POPOLI TRA STORIA E MITO

L’ultimo argomento trattato, ancora avvolto nel mistero, ci ricorda che i primi passi della nostra civiltà sono stati mossi da genti che conosciamo solo attraverso le antiche leggende o le tradizioni di origine religiosa.

I testi sacri delle antiche civiltà nonché la stessa Bibbia hanno alcuni argomenti comuni e costanti, retaggio di episodi che debbono aver segnato in modo indelebile il cammino della nostra specie; recentemente si è anche accertato che:

  1. il DNA del patrimonio genetico umano deriva da un numero limitatissimo di Progenitori, come se la specie fosse stata portata al limite dell’estinzione;
  2. l’origine delle specie umane è sempre stata africana, con successive migrazioni sull’intero pianeta e progressivi adattamenti alle varie situazioni ambientali.


Il territorio della valle del fiume Olduvai, in Tanzania, a breve distanza dal parco di Ngorongoro e del Serengeti, all'ombra del Kilimanjaro è, al momento, considerato il luogo di origine del genere umano ove fu trovato lo scheletro dell'Australopithecus afarensis, meglio conosciuto come "Lucy", e le impronte del sito di Laetoli, datati 3,5 milioni di anni fa.

Mentre le religioni, sia antiche che moderne, tramandando la narrazione del grande diluvio che colpì popoli e città in modo improvviso e tremendo, la letteratura classica, già nel quinto secolo a. C. descrive il mito di una grande terra e dei suoi abitanti scomparsi improvvisamente poiché sommersi dalle acque. Il testo più completo è quello Platone, già contestato ai suoi tempi, nel quale questa terra chiamata Atlantide viene collocata oltre Gibilterra, e risulta minuziosamente descritta nelle dimensioni e delle città viene anche indicata la forma.



L’evento della sommersione è limitato ad una sola, terribile, notte di autentica apocalisse nella quale tutto viene inghiottito dalle acque; del popolo che l’abitava e della sua grande civiltà che gli aveva permesso di navigare fino alla Grecia, nulla sopravvisse se non il ricordo presso altri popoli.

Quel che meraviglia è che la data del cataclisma indicata con estrema precisione da Platone ci rimanda al 9.000 a. C.; accusare Platone di farneticazione completamente avulse dalla realtà sarebbe imprudente; egli; infatti, attinse queste notizie nel suo viaggio in Egitto ove potè consultare gli antichi papiri dei sacerdoti di Eliopoli che trattavano della storia più antica del mondo allora conosciuto.



L’incendio della biblioteca di Alessandria, ai tempi di Cleopatra, ci ha precluso per sempre la possibilità di conoscere le fonti di ispirazione non solo di Platone ma di tutti gli altri storici classici sia su questa che su innumerevoli altre questioni storiche: una vera catastrofe culturale non certo meno importante di quelle naturali.

Ad onor della scienza bisogna, tuttavia, accettare il responso dei geologi che ci dicono che una simile isola, ove indicato, non è mai esistita; a questo punto o la tradizione confonde le distanze e indica qualche terra del continente americano oppure, per ingigantimento narrativo dei tempi e delle distanze, ci tramanda la distribuzione della civiltà Minoica avvenuta in modo compatibile con quanto descritto e della quale tratterò più oltre.

Un’altro grande enigma forse connesso alle migrazioni o alle esplorazioni di popoli a noi sconosciuti è costituito dalle carte geografiche di Piri Reis, un ammiraglio turco del XV° secolo conservate, ora, a Istanbul ma già studiate in modo molto approfondito da molti scienziati e persino da tecnici della Marina americana. Queste carte geografiche (sicuramente copiate da documenti antichissimi come risultato dalle ricerche storiche e bibliografiche) riportavano, prima della loro scoperta, le terre del Sud America, delle isole atlantiche e dello stesso continente Antartico. Un simile enigma già basta e avanza se non fosse complicato ancora di più dal fatto che la topografia delle mappe descrive le terre con ottima precisione, in particolare quelle dell’Antartico, ora coperte dai ghiacciai.



Alcuni scienziati, inoltre, incuriositi dalle proporzioni dei fiumi e delle coste, scoprirono che la proiezione geografica era del tutto particolare e molto più complessa di quella comunemente in uso a quei tempi (ed ai nostri). Senza dilungarmi più oltre, è evidente che solo intorno al 9.000 a. C. vi era una situazione di sostanziale possibilità ottica di vedere quelle coste prive di ghiacci; a questo punto i dati oggettivi non ci dicono altro ma, giustamente, sorgono interrogativi non certo di poco conto! Forse, in quei tempi lontani, le poche centinaia di migliaia di uomini esistenti sul pianeta avevano già dato luogo ad un nucleo (molto ristretto numericamente) di civiltà tanto progredita da eseguire calcoli matematici di media complessità e costruire navi per lunghi viaggi in mare aperto? Perché l’Homo Sapiens Sapiens si diffuse in modo così rapido e sicuro, lungo direttrici razionali e la razza precedente fu rapidamente soppiantata senza mai aver dato luogo a ibridi? Un giorno qualcuno risponderà.



Un ultimo aspetto enigmatico dei popoli più antichi è quello relativo alle osservazioni astrali. Non citerò le innumerevoli speculazioni fantascientifiche al riguardo ma, attenendoci ai fatti ed alla storia, è in dubbio che tale ossessionante meticolosità aveva scopi ben precisi. Innanzi tutto, i calendari e le osservazioni più precise sono patrimonio dei popoli “agricoltori” per eccellenza, ovvero dei Sumeri, degli Egizi, dei Maya, degli Aztechi e degli Inca. La ragione di ciò risiede nel fatto che la ciclicità dei climi, delle piogge e delle siccità, che ora a noi disattenti sembra una novità, allora era ben conosciuta e rappresentava una variabile dalla quale dipendevano i raccolti e la sopravvivenza.



L’unico mezzo certo per calcolare il trascorrere del tempo e l'avvicendarsi delle stagioni era il cielo con le posizioni del Sole rispetto agli altri astri. Un mezzo di calcolo tanto preciso divenne subito strumento di orientamento per gli spostamenti e le migrazioni, tant’è che solo recentemente (addirittura nel XX° secolo) il GPS è considerato un mezzo di orientamento migliore.



La costruzione di qualsiasi edificio, ancora oggi, dovrebbe tener conto delle posizioni del Sole, dei venti dominanti e della salubrità del suolo; purtroppo spesso a dettare le regole sono, invece, gli spazi, le necessità volumetriche e quant’altro. I popoli più antichi, anche senza satelliti, conoscevano il clima forse meglio di noi poiché impostavano le loro attività su cicli stagionali che prescindevano dagli eventi giornalieri ancora oggi troppo legati a fattori contingenti, improvvisi e locali. Premesso ciò, è evidente che all’origine dei monumenti megalitici più antichi, non vi sono solo motivazioni esoterico-religiose ma ben precise necessità di calcolo astrale per stabilire i “momenti” fondamentali che scandivano la vita e la sopravvivenza di interi popoli.