratorio= + 68.959
saldo totale - 124.427 abitanti a fine anno
popolazione tot. a fine anno =60.359.546
nati nell'anno= 439.747
morti nell'anno= 633.133
morti mediamente al mese=52.761
nati al giorno= 1.195
morti al giorno= 1.720
nati ogni ora= 50
morti ogni ora= 72

Pandemie: una causa di morte mondiale, minaccia nei secoli

Una pandemia è una malattia epidemica che, diffondendosi rapidamente tra le persone, si espande in vaste aree geografiche su scala planetaria, coinvolgendo gran parte della popolazione mondiale, nella malattia stessa o nel semplice rischio di contrarla. Tale situazione presuppone la mancanza di immunizzazione dell'uomo verso un patogeno altamente virulento. Nella storia umana si sono verificate numerose pandemie. "Pandemos" è quindi un concetto secondo cui si ritiene che l'intera popolazione mondiale sarà probabilmente esposta ad un'infezione e potenzialmente una parte di essa si ammalerà. Il termine si applicherebbe solo a malattie o condizioni patologiche contagiose. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, le condizioni affinché si possa verificare una vera e propria pandemia sono tre: 1. la comparsa di un nuovo agente patogeno; 2.la capacità di tale agente di colpire gli umani; 3. la capacità di tale agente di diffondersi rapidamente per contagio. Semplificando possiamo dire che una pandemia è un focolaio globale. Significa che vediamo sia la diffusione dell'agente infettivo, sia le attività della malattia, oltre alla diffusione del virus».
Gli esperti riconoscono che dichiarare una pandemia possa essere politicamente gravoso perché può scuotere i mercati, portare a restrizioni più drastiche per i viaggi e il commercio, e stigmatizzare le persone provenienti dalle prime regioni colpite, ma al contempo può stimolare i Paesi a prepararsi all'eventuale arrivo del virus. L'OMS ha utilizzato una classificazione in 6 stadi che descriveva il processo mediante il quale un nuovo virus influenzale procede dalle prime infezioni iniziali nell'uomo arrivando ad una pandemia. Questo processo inizia con un virus che infetta principalmente gli animali (periodo inter-pandemico), seguito da alcuni casi in cui gli animali infettano le persone, quindi passa attraverso la fase in cui il virus inizia a diffondersi direttamente tra le persone (periodo di allerta pandemica) e termina con una pandemia quando le infezioni del nuovo virus si sono diffuse in tutto il mondo (pandemia). In previsione di una futura possibile pandemia influenzale, nel 1999 l'OMS ha pubblicato un documento guida sulla preparazione alle pandemie, aggiornato nel 2009. Tutte le versioni di questo documento si riferiscono all'influenza. Lo sviluppo della pandemia avviene attraverso diverse fasi:
  1. il virus deve sviluppare un efficiente meccanismo di trasmissione da persona a persona. A questo punto è possibile fermare il virus con la vaccinazione prima che diventi una epidemia
  2. il virus sviluppa un'epidemia. Il vaccino può evitare la successiva fase di pandemia
  3. il virus sviluppa una pandemia
La guida del 2009 è stata revisionata nel 2013 con la guida "Gestione del rischio di influenza pandemica: guida intermedia dell'OMS".Queste guide sono state sostituite ed aggiornate dalla "Guida alla gestione del rischio di influenza pandemica" del maggio 2017. In generale l'OMS evita di dichiarare "pandemie" le situazioni di salute pubblica che non sono pandemie influenzali. A marzo 2020, a seguito della Pandemia di COVID-19 del 2019-2020, l'OMS dichiara che per la prima volta si assiste ad una pandemia da Coronavirus.
La maggior parte dei virus che hanno causato pandemie sono originati da un contagio interspecie. Fra le pandemie più catastrofiche si possono annoverare:

Febbre tifoide durante la guerra del Peloponneso, 430 a.C. La febbre tifoide uccise un quarto delle truppe di Atene ed un quarto della popolazione, nel giro di quattro anni.

Peste antonina, 165-180. Una pandemia presumibilmente di vaiolo, portata dalle truppe di ritorno dalle province del Vicino Oriente, uccise cinque milioni di persone. Fra il 251 e il 266 si ebbe il picco di una seconda pandemia dello stesso virus; pare che a Roma in quel periodo morissero 5.000 persone al giorno.

Morbo di Giustiniano, a partire dal 541; fu la prima pandemia nota di peste bubbonica. Partendo dall'Egitto giunse fino a Costantinopoli; morì quasi la metà degli abitanti della città, a un ritmo di 10.000 vittime al giorno. La pandemia si estese nei territori circostanti, uccidendo complessivamente un quarto degli abitanti delle regioni del Mar Mediterraneo occidentale.

La Peste nera, a partire dal 1300. Ottocento anni dopo la strage di Costantinopoli, la peste bubbonica fece il suo ritorno dall'Asia in Europa. Nel 1346 fu portata in Europa orientale dai Tartari che assediavano la colonia genovese di Caffa, e successivamente in Sicilia dai mercanti italiani provenienti dalla Crimea, diffondendosi in tutta Europa e uccidendo venti milioni di persone in sei anni (un terzo della popolazione totale del continente).

Il tifo, chiamato anche "febbre da accampamento" o "febbre navale" perché tendeva a diffondersi con maggiore rapidità in situazioni di guerra o in ambienti come navi e prigioni. Emerso già ai tempi delle Crociate, colpì per la prima volta l'Europa nel 1489, in Spagna. Durante i combattimenti a Granada, gli eserciti cristiani persero 3.000 uomini in battaglia e 20.000 per l'epidemia. Sempre per via del tifo, nel 1528 i francesi persero 18.000 uomini in Italia; altre 30.000 persone caddero nel 1542 durante i combattimenti nei Balcani. La grande armée di Napoleone fu decimata dal tifo in Russia nel 1811. Il tifo fu anche la causa di morte per moltissimi reclusi dei campi di concentramento nazisti durante la Seconda guerra mondiale.

L'incontro fra gli esploratori europei e le popolazioni indigene di altre zone del mondo spesso fu causa di epidemie e pandemie violentissime. Il vaiolo uccise metà della popolazione di Hispaniola nel 1518, e seminò il terrore in Messico intorno al 1520, uccidendo 150.000 persone solo a Tenochtitlán; lo stesso morbo colpì violentemente il Perù nel decennio successivo. Il morbillo fece altri due milioni di vittime tra i nativi messicani nel XVII secolo. Ancora fra il 1848 e il 1849, circa un terzo della popolazione nativa delle isole Hawaii morì di morbillo, pertosse e influenza.

Il colera è una tossinfezione dell'intestino tenue da parte di alcuni ceppi del batterio gram-negativo, a forma di virgola, Vibrio cholerae o vibrione. Il sintomo classico è la diarrea spesso complicata con acidosi, crampi muscolari e vomito, che dura un paio di giorni. La diarrea può essere così grave che può portare in poche ore ad una grave disidratazione e squilibrio elettrolitico. Questi batteri si sviluppano per lo più in acqua e cibo che è stato contaminato con feci umane contenenti batteri. Anche i frutti di mare non sufficientemente cotti sono una fonte comune. Gli esseri umani sono gli unici ad essere colpiti da questi agenti patogeni. Il trattamento primario consiste nella terapia di reidratazione orale, ovvero la sostituzione dei liquidi con soluzioni leggermente dolci e salati. Il colera colpisce circa da 3 a 5 milioni di persone in tutto il mondo e nel 2010 aveva causato tra i 58.000 e i 130.000 decessi. Anche se è attualmente classificato come una pandemia, nel mondo sviluppato è assai raro. Le aree che hanno un rischio permanente di malattia comprendono l'Africa e l'Asia sud-orientale. Alcune descrizioni storiche del colera si trovano già a partire dal V secolo a.C. in alcuni scritti in sanscrito.

Il batterio è stato identificato per la prima volta nel 1854 dall'anatomista italiano Filippo Pacini e studiato dettagliatamente nel 1884 dal medico tedesco Robert Koch. Il nome deriva dal greco choléra (cholé=bile) e indicava la malattia che scaricava con violenza gli umori del corpo e lo stato d'animo conseguente: la collera. Esistono due tipi di focolai endemici: aree in cui i casi di colera si manifestano indipendentemente dalla presenza della pandemia (India e Bangladesh) e zone dove i casi clinici sono registrati solo durante una pandemia (Africa, Europa e America). Da una prima analisi si osserva che le aree vicino a fiumi o alla costa sono strettamente associate con le aree epidemiche, e che frequentemente i primi casi di colera di un'epidemia si verificano in comunità di pescatori. Il batterio si trasmette per via oro-fecale, tramite l'ingestione di acqua o cibi contaminati da esso. I molluschi, a causa della loro azione filtrante, sono in grado di accumulare al loro interno un buon numero di vibrioni, costituendo, così, un buon mezzo d'infezione qualora siano consumati crudi o poco cotti.

Pandemie di colera.
  • 1816-1826: precedentemente confinata all'India, la malattia si diffuse dal Bengala fino alla Cina e al Mar Caspio;
  • 1829-1851: toccò l'Europa, Canada, e Stati Uniti;
  • 1852-1860: principalmente diffusa in Russia, fece più di un milione di morti;
  • 1863-1875: diffusa principalmente in Europa e Africa;
  • 1899-1923: ebbe poco effetto sull'Europa grazie anche ai progressi nella salute pubblica; la Russia ne fu di nuovo colpita duramente;
  • 1960-1966: l'epidemia chiamata El Tor colpì l'Indonesia, raggiunse il Bangladesh nel 1963, l'India nel 1964, e l'Unione Sovietica nel 1966.

Pandemia influenzale detta Asiatica russa, 1889-90, provocò 1 milione di morti

L'influenza spagnola, 1918-1919, è stata provocata da un ceppo del sottotipo H1N1 del tipo A. Iniziò nell'agosto del 1918 in tre diversi luoghi: Brest, Boston e Freetown in Sierra Leone. Si trattava di un ceppo di influenza violenta e letale. La malattia si diffuse in tutto il mondo, uccidendo 50 milioni di persone. Fu descritta come il "maggior olocausto medico della storia". Sparì dopo 18 mesi.

L'influenza asiatica, 1956-1960, viene considerata come un focolaio di categoria 2 di influenza aviaria. Il ceppo originò da una mutazione avvenuta nelle anatre selvatiche in combinazione con un ceppo umano già esistente. Rilevata per la prima volta nella provincia cinese di Guizhou, raggiunse Singapore nel febbraio 1957, Hong Kong ad aprile e gli Stati Uniti a giugno; raggiunse in seguito l'Europa. Fece in tutto il mondo circa 2-4 milioni di morti.

L'influenza di Hong Kong, 1968-1969. Il ceppo H3N2, emerso a Hong Kong nel 1968, infettando 500 mila persone con un basso indice di mortalità, raggiunse nello stesso anno gli Stati Uniti infettando 50 milioni di persone con 33.000 decessi e fece in totale 2 milioni di vittime. Un virus H3N2 è ancora oggi in circolazione.

La malattia da virus Ebola, è una febbre emorragica degli esseri umani causata dal virus Ebola; è stata identificata per la prima volta nel 1976 in Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo. La malattia si verifica in focolai epidemici che interessano regioni tropicali dell'Africa sub-sahariana. I sintomi della malattia iniziano da 2 giorni a 3 settimane dopo aver contratto il virus, con febbre, mal di gola, dolori muscolari, cefalea. A questi primi sintomi fanno seguito nausea, vomito, e diarrea. In questa fase della malattia, alcune persone possono cominciare a presentare emorragie esterne oppure interne. Il rischio di morte tra le persone infette è estremamente alto (50-70%). Coloro che sopravvivono alla malattia possono essere in grado di trasmettere il virus attraverso lo sperma per quasi due mesi. La più grande epidemia di Ebola è avvenuta a partire dai primi mesi del 2014 in Africa Occidentale, in particolare in Guinea, Sierra Leone, Liberia e Nigeria, ed è terminata nel 2016.

L'epidemia di HIV/AIDS, dal 1981. Si propagò in maniera esponenziale in tutti i Paesi del Mondo, uccidendo circa tre milioni di persone. Sebbene la malattia sia oggi cronicizzabile e raramente letale (nel Mondo sviluppato), continua il suo contagio, legato a fattori comportamentali.

L'influenza aviaria venne descritta per la prima volta in Piemonte nel 1878. Nel 1901 se ne attribuì la causa a un virus, che nel 1955 è stato ascritto al "tipo A influenzale". Nel 1923 un ricercatore portò clandestinamente il virus in un suo laboratorio negli U.S.A., da cui nel 1924 si diffuse colpendo il mercato dei polli di New York e in seguito tutti i territori dell'Est; tuttavia l'epidemia venne comunque sradicata nel giro di un anno. Nel 1961 in Sudafrica è stato descritto il primo focolaio di malattia da virus HPAI in uccelli selvatici. Dal 1996 è iniziata una serie di epidemie da virus H7 e H5 che ha coinvolto un po' tutti i Continenti. In quasi tutti i casi, i soggetti infettati ebbero contatti stretti con volatili infetti. Il 60% degli esseri umani che vennero infettati morirono e il virus potrebbe mutare o subire un riassortimento genetico in un ceppo in grado di trasmettersi efficacemente. L'epidemia da virus H5N1, iniziata alla fine del 2003 nel sud-est asiatico, ha coinvolto sinora più di 150 milioni di volatili. Oltre che nel Sud-Est asiatico, la malattia è stata individuata in Corea, Giappone, Cina, Russia e Kazakistan. Nel 2000 questo virus - mutato - è stato isolato anche nei volatili domestici (polli, tacchini); nel 2003 ci furono i primi casi di trasmissione all'uomo. Dall'ottobre 2005 il virus è entrato in Europa, in Turchia, e da qui nel resto del continente, e anche in Italia.

la Sindrome respiratoria acuta grave o SARS, del 2003 proveniente dalla Cina, si diffuse a Hong Kong e di lì fino a Taipei, Singapore, e molte altre Nazioni;

L'influenza A H1N1, 2009-2010, detta anche influenza suina, perché trasmessa da questo animale all'uomo. Il suo focolaio iniziale ha avuto origine in Messico nel mese di marzo, estendendosi poi in soli 2 mesi a quasi 80 Paesi. In Europa e Paesi limitrofi, i casi accertati furono circa 50 mila e le morti 104. Nel resto del Mondo i casi di morte accertati furono circa 18.000. L'OMS ha deciso di dichiarare la prima Pandemia Influenzale del nuovo secolo, non tanto per la gravità della malattia che fino ad ora è considerata di modesta gravità, ma per la difficoltà di contenere il virus essendo questo facilmente trasmissibile.

L'influenza Covid-19, dal 2019. È una pandemia della malattia respiratoria COVID-19, causata dal coronavirus SARS-CoV-2, proveniente da Wuhan (Cina) e diffusasi rapidamente in tutto il resto del Mondo nel 2020. È la prima epidemia ad essere dichiarata pandemia dall'OMS dopo la pubblicazione delle linee guida del 2009. Si tratta del settimo coronavirus riconosciuto in grado di infettare esseri umani. Il nome ufficiale dato dall'Organizzazione mondiale della sanità alla sindrome causata dal virus è COVID-19.
L'H5N1 è solo uno dei molti sottotipi del tipo A che potrebbero combinarsi tra loro o con diversi tipi per generare nuove varianti. Tuttavia la genetica ha permesso di conoscere i ceppi da tenere sotto controllo (ad esempio solo i sottotipi H5 e H7 sono altamente patogenici) e quali fattori genetici rendono l'influenza un virus umano (ovvero facilmente trasmissibile da uomo a uomo).
La risposta globale è articolata in vari punti:
  • mantenimento di alti standard di biosicurezza nel pollame,
  • migliori servizi veterinari mondiali,
  • migliori analisi sul traffico di pollame.

La risposta individuale include
  • la distanza sociale,
  • l'igiene respiratoria,
  • l'uso della mascherina chirurgica (anche se nessuna maschera costituisce una barriera perfetta, i prodotti che sono conformi con lo standard NIOSH N95 possono fornire una buona protezione. L'OMS raccomanda che i lavoratori nell'area sanitaria indossino mascherine N95 e che i pazienti indossino la maschera chirurgica),
  • il lavaggio frequente delle mani, specialmente dopo essere stati a contatto con altre persone o con superfici potenzialmente contaminate,
  • l'uso di disinfettanti a base di Alcool che distruggono sia i batteri che i virus.

Il coronavirus SARS-CoV-2 è un ceppo virale appartenente sottogenere Sarbecovirus, della sottofamiglia dei coronavirus (Orthocoronavirinae), responsabili di patologie che vanno dal raffreddore comune a malattie più gravi come la sindrome respiratoria mediorientale MERS e la sindrome respiratoria acuta grave SARS. I coronavirus sono una vasta famiglia di virus, ma solo sei (229E, NL63, OC43, HKU1, MERS-CoV, SARS-CoV) erano precedentemente noti per la capacità di infettare le persone; quindi il SARS-CoV-2 è il settimo. La sostanziale differenza dai precedenti è il periodo di incubazione, che va da 2 a 14 giorni durante i quali non provoca alcun sintomo. Ricerche indicano che il virus può rimanere infettivo negli aerosol per ore mentre sulle superfici fino a giorni. Infatti, la COVID-19 è trasmessa dagli aerosol, in cui occorrono circa 66 minuti affinché si dimezzi il numero delle particelle di virus vitali. Il 25% mantiene ancora la virulenza dopo poco più di un'ora e il 12,5% della carica virale persiste dopo circa 3 ore.


L'influenza Covid-19 in Italia

Il sistema popolazione è molto più complesso poiché l’andamento della popolazione e il comportamento riproduttivo di una data popolazione, quindi dei vari tassi demografici, sono in interazione con la cultura dominante di quella popolazione (in particolare con le credenze religiose e con il grado di istruzione); con il sistema economico e con la produzione alimentare; con le caratteristiche ambientali; con le vicende del geosistema (terremoti, alluvioni, condizioni climatiche); con le vicende storiche (esempio guerre).
Le differenze che si riscontrano nelle varie regioni della Terra, a proposito dell’aumento della popolazione, sono dovute soprattutto a motivi culturali ed economici. Da questo punto di vista il Pianeta è nettamente diviso in due: Nord del Mondo, ricco, con scarsa crescita demografica, con aumento della produzione alimentare e consumo di risorse; Sud del Mondo, povero, con forte aumento demografico, superiore all’aumento della produzione alimentare, che cresce cioè più rapidamente delle risorse disponibili.

LA TRANSIZIONE DEMOGRAFICA

Esaminando le serie storiche dei tassi di natalità e mortalità in alcuni Paesi dell’Europa settentrionale, si notò un particolare andamento e un periodo di transizione tra un regime demografico tradizionale, antico, e un regime moderno. Poi si osservò un analogo comportamento in altri stati europei e venne formulata una teoria adottando il modello di transizione della popolazione come uno strumento per classificare lo stadio evolutivo della popolazione di ogni Paese.

La storia dell’evoluzione dei tassi di natalità e mortalità si compone di tre periodi: il primo e l’ultimo sono simili nel risultato (evoluzione lenta della popolazione poiché i tassi sono molto simili), quello centrale, detto della transizione, viene diviso in due periodi (il primo con un abbassamento della mortalità, il secondo con la riduzione del tasso di natalità). Il modello che si ottiene è così diviso in 4 stadi:

1 stadio, detto alto stazionario (regime demografico antico o tradizionale): presenta alti tassi di natalità (media di 8 figli per famiglia), e altrettanto alti tassi di mortalità (solo 3 o 4 figli raggiungono la maturità), la popolazione cresce lentamente tanto da sembrare stazionaria poiché ogni aumento viene annullato da successive epidemie, guerre, malattie e carestie.

2 stadio, detto prima espansione: per alcuni Paesi tra il 1810 e il 1870, diminuisce il tasso di mortalità poiché migliora la nutrizione, l’igiene, la tecnologia medica, vi sono governi più stabili e meno guerre; la natalità rimane alta e aumenta la durata della vita, si ha un sensibile aumento della popolazione di tipo esponenziale, un sovrappopolamento delle campagne e trasferimento nelle aree urbane e dove si stava sviluppando l'industria, spostamenti ed emigrazioni soprattutto verso le Americhe, molti sono i bambini e pochi i vecchi.

3 stadio: tarda espansione, il tasso di mortalità si consolida su bassi valori, il tasso di natalità si riduce, vi e’ un ritardo dei matrimoni, si sviluppa la società urbana-industriale, vi è sviluppo dell’istruzione, controllo delle nascite, aumenta il costo della vita soprattutto aumenta il costo del mantenimento e dell'educazione dei figli tanto da rinunciare ad una famiglia numerosa, i metodi di controllo delle nascite rendono più facile la pianificazione familiare, rallenta l’aumento della popolazione (curva logistica), si riducono i bambini e aumentano i vecchi.

4 stadio (regime demografico moderno): basso stazionario, si ha riduzione dei tassi che si stabilizzano su bassi valori, la popolazione è stazionaria (si parla di crescita zero), la natalità è guidata dai cicli economici, la mortalità è più stabile, diminuiscono i bambini, aumentano i vecchi, si consolida lo stato assistenziale, le famiglie sono poco numerose, i matrimoni meno stabili, aumenta l’urbanizzazione.

Anche l’Italia ha seguito da vicino tali cambiamenti e, osservando l’andamento dei tassi dall’Unità ad oggi, si può osservare il III e IV stadio, con gli incidenti rappresentati dalle due guerre, i relativi baby boom, le onde successive.
Pur non avendo documentazione completa e certa per i periodi del passato, si ritiene che in Italia, nel I secolo d.C. sotto Augusto vivessere circa 7 milioni di persone; si ebbe una riduzione durante la crisi dell'impero e nel periodo medievale; poi si riprese dopo il X secolo e intorno al 1500 si raggiunsero i 12 milioni circa e i 18 all'inizio del XIX secolo. Il 31 dicembre 1861 il primo censimento italiano affermò che i cittadini, nei confini di allora, erano 22 milioni che salivano a 25 con le stime dei territori ancora occupati da altre nazioni, per giungere agli attuali 60,4 milioni (compresi 5,2 di cittadini stranieri). Tale aumento è stato provocato dal passaggio nel secondo e terzo stadio nel periodo di un secolo, tra circa la metà dell'Ottocento e gli anni Sessanta del Novecento. Negli anni Settanta l'Italia è passata nel quarto stadio, basso stazionario
Nel IV stadio sono arrivati solo i Paesi europei di vecchia industrializzazione; gli altri Paesi sono attardati chi nel III stadio, chi nel II, come gli stati africani, alcuni asiatici e dell’America Latina.




STRUTTURA DELLA POPOLAZIONE- LE PIRAMIDI DELL’ETÁ

Le popolazioni delle varie regioni si differenziano non solo per il ritmo di crescita e lo stadio di sviluppo, ma anche per la composizione per classi di età e per sesso. La piramide delle età descrive la struttura della popolazione con un grafico a sviluppo verticale (doppio istogramma).

Dalla struttura della popolazione si possono trarre indicazioni sulle tendenze demografiche, sulle forze di lavoro, sulle necessità delle singole popolazioni. La piramide riporta a sinistra i maschi e a destra le femmine; alla base si dispongono i bambini e i giovani (la prima età) da 0 a 19 anni (4 classi), sopra si dispongono gli adulti (seconda età), da 20 a 59 anni (8 classi), in fine gli anziani (terza età), oltre 60 anni (mediamente 7-8 classi fino ai 100 anni).

Esaminando la struttura della popolazione di tutti i Paesi del mondo, si è notato che tutte le variabili sono riconducibili a 4 modelli: i primi due rappresentano le popolazioni in II e inizio III stadio del Sud del Mondo, gli altri due modelli rappresentano le popolazioni nella parte finale del III stadio e in IV stadio, del Nord del Mondo.

Nei Paesi che presentano una piramide a base larga e un vertice a punta stretta, circa il 50% della popolazione a meno di 20 anni, gli anziani, di contro, non superano il 5%: sono quindi Paesi la cui popolazione è giovane e le prospettive per il futuro sono di ulteriore crescita a causa dell’inerzia demografica dovuta alla presenza in età giovane di numerose donne in età feconda. Queste strutture sono date dai forti tassi di natalità, nettamente superiori ai tassi di mortalità e di mortalità discesi rapidamente a causa degli interventi medici e dell’uso delle medicine occidentali, delle vaccinazioni e di maggiori pratiche igieniche.

Nei Paesi che presentano una forma a campana o a ogiva (detta anche pigna), i giovani si riducono a valori inferiori al 30%, aumentano gli adulti e gli anziani sono già il 18-20% della popolazione. Queste popolazioni sono dette vecchie e tale caratteristica si rafforzerà nel futuro, creando nuovi e diversi problemi anche all’economia: meno attivi e maggiori pensionati. L’offerta interna di lavoro diverrà presto insufficiente e si ridurranno coloro che con i loro contributi dovranno pagare i costi sociali delle pensioni. Solo la forza lavoro del Sud del Mondo potrà compensare tale carenza

Novara rappresenta bene una popolazione in forte invecchiamento con ridotta natalità; si noti anche l’asimmetria a favore delle femmine dopo i 50 anni. Alla nascita i maschi sono generalmente superiori alle femmine (circa il 51,5% contro il 48,5%) ma, durante l’età adulta, il gruppo femminile inizia l’affiancamento, poi il sorpasso, sino a diventare maggioranza assoluta nell’ultima classe più anziana: qui le femmine sono tre volte superiori ai maschi, non solo per aver svolto lavori meno usuranti e pericolosi, ma anche per le maggiori difese immunitarie, in particolare dopo il parto. L’età media femminile è di circa 5 anni superiore a quella dei maschi.

POPOLAZIONE E CULTURA

Le differenze culturali determinano la divergenza regionale. Cultura non è solo produzione artistica e letteraria. Cultura non è razza. Cultura è la forma particolare in cui si manifesta la vita materiale, sociale e spirituale di una popolazione. E’ un fatto spirituale, in quanto umano; un fatto collettivo, poiché è il risultato di tutto un gruppo; un fatto razionale e non casuale o incomprensibile; un fatto concreto.

Il nostro patrimonio culturale organizza strutturalmente il mondo che ci circonda dando vita ad una sorta di “sociosfera” che rende possibile la vita di relazione. Se l’ambiente in cui viviamo ci appare ordinato e familiare, ciò dipende dal lavoro delle generazioni che ci hanno preceduto, che hanno creato un mondo in cui ogni cosa ha un posto e un nome. È questo il motivo per cui ci sentiamo sicuri nel nostro ambiente e che provoca una sensazione di rischio quando entriamo in contatto con un’altra cultura sconosciuta, un’altra lingua, un’altra religione, altri valori. Per ristabilire il senso di sicurezza, la via più breve è sempre quella che conduce a riaffermare i termini della propria cultura e a negare legittimità alle altre visioni del mondo.
Questo atteggiamento conduce all’affermazione a scala planetaria di una sola cultura omologante e a distruggere le altre culture diverse.

La seconda via, più lunga e difficile, è la scoperta del valore delle altre culture e delle altre visioni del mondo, posizione oggi minoritaria, che vede il futuro con società multiculturali dove individui portatori di culture diverse camminano a fianco nello stesso territorio.

La cultura nasce dalle risposte che i vari gruppi umani danno ai loro bisogni, nasce dal modo di soddisfare il bisogno di cibo, di lavoro, di trasmissione della vita, di riparo, di difesa, di riposo, di divertimento, di gioco, di desiderio di conoscere, di trasmettere il proprio pensiero, di allacciare relazioni con gli altri, di onorare i propri morti, di capire il senso della vita, di credere in un essere supremo…

La trasmissione del patrimonio culturale avviene ad opera della società. L’imprinting avviene attraverso il linguaggio dell’ambiente familiare che sta attorno nei primi momenti della vita. Le informazioni culturali sono complesse e vastissime, per cui la cultura del gruppo umano è sempre superiore a quella del singolo individuo.
Le componenti culturali di un popolo possono essere rappresentate da un modello, quello di Huxley-Zelinsky, che rappresenta gli aspetti spirituali, sociali e materiali ma anche le componenti regionali e le subculture dei piccoli gruppi.

Le diversità culturali danno origine ad un mosaico regionale complesso e differenziato. La cultura influenza il comportamento spaziale della popolazione: nel disegno dei campi, tracciato delle strade, costruzione del centro urbano, direzione del centro abitato, oggetto posto al centro (quasi sempre un simbolo sacrale), sacralizzazione dello spazio (il monte, la sede degli dei, il tempio, la chiesa, la moschea, il luogo della sepoltura dei morti…), segnatura dello spazio con simboli religiosi (croci, cappellette, cippi, tombe), distribuzione della popolazione (isolamento o apertura).
La cultura influenza i comportamenti demografici della popolazione, il lavoro, i rapporti sociali, l’esercizio del potere, il modo di produzione, il grado di sviluppo economico, le relazioni tra i vari popoli.
Fenomeni connessi: differenze culturali, instabilità politica, disgregazione, cultura e indipendenza politica, irredentismo, nazionalismo, autodeterminazione, genocidio, ecc.
La trasmissione e la diffusione delle informazioni e delle innovazioni attraverso le regioni culturali dominanti è un processo di acculturazione.
Le culture si muovono lungo le vie di comunicazione, si diffondono mediante i mezzi di trasporto, attraverso i media e le telecomunicazioni, con il turismo di massa, grazie alla globalizzazione dei mercati.

Componenti culturali dominanti sono la lingua e la religione.
La geografia delle lingue è modello distributivo delle componenti culturali. La lingua è un codice relazionale all’interno di un popolo. Diviene codice relazionale tra i popoli se si conosce. Diviene barriera tra i popoli se non si conosce.
Oggi si parlano nel Mondo circa 3000 lingue. Altre 3000 lingue sono ormai scomparse. A queste si aggiungono dialetti, gerghi e linguaggi specialistici (si pensi al linguaggio dei personal computer o al gergo giovanile).

Due famiglie linguistiche, la indoeuropea e la sino-tibetana, dominano i tre quarti dell’umanità. Il 60% della popolazione mondiale parla 14 lingue: il mandarino (cinese), l’inglese, l’hindi-urdu, il russo, lo spagnolo, l’arabo, l’indonesiano-malese, il portoghese, il bengali, il francese, il giapponese, il tedesco, il turco e il coreano. Il 40% rimanente le altre 3000 (le ultime 500 da gruppi inferiori al milione). Le Nazioni Unite riconoscono sei lingue ufficiali: l’inglese, il francese, lo spagnolo, l’arabo, il russo e il cinese. Le prime quattro sono lingue ufficiali in più di 10 Paesi: l’inglese in 47, il francese in 26, l’arabo in 21 e lo spagnolo in 20.

Secondo alcune previsioni, la desertificazione colpirà anche le lingue: entro il 2100 rischia di estinguersi il 90% delle lingue. Oggi sono le telecomunicazioni a imporre un modello linguistico unico, quello inglese/americano. Provvedono a ciò Internet, i trattati internazionali, il commercio mondiale, le pubblicazioni scientifiche, la tecnologia, il cinema, la televisione, la musica (l’hard rock, il rap, la techno music diffondono a loro volta un certo tipo di abbigliamento, acconciature, mode, tatuaggi…).
Se la globalizzazione culturale dominata dagli Americani origina vasti fenomeni di omologazione (i vari popoli parlano tra di loro in inglese e con la lingua si copiano i modi di vivere anglosassoni), molti linguaggi ibridano, dando origine a nuove forme linguistiche, altre culture reagiscono alle minacce di estinzione con la rivalorizzazione del loro patrimonio.

La religione costituisce un’espressione fondamentale dell’identità culturale di un popolo. La religione condiziona la vita privata del singolo, condiziona i modelli familiari di un popolo (monogamia, poligamia), condiziona i modelli riproduttivi, condiziona i consumi alimentari (proibizione alcolici e carne suina dell’islam, della carne suina della religione ebraica, sacralità di alcune specie animali dell’induismo).

Di fronte alla globalizzazione dei modelli di vita occidentali che pongono in rilievo gli aspetti materiali della cultura moderna, riemerge in molte parti il bisogno di religiosità che si esprime in forme totalizzanti, alimentando integralismi e fondamentalismi, con manifestazioni di intolleranza preoccupanti tra gruppi religiosi diversi.
Ne sono esempi sia l’integralismo islamico, sia quello ebraico, sia quello cristiano e in particolare cattolico.
Si tratta di un orientamento religioso, politico e ideologico caratterizzato da una rigida ortodossia che non ammette attenuazioni, contaminazioni, annacquature.
Il fondamentalismo è caratterizzato dal rigetto senza eccezioni delle idee e dei modelli di vita della società moderna.

A fronte di tentativi di creazione di spazi omogenei dal punto di vista religioso, l'esempio americano presenta una disomogeneità che in alcuni casi ha prodotto un arricchimento culturale, in altri una ghettizzazione di alcune minoranze religiose, ad esempio il piccolo gruppo degli “amishes”, anabattisti mennoniti che vivono in Pennsylvania e che per motivi religiosi rifiutano i progressi della tecnica moderna e vivono come due secoli fa.

LA DISTRIBUZIONE DELLA POPOLAZIONE

Pur in presenza dell’aumento della produzione alimentare, sia a livello mondiale, sia nei vari continenti, in molti casi sensibile, anche in conseguenza della “rivoluzione verde”, l’incremento della popolazione concentrato nei Paesi del Sud del Mondo ha di fatto annullato tale incremento, riducendo la razione quotidiana nelle aree geografiche più povere, in particolare in Africa, o più tormentate da lunghi anni di siccità o di guerre.

Le differenze di crescita e di struttura si riflettono sulla distribuzione assoluta (consistenza numerica) degli abitanti dei singoli Paesi e sulla distribuzione relativa (densità di popolazione).
La densità dipende essenzialmente dalla possibilità di procurarsi cibo. Sono quindi fattori i buoni terreni coltivabili, la morfologia e i climi favorevoli alla produzione agricola. Perciò sono quasi completamente disabitate (anecumene) tutte le regioni desertiche (deserti gialli), le zone forestali equatoriali (deserti verdi), le regioni montane elevate (deserti marroni), le regioni con neve e ghiaccio permanenti (deserti bianchi). Le altre aree popolate sono dette ecumene.

All’interno dei vari Continenti vi sono poi grosse differenze, con aree densamente popolate, dove da secoli viene praticata un’agricoltura intensiva o dove, più recentemente, si è sviluppata l’industria o attività commerciali o servizi produttivi.
Nel primo caso troviamo gran parte della Cina e dell’India ed alcuni Paesi asiatici a clima monsonico, adatti alla coltivazione soprattutto del riso, terre nelle quali vive la metà della popolazione mondiale. Appartengono a questa regione densamente popolata e agricola anche la valle del Nilo, le coste africane del Golfo di Guinea, la regione centrale dell’America (Messico e Caribe), il Brasile sud-orientale, la regione degli altipiani africani orientali.
Nel secondo caso, gran parte dell’Europa occidentale, soprattutto lungo la Dorsale europea, la sezione europea della Russia e lungo l’asse transiberiano, le aree delle megalopoli nord-americane (Bos-Wash, Chipitt, San-San, Sun-belt), il delta del Rio de la Plata, il Sud Corea, la megalopoli giapponese (Tokyo-Yokohama-Nagoya-Osaka-Kyoto-Kobe-Hiroshima), le aree urbane cinesi e indiane.
Al di fuori di queste aree, il popolamento è scarso e concentrato nelle aree urbane, soprattutto le capitali.

Proprio in Africa, a fronte di una crescita di tipo aritmetico della produzione alimentare, la popolazione presenta una crescita di tipo geometrico, con una curva esponenziale, per cui, dagli inizi degli anni 80, la forbice tra i due elementi si sta aprendo, e il problema della fame diviene norma per molti Paesi africani. Conseguenza: la popolazione migra, sia all’interno che verso l’Europa, soprattutto; aumentano gli scontri armati e i conflitti tribali, come aveva constatato e previsto, in tali circostanze, Malthus, nel suo libro I principi della popolazione del 1798.
L'inizio delle attuali ricerche sulla geografia della popolazione può venir fatto risalire al demografo inglese Malthus. Il suo libro sui principi dell'incremento della popolazione venne pubblicato nel 1798. Nel suo testo Malthus suppose che una popolazione avrebbe sempre, nel lungo periodo, finito col superare le scorte alimentari disponibili, dato che la popolazione cresceva, ai suoi tempi, in proporzione geometrica, mentre le scorte alimentari crescevano in proporzione aritmetica. A lungo andare, la curva esponenziale della popolazione finirà con l'intersecare la curva aritmetica delle scorte alimentari.

L'addensamento sempre maggiore della popolazione provocherebbe tali pressioni sulle scorte alimentari da far si che le popolazioni possano venire riportate entro dimensioni tollerabili solo da fattori quali la fame, la carestia, l'indigenza, la malattia e la guerra. Sicuramente in passato le carestie, dovute a periodi di siccità, a cambiamenti climatici estremi o a guerre di lunga durata, hanno avuto un peso notevole nella riduzione di interi popoli. La peggiore carestia mai registrata nel mondo si verificò in Cina tra il 1877 e il 1879, e provocò 9 milioni di vittime. In Europa, il peggiore disastro fu la carestia in Irlanda del 1845 a causa di una malattia che colpì la coltura della patata per due anni: aumentarono i decessi e le migrazioni (800 mila persone lasciarono il Paese negli anni successivi), ma anche i tassi di natalità, dimezzando la popolazione alla fine del secolo (da 8 a 4 milioni).

Nell'edizione del 1817, Malthus dedicò maggiore attenzione alla possibile riduzione dell'incremento della popolazione attraverso il controllo delle nascite, che all'espediente della guerra e della crescente indigenza umana.

Nel complesso la produzione alimentare mondiale viene considerata sufficiente per garantire ad ogni uomo una giusta quantità di cibo, che non è identica per ogni individuo, ma varia secondo l’età, il sesso, l’ambiente climatico e l’attività fisica e lavorativa. Essendo l’alimentazione strettamente legata al reddito, alla cultura e alle abitudini alimentari, a volte errate, la distribuzione delle quantità di carboidrati effettivi, di elementi proteici, di grassi e di vitamine, risulta assai diversa.
La separazione è netta tra Nord industrializzato ricco e Sud del Mondo, contadino e povero. Il primo si basa sui prodotti dell’allevamento (che consuma una buona parte dei raccolti agricoli) e in abbondanza; il secondo sul mondo dei vegetali, con gravi carenze.
In presenza di gravi problemi alimentari, che si acutizzano stagionalmente, in tutta l’area della fame dominano malattie debilitanti che possono portare alla morte o causano malformazioni irreversibili se acquisite durante lo svezzamento (avitaminosi, atrepsia, beri-beri, scorbuto, pellagra, anemia, rachitismo, lebbra, vaiolo, verminosi, tubercolosi, kwashiorkor).
Ne consegue che la speranza di vita si riduce a circa la metà rispetto a quella dei Paesi ricchi e molto forte sia anche la mortalità infantile (100-200‰).
Quando i ritmi stagionali dei raccolti entrano in crisi per prolungati periodi di siccità o per altri disastri (invasioni di cavallette, alluvioni, guerre e guerriglie), allora intere regioni sono colpite da carestie che possono decimare la popolazione o spingerla a imponenti migrazioni.

LA POPOLAZIONE COME RISORSA ECONOMICA

La popolazione mondiale, come quella di ogni Paese, è anche una risorsa economica e viene indicata come capitale umano o, tra i fattori della produzione, “lavoro”. La popolazione attiva è l’insieme delle persone in età lavorativa, comprende quindi chi lavora effettivamente, chi è in cerca di lavoro per la prima volta e i disoccupati che hanno perso temporaneamente lavoro. A livello mondiale gli attivi sono circa il 45% della popolazione, ma questo dato varia molto da Paese a Paese e dipende da molti fattori: struttura della popolazione, sistema economico, assetto sociale, ecc.

Russia 50%, USA 49%, Francia 43%, Italia 40%

Cina 54%

Brasile 31%, Pakistan 26%



Come si vede generalmente i Paesi del Sud del Mondo presentano valori bassi; eccezione per la Cina dove è ancora forte l'occupazione in agricoltura e dove è forte lo sviluppo del settore industriale; i Paesi industrializzati generalmente hanno valori più elevati.
Le statistiche nel campo dell’occupazione sono a volte inaffidabili poiché non tengono conto del lavoro infantile, del lavoro in nero, del lavoro sommerso o del doppio lavoro, o di quello temporaneo.
Accanto al dato degli occupati, dal punto di vista economico contano il grado di preparazione dei lavoratori, il grado di istruzione e il livello di produttività (ore di lavoro per unità di prodotto) che dipende anche dall’organizzazione del lavoro e del livello dell’innovazione tecnologica in cui operano i lavoratori. L’indice statistico, sia pure imperfetto, usato per misurare il grado di istruzione è la percentuale di analfabetismo, alto nel Sud del Mondo, basso nei Paesi industrializzati.

MOVIMENTI MIGRATORI

Quando si parla della popolazione dei singoli Stati, accanto ai fattori umani, natalità e mortalità, bisogna prendere in considerazione i fattori artificiali esterni: immigrazione ed emigrazione.
Sempre nella storia i movimenti migratori sono stati un fattore fondamentale nell’evoluzione della civiltà

In passato sono avvenute imponenti migrazioni provocate da mutamenti climatici (es i Mongoli), o dall’espansione dell’impero romano che provocò la ridislocazione di numerosi popoli, dalle “invasioni barbariche” del IV secolo-quando gli Unni si spostarono dalla Mongolia, provocando le migrazioni dei Germani orientali e degli Slavi.

Nel VII secolo vi fu l’espansione territoriale dell’Islam, poi nel X secolo l’espansione dei Turchi, tra il IX e il XII secolo migrazioni e conquiste dei Normanni e tra il XII e il XIV secolo i Germanici invasero a est i territori slavi, i Mongoli sottomisero la Cina e si diressero a ovest fino in Boemia e Ungheria.

Dal XVI secolo inizia la conquista europea delle Americhe con trasferimenti di spagnoli, portoghesi e successivamente inglesi e irlandesi. Dall’Africa si iniziò il trasferimento coatto degli schiavi verso le piantagioni e dal XVIII secolo si verificò la seconda ondata di migrazioni europee (2° stadio) verso le Americhe con oltre 45 milioni tra il 1800 e il 1930, l’Asia e l’Australia.

Poi ci fu la colonizzazione europea dell’Africa nel XIX secolo con il trasferimento di popolazione nelle colonie, soprattutto in Sudafrica e Rhodesia.

Più recentemente vi sono state migrazioni all’atto della proclamazione dell’indipendenza dell’India nel 1947, in occasione del ritorno degli Ebrei europei in Palestina alla proclamazione dello stato di Israele nel 1949, e le successive guerre con i Paesi Arabi confinanti e il conseguente esodo dei Palestinesi. Ultimo esempio di esodo è quello legato alla caduta dei regimi comunisti nell’Est europeo e alle guerre nei Balcani.



Le attuali migrazioni a livello mondiale, hanno assunto percorsi e modalità differenti da quelle dei tempi passati e possono essere così riassunte: dalla Periferia del Mondo al Centro rappresentato dai Paesi industrializzati dell'Occidente; dai Paesi poveri a quelli ricchi; dalle campagne alle città; dal Sud al Nord; dalle regioni marginali alle aree più sviluppate.

OLtre 100 milioni di persone vivono al di fuori del Paese di nascita: 27 milioni sono rifugiati per motivi etnici, religiosi, sociali e politici. Numerosi sono gli immigrati stagionali per motivi economici. Numerosi sono i clandestini, considerati tali da leggi restrittive varate da molti Paesi. In totale l’ONU calcola che circa il 20% della popolazione mondiale è costituito da immigrati per lavoro (temporaneo o definitivo).
I fattori generali degli attuali spostamenti di popolazione sono di tre tipi: la transizione demografica del Sud del Mondo (spostamenti dal Sud in 2°-3° stadio verso il Nord che si trova in 4° stadio, con popolazione in forte invecchiamento e rallentamento nella crescita); le differenze di reddito tra le varie parti del Mondo; la mondializzazione dei trasporti e delle comunicazioni. Si riducono le distanze tra i vari continenti le cui popolazioni conoscono le diverse realtà attraverso i media. La Terra divenuta il villaggio globale.

I flussi migratori contemporanei si organizzano attorno a pochi grandi poli/centri. Principale centro di attrazione sono gli Stati Uniti, che nel secolo scorso hanno polarizzato i flussi europei, ma nel corso degli anni venti, e in seguito alla trasformazione delle correnti migratorie (la maggior parte delle quali è rappresentata dalle popolazioni euro-mediterranee e slave), lo Stato federale ha deciso di adottare misure restrittive. Nel 1965, al termine di quattro decenni di chiusura delle frontiere, queste misure sono state abolite, e negli ultimi anni l’immigrazione è ripresa al ritmo di circa un milione di ingressi legali l’anno. Questi flussi originano dall’immediata periferia (Messico, Caribe, America del Sud), dall’Asia orientale e dai Paesi del "Sud" non europei.

Altro centro di attrazione, è divenuta l’Europa del Nord-Ovest a partire dagli anni Cinquanta, e ora l’Europa del Sud. Gli immigrati rappresentano circa 15 milioni di individui nell’Unione europea (senza contare i naturalizzati e i clandestini) e questi flussi persistono. Dapprima essi hanno avuto origine dagli ex territori coloniali, più o meno periferici, ma oggi assistiamo a una mondializzazione dei flussi migratori senza rapporto con le eredità storiche, in gran parte causati da guerre nei Paesi di origine, dalla situazione di povertà di molte regioni, dalla volontà di migliorare la propria situazione economica.

Terzo centro di attrazione, fino alla fine degli anni Ottanta, sono stati i Paesi petroliferi del Vicino Oriente. In mancanza di censimenti, il peso delle popolazioni immigrate è di difficile valutazione, ma è ragionevole stimarlo fra i 7 e gli 8 milioni di persone. In molte petro-monarchie gli immigrati rappresentano più della metà della popolazione. Tuttavia è necessario precisare che dopo le Guerra del Golfo i flussi migratori si sono in parte invertiti con numerose espulsioni.

Crescono gli immigrati con un grado medio-alto di istruzione, compresi professionisti, laureati e tecnici specializzati diretti verso Paesi industrializzati
la massa degli immigrati nei Paesi industrializzati viene impiegata come manodopera a basso costo in agricoltura, in settori manifatturieri ad alta intensità di forza lavoro, nelle grandi costruzioni e nell’edilizia, nei servizi domestici, nella ristorazione, nel settore alberghiero, nelle imprese di pulizia e nel piccolo commercio di strada
è molto diffuso il lavoro in nero tra gli immigrati clandestini e stagionali (oltre 30 milioni nel mondo)

Diversi fattori si combinano per spiegare la potenza e la direzione di questi flussi migratori: fattori demografici, economici, storici, culturali e politici.

Fattori demografici: nei Paesi sviluppati, ci sono popolazioni stabili e in via d’invecchiamento; nei Paesi in via di sviluppo, popolazioni giovani dalla demografia in forte crescita. Questo differenziale si spiega con la transizione demografica. Tuttavia s’impongono due osservazioni. La prima è la differenziazione crescente delle situazioni dei Paesi e delle macro-regioni del "Sud", autentico mosaico demografico. La seconda è la ripresa delle tesi maltusiane presso alcuni autori (carestie, guerre, indigenza, ...).

Fattori economici: tanto per i flussi Sud/ Nord che per quelli Sud/Sud, la ricerca di migliori condizioni di vita è uno dei principali fattori esplicativi delle migrazioni internazionali. I lavoratori migranti, un vero capitale umano, dal punto di vista economico e occupazionale, rappresentano un impoverimento per i Paesi di partenza e un arricchimento per quelli di arrivo. Gli effetti squilibranti sono dati anche dal fatto che partono soprattutto i giovani maschi che nei Paesi d’arrivo rappresentano un apporto positivo alla produzione, all’accumulazione di ricchezza e sono considerati una forza-lavoro flessibile e maggiormente sfruttabile. La loro presenza rappresenta anche un momento di crisi per il mercato del lavoro locale-

Fattori storici e culturali: abbiamo già menzionato il ruolo del passato coloniale nei flussi migratori; l’espansione delle potenze europee ha comportato la diffusione delle lingue del Vecchio Continente e la mondializzazione delle sue forme culturali. In compenso queste eredità hanno facilitato le migrazioni Nord/Sud. È vero che a partire dalla metà degli anni Settanta le ondate migratorie sono planetarie e scarsamente rapportabili alle geografie coloniali di un tempo, ma le ex colonie hanno ancora importanza. È però necessario prendere in considerazione un altro fattore culturale: lo strapotere dei media occidentali (soprattutto americani). La circolazione a tutto campo dei medesimi suoni e delle medesime immagini genera una sorta di "immaginario migratorio" e un’ideologia dello sradicamento che stanno alla base dei movimenti di popolazione. Nei Paesi ricettori, questa stessa atmosfera globale è propizia ad un certo lassismo in materia di regolazione dei flussi migratori. Per concludere, è poi importante segnalare che le delocalizzazioni-rilocalizzazioni delle unità produttive nei Paesi del "Sud", diffondendo i modelli di vita e di consumo occidentali, contribuiscono a un certo numero di partenze.



Fattori politici: è il caso delle persone che fuggono da un regime politico o da una situazione bellica. Lo statuto di questi rifugiati politici è stato specificato dalla Convenzione di Ginevra del 1951 e l’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU, creato nello stesso anno e con sede nella stessa città, si fa carico attualmente di circa 27 milioni di persone. La conseguenza di questi flussi migratori è la costituzione di diaspore. Il fenomeno è antico, legato a migrazioni non meno antiche. Nella maggior parte dei casi questa dispersione è legata ad un evento originario traumatico: massacri, genocidi, deportazioni, catastrofi naturali.
Gli esempi più antichi di questo fenomeno sono ben noti: si pensi alla diaspora greca, ebrea e armena, senza dimenticare gli Zigani che al giorno d’oggi sono gli unici a non possedere né Stato né territorio di riferimento (diaspora integrale). Nel corso del XVI secolo, con la tratta atlantica, ha avuto inizio la dispersione delle popolazioni nere; nel XIX secolo si sono verificate la diaspora irlandese, quella cinese e quella indiana. Il secolo scorso ha rafforzato il fenomeno con un nuovo esodo di popolazioni armene, in seguito al genocidio commesso dai Turchi e dai Curdi alla fine della prima guerra mondiale, e altri avvenimenti e rapporti di forza geopolitici hanno poi generato la diaspora palestinese, quella libanese, quella vietnamita, quella curda, quella arabo-musulmana e recentemente quella albanese e dei popoli dell’ex Iugoslavia.
Sono circa 18 milioni gli immigrati insediati nei Paesi dell'Unione Europea, pari al 5% della popolazione dei residenti. Non però equamente distribuiti, giacché in Germania, Belgio e Austria raggiungono il 9%; in Francia il 7%; in Svizzera il 18%; in Italia solo l'8% circa per un totale di 5,2 milioni di stranieri.
Oltre a quello dei numeri, c'è un altro argomento, quello delle cause che spingono ad emigrare. Le odierne migrazioni più che l'affermazione di un diritto ad emigrare, sono il disperato tentativo di sopravvivere a situazioni di miseria e di rischio per la vita. E in questo, molta responsabilità va ascritta al sistema occidentale e alla sua globalizzazione, che fa sì che il 20% di privilegiati dell'umanità consumi l'80% dei beni disponibili.

Passiamo ora aL'Uomo e l'organizzazione degli Spazi agricoli
ritorno a Geografia, scienza dell'organizzazione dello spazio