CLIMA E STORIA DELLE CIVILTÀ

Intorno al 3.000 a. C. , finalmente, cominciamo a disporre di testi in lingue originali e di memorie storiche perfettamente riscontrabili con datazioni abbastanza precise; convenzionalmente da questa data inizia la “storia” come susseguirsi di eventi connessi tra loro con precise cause ed effetti.
In questo lontano millennio il clima era sensibilmente più freddo (e, quindi, asciutto) rispetto ad oggi; la pianura mesopotamica abitata dai Sumeri già aveva bisogno di irrigazione per garantire i raccolti ed i due grandi fiumi che la attraversavano (Tigri ed Eufrate) erano in fase di escavazione del loro stesso alveo per l’aumentata velocità delle acque costrette in spazi più ridotti rispetto ai secoli precedenti quanto le golene erano più simili a laghi che a sponde di fiumi.



A mitigare queste siccità era solo la minore evaporazione per il clima più temperato e fresco e la presenza, ancora a quei tempi, di vaste foreste sulle montagne della Persia e dell’Anatolia. In questa situazione favorevole all’agricoltura, in molte parti del mondo, in una fascia a ridosso del 30° parallelo si svilupparono le prime grandi civiltà potamiche nella Mezzaluna Fertile, in Egitto, in India, in Cina, nel Messico e nelle Cicladi. In tutto il mondo, quindi, la risposta dell’uomo fu univoca e costante: con il clima fresco e mite l’agricoltura avanzava rapidamente con il fiorire di città ed imperi in grado di accogliere e governare masse sempre più numerose di uomini e animali.



Questa situazione di stabilità ed evoluzione demografica è ben rappresentata dall’Egitto: ”in meno di un secolo si uniscono i due regni dell’alto e basso corso del Nilo ed inizia il periodo delle grandi opere (piramidi, sfinge, templi più antichi, città ricche di vita, canali navigabili, ecc.)”. Questo periodo, durato oltre sette secoli, è caratterizzato dai primi irreversibili episodi di desertificazione del Sahara, allora più simile ad una savana che a un deserto.



Tra il duemila ed il 1700 A. C. tutto cambia; il clima si è riscaldato di almeno due o tre gradi in più (mediamente), il deserto si è ingrandito repentinamente fino quasi alle zone coltivate lasciando, però, ancora vaste aree verdi (oasi); in tutto il mondo molti popoli sentono la necessità di spostarsi verso terre più accoglienti: l’Egitto, indebolito dalle carestie, viene invaso dagli Hyksos, tribù nomadi desiderosi di acqua e terre coltivabili; i Babilonesi fondano il loro impero in Mesopotamia e costruiscono i migliori sistemi irrigui dell’antichità; in Egeo i Minoici (navigatori di origine sconosciuta) trasformarono Creta e Tera in isole da sogno con città di incomparabile bellezza; in Cina nuovi popoli e dinastie si impadroniscono del grande impero ed in America fioriscono i popoli andini, favoriti dal clima più fresco e dalle acque abbondanti.



L’esplosione demografica conseguente alla migliore alimentazione ed alla selezione di razze umane più resistenti perché ibride, fece divenire sempre più limitate le risorse naturali conosciute spingendo popoli a conquiste e guerre finchè, dopo il 1100 a. C. con il progressivo inizio di un periodo più freddo; gli spostamenti divennero gradualmente meno impellenti e rifiorirono i grandi regni e città: dagli Etruschi ai Fenici ed Ebrei, dai Greci ai precolombiani delle Ande.

Un pensiero a parte merita la civiltà Romana. L’Impero Romano è stato l’espressione dell’equilibrio climatico del suo tempo; nato nel sito climaticamente più favorevole del Mediterraneo (l’Italia era, allora, ricca di boschi ed acque dolci che fornivano selvaggina e materie prime) potè attingere alle tradizioni ed alla cultura etrusca che ancora oggi, checché se ne dica, rappresenta la fonte di molte nostre usanze, comportamenti e modi d’essere.

Finchè il clima favorì l’Italia, l’impero crebbe e fu grande; quando, dopo il terzo secolo della nostra êra, il clima cominciò ad inaridire le regioni orientali d’Europa, l’impeto “barbarico” delle genti in movimento sconvolse l’equilibrio già precario di una terra molto abitata e dissanguata da guerre civili per il potere centrale. Il crollo dell’Impero Romano sotto i colpi di popoli affamati e desiderosi di cibo e ricchezze è storia, per così dire, recente e solo la religione Cristiana fu in grado di accelerare quel percorso di accettazione reciproca e fusione di popoli che la storia aveva portato a scontrasi.

Nel citare gli eventi climatici che hanno influito sulle grandi civiltà antiche una riflessione particolare meritano i popoli Maya. Questa civiltà ebbe uno sviluppo quasi contemporaneo al massimo splendore dell’Impero Romano, poi, improvvisamente, nel sesto secolo scomparve. Per decenni gli studiosi cercarono ragioni logiche per una fine così strana e misteriosa, che lasciò intatti case, monumenti, suppellettili e quant’altro senza segni di catastrofi, guerre od altro.



In realtà la fine dei Maya è scritta nei loro stessi testi sacri; da eccellenti astronomi ed agricoltori avevano calendari molto particolari che suddividevano la vita stessa in cicli ove abbondanza e carestia erano pressoché programmate; essi conoscevano tutto della loro terra: percepivano quei cambiamenti legati ai grandi cicli astrali ed al sole che essi comprendevano come fonte di vita ma anche come potente fattore negativo in certi casi particolari legati al suo “stato” di stella. Essi sentivano parte integrante della natura e, come gli Etruschi, dagli eventi naturali traevano auspici e ammonimenti per il loro futuro; a differenza dei nostri antenati, tuttavia, non cercavano rimedi alle avversità ma alle stesse si abbandonavano con subordinata accettazione.

Le grandi siccità della metà del primo millennio della attuale êra furono fatali per la natalità e la stessa sopravivenza; l’alimentazione prevalentemente vegetariana fece il resto condannandoli all’estinzione rapida per stenti e sete; gli stessi siti che gli astri avevano loro assegnati per la vita non potevano essere abbandonati e finirono per diventare le loro tombe. Nei secoli seguenti, il nuovo raffreddamento del clima ed il ritorno delle acque riconsegnarono alla foresta i monumenti intatti e salvaguardati fino alla fine.

Un altro caso degno di essere menzionato, fu la fine della civiltà Minoica. Questo episodio storico è stato talmente importante da interferire con l’evoluzione di tutti i popoli che si affacciavano sul Mediterraneo; conscio della portata di un fenomeno naturale di tale imponenza, dieci anni fa mi recai a Creta per visionare personalmente luoghi e reperti: quello che constatai mi indusse a tornare più volte su quest’isola che ancora oggi è una miniera inesauribile di conoscenze e scoperte incredibili. La civiltà Minoica (o Cretese) iniziò il suo cammino con il favore del clima del terzo millennio a. C., un “popolo del mare” sicuramente di stirpe diversa dagli originali abitanti delle isole Egee (cicladici) si stanziò nella zona insulare che comprendeva Creta, Tera (odierna Santorini) ed alcune altre terre minori. Le caratteristiche somatiche di queste genti erano decisamente gradevoli: abbastanza alti, snelli, di pelle olivastra, con lineamenti tipici della razza primigenia dell'Homo Sapiens Sapiens ovvero quella Nilotico-sahariana.



Erano abilissimi navigatori; i dipinti delle loro navi, se osservati con competenza ed attenzione, rivelano caratteristiche idrodinamiche riprese solo con i sommergibili del XX° secolo; la tecnica di costruzione dei palazzi e delle case era così evoluta da permettere loro di innalzare, in tutta sicurezza diversi piani sopra quello principale e poiché queste isole erano ( e ancora lo sono) soggette a terremoti, i loro architetti progettavano già con criteri antisismici, realizzando le strutture di sostegno in materiali misti ( pietra, legno, mattoni) per renderle più elastiche e resistenti. Il loro simbolo ed animale sacro era il toro, rappresentato con le lunghe corna appuntite del “bos primigenius” così come lo troviamo nei graffiti sahariani del… 9.000 a. C. Ma i Minoici ci hanno lasciato anche un grande enigma: non avevano armi da guerra, non avevano fortezze, non recintavano con mura le città, non disponevano di nulla di tutto ciò che usavano gli altri popoli per combattere. I Minoici avevano, forse, capito che il loro nemico era un qualcosa contro cui le armi conosciute non servivano?



In ogni caso fu proprio così: al massimo del loro splendore, attorno al 1700 a. C. l’attività eruttiva del vulcano di Tera si intensificò improvvisamente seminando morte e distruzione in tutto l’Egeo con violenti terremoti; inoltre, le grandi masse di ceneri e gas fecero aumentare l’effetto “serra” sul bacino del Mediterraneo incrementando il riscaldamento del ciclo in atto, in quei secoli, nelle successioni climatiche. Il vulcano di Tera (ancora oggi esistente ed in fase ricostituiva) appartiene alla peggior specie conosciuta in quanto può rimanere latente per anni o secoli, salvo, poi, svegliarsi in modo improvviso per seminare distruzioni e alterazioni climatiche di vario genere; come lui, nelle zone a noi vicine, abbiamo solo il Teide alle Canarie ( enormemente più grande) ed il Vesuvio.

Il vulcano di Tera ha un ciclo di circa 25.000 anni tra la sua disintegrazione parossistica e la sua ricostruzione totale di massa critica; dopo alcuni secoli di violenti terremoti ed eruzioni, intervallati anche da lunghi periodi di calma, nello inverno del 1425 a. C. il vulcano di Tera esplose immettendo nell’atmosfera milioni di tonnellate di ceneri e miliardi di metri cubi di gas velenosi; non solo, l’enorme voragine profonda 400 metri a larga diversi chilometri che si creò in mare provocò un maremoto di proporzioni spaventose sulle coste di tutto l’Egeo ed il Mar Libico, con devastazioni soprattutto a Sud, verso il delta del Nilo. Molti Minoici fuggirono prima, andando in Palestina (Filistei), in Egitto (popoli del grande verde), in Grecia; ma la maggior parte perì nella fredda notte del cataclisma finale inghiottita dalle onde o soffocata dai gas.



Ci volle più di un secolo perché il clima e la natura permettessero a nuove genti di colonizzare le isole distrutte; queste genti venivano dal Nord della Grecia, avevano navi più rozze ma assai robuste, erano forti ma meno longilinei e sarebbero divenuti il tipo “mediterraneo” per eccellenza: erano i Micenei. Le loro città erano fortificante in modo poderoso, conoscevano il bronzo ed avevano una struttura familiare monocratica; intelligenti ma facili all’ira, capaci di grandi sentimenti ma anche di astuzie discutibili erano il popolo più adatto per affrontare le difficoltà del clima sempre più caldo che invadeva il Mediterraneo alle soglie dell’ultimo millennio prima di Cristo.



Il riscaldamento che investì il bacino del Mediterraneo (il clima, in Grecia, permetteva la vita ai leoni), fu intensissimo come mai lo era stato dal 9000 a. C., e creò non pochi problemi di approvvigionamento idrico; in Egitto, addirittura, i Faraoni già dovevano far fronte all’insabbiamento dei monumenti più distanti dal Nilo, mentre nel Sahara le oasi erano ridotte a piccoli palmeti.

La pianura padana, coperta di fitte foreste secolari, risentì poco di questa variazione la le fitoassociazioni divennero più xerofile con formazione di vaste brughiere i cui resti sono ancora visibili essendo stati trasformati in parchi naturali; è proprio questo il periodo che il ridimensionamento del Po, lasciando ampie fertili golene, permise l’insediamento di vaste aree boscate di querce, frassini salici ecc. ( bosco della Mesola in Veneto e Romagna, bosco di Trino in Piemonte).

In Piemonte e Lombardia, poi, le foreste erano talmente fitte ed etese che ancora ai tempi di Annibale era impossibile il loro attraversamento, tanto che la famosa battaglia del Ticino tra i Romani ed il cartaginese in realtà si svolse sulle rive del Po alla “confluenza” con il nostro fiume poiché nessuno era in grado di muovere un esercito in una simile selva. In quel tempo raggiungere il sito sul quale ora sorge Novara era impresa non da poco, paragonabile, ora, al raggiungimento di un villaggio in mezzo alla foresta amazzonica.

Le condizioni climatiche veramente severe (forse accentuate dalle conseguenze dell’esplosione del vulcano di Tera o da altri fattori sconosciuti) portò a grandi migrazioni: dalle asciutte terre dell’Est e dell’Asia minore i Dori penetrarono in Grecia fondendosi ai Micenei ed assumendone usi, religione e civiltà, posero le basi del periodo ellenistico più splendente; gli Etruschi (Rasenna, in lingua originale) portarono in Italia il seme della cultura pre-Romana che trovò fertile terreno nelle genti locali. Gli esempi potrebbero continuare ma, limitandomi a questi più celebri, sottolineo come nell’evoluzione dei popoli il clima sia stato molto più determinante delle stesse guerre che pur modificarono il corso della storia.