CLIMA E MIGRAZIONI PREISTORICHE

Come già anticipato nell’introduzione, in tempi preistorici, migrazioni umane sono state causate sia dai mutamenti climatici che dalle necessità di reperire cibo di vario tipo. Circa 100.000 anni fa l’uomo di Neanderthall era in grado di seguire i grandi branchi di erbivori fino al limite dei ghiacciai allora estesissimi, essendosi molto ben adattato a tali climi gelidi; la stessa cosa non era stata possibile al suo progenitore Homo erectus che, tuttavia, ci ha lasciato tracce di notevoli spostamenti.

Soltanto l’affermarsi di una nuova specie di Homo Sapiens, cioè l’Homo Sapiens Sapiens (l’attuale) ha fatto delle migrazioni un fenomeno planetario di portata vitale, sia per la specie che per il futuro della Terra. Evolutosi direttamente nella culla ancestrale dell’umanità, cioè in quel triangolo che comprende i grandi laghi africani, l’alto Egitto e la costa del Golfo di Aden, la nostra specie ha trascorso il culmine dell’ultima glaciazione espandendosi più lungo i paralleli che lungo i meridiani, condizionata dal clima assai rigido della costa del Nord del Mediterraneo.


Del resto, in questo periodo, quello che ora è il deserto del Sahara allora equivaleva ad un vero paradiso di laghi, fiumi, foreste temperate con un ecosistema animale e vegetale ricchissimo di specie. Gli antichi papiri egizi che trattano della preistoria dei Faraoni (museo egizio di Torino) oltre ad elencarci Re e semidei al limite tra storia e leggenda, ci descrivono una terra non certo tormentata dalla sete o dalla carestia, anzi, ci parlano di un periodo “dorato” dove la terra ed il cielo erano tutt’uno. In ogni modo, all’inizio dell’attuale periodo interglaciale (circa 12.000 anni fa), l’uomo comincia a muoversi decisamente anche lungo le linee meridiane, tanto che attorno al 9.000 a.C. lo troviamo già allo stretto di Bering, allora transitabile sia per il livello più basso degli Oceani che per la regressione dei ghiacci.

La colonizzazione delle Americhe fu rapida ma solo dopo il 6.000 a.C. in quanto dovette subire, come in Europa, l’improvviso raffreddamento del clima e la devastazione delle coste a seguito del cataclisma della rottura del lago Agassiz che occupava gran parte dell’attuale Canada. Per meglio comprendere la portata di questo cataclisma geologico e climatico occorre spiegare un dettaglio importantissimo che ha permesso, e tutt’ora permette, la vivibilità delle coste nord atlantiche.



Nel golfo del Messico e nel cosiddetto “triangolo” delle Bermuda si formano due grandi correnti oceaniche di acque calde e salate; una, superficiale, si esaurisce all’altezza della Gran Bretagna, un’altra, profonda 800 metri, con portata pari a 100 volte il Rio delle Amazzoni, trasporta calore fino alla Scandinavia, dove emerge a 10/12 gradi centigradi e poi, ceduta all’atmosfera la differenza termica, si riemerge, compattata dal freddo, a circa due o tre gradi appena sopra lo zero. Da questo momento in poi il percorso a ritroso passa lungo le coste nordamericane e le dorsali oceaniche, diramandosi e diluendosi nelle altre correnti profonde che percorrono il fondo degli Oceani. Come tutti sanno, i mari sono il sistema di distribuzione del calore sull’intero pianeta, permettono la vita, attutiscono gli sbalzi termici, regolano le temperature.

Quando per un motivo fortuito, un simile sistema si blocca, anche in parte, le conseguenze sono enormi e possono, in brevissimo tempo, rendere invivibili regioni temperate oppure, al contrario, tiepide e privilegiate regioni prima coperte di ghiacci e rocce senza vita. Dopo l’ultima glaciazione, il rialzo termico fu notevole e circa 12.000 anni fa i ghiacci, nel Nord Atlantico, fondevano a ritmo imponente grazie, in gran parte, a queste due correnti calde che si erano instaurate per effetto del grande calore della zona tropicale marina. Questa rapida fusione, in teoria, avrebbe dovuto gradualmente scaricare negli Oceani le acque dolci e fredde che si formavano; ciò, invece, avvenne in minima parte, poiché i grandi ghiacciai asiatici e siberiani crearono grandi mari d’acqua dolce interni (ancora oggi i resti sono costituiti dal Mar Caspio, il Mar di Aral ed il Mar Nero, ora salato).



In Nord America si formò il lago Agassiz, che occupava l’odierna grande pianura canadese di Manitoba, tra i grandi laghi e le catene occidentali; ancora oggi una miriade di laghi e paludi costituiscono un vero paradiso ecologico. Questo antico mare interno era arrivato (ci dicono i dati geologici) ad oltre 40 metri sul livello del bacino di scorrimento del fiume San Lorenzo che portava le sue acque nel Nord Atlantico. Il troppo pieno di questo mare scaricava lungo il fiume Mississipi alimentando le immense paludi del Sud di quell’ area che oggi è costituita dalla Luisiana e Florida, dopodichè portava alimento al Golfo del Messico.

Intorno 9.000 a. C. la barriera che separava questo lago dal Mare di Tyrrell (oggi Baia di Hudson) e dal bacino del San. Lorenzo cedette ed una massa immensa di acqua fredda e dolce si riversò di colpo nell’Oceano; quello che può essere accaduto allora noi lo possiamo solo immaginare: ”per settimane o mesi una montagna d’acqua, riversandosi in mare, crea onde altissime che come un maremoto spazzano le coste da entrambe le sponde dell’Oceano; genera un rapido sollevamento del livello delle acque con irruzione nel Mediterraneo di correnti fortissime e conseguente sfondamento dei Dardanelli con travaso della piena nel Mar Nero allora più ridotto per la minor velocità di fusione dei ghiacciaio del Volga, completamente continentale.”

In questo disastroso squilibrio idrico le correnti oceaniche calde e salate si bloccarono, impedite dalla gran massa d’acque dolci e fredde, di espandersi verso Nord; dagli studi effettuati dai geologi Broecker dell’Università di Columbia e Denton di quella del Maine, con l’impiego di tecniche di datazione molto sofisticate basate sugli isotopi rilevati nei reperti fossili, è risultato che in meno 100 anni da quell’evento il gelo e l’ecosistema glaciale si erano nuovamente impadroniti del Nord Europa e Nord America.

Per quasi mille anni vi fu un nuovo avanzamento glaciale con interruzione delle vie di espansione del Nord Ovest dell’America; le popolazioni migranti, così bloccate, rimasero ancora oltre lo stretto di Bering, isolando nel continente americano quei nuclei umani che li avevano preceduti; occorrerà attendere oltre 5.000 anni prima di poter rivedere le nuove (e ultime) migrazioni dall’Asia.

La nuova parziale glaciazione ebbe termine bruscamente intorno al 8.000 a. C (Dansgaard, dell’Università di Copenaghen, ritiene che ciò avvenne in 20 anni soltanto!), cioè subito dopo il ritorno delle correnti calde messicane reso possibile dall’interruzione operata dai nuovi ghiacciai e dalle loro morene frontali sul canale di collegamento di ciò che rimaneva del Lago Agassiz con il bacino del Mare di Tyrrell e del fiume San Lorenzo. In Europa questo raffreddamento bloccò ogni espansione verso la Scandinavia ma gettò le premesse per la stabilizzazione di molte popolazioni nel più mite bacino Mediterraneo, nelle pianure ricche di acque della Mesopotamia e lungo le sponde del Nilo, ricche d’ogni risorsa.



Delle successive variazioni climatiche e delle migrazioni connesse abbiamo testimonianze via via sempre più documentate; nel deserto del Sahara, al centro delle catene montuose che separano la Libia dall’Algeria, vi sono innumerevoli graffiti che testimoniano la vita di quelle popolazioni e l’evolversi dell’ecosistema locale: dalle scene di caccia ai grandi erbivori delle foreste e praterie (dal 9.000 al 6.000 a. C.) si passa agli animali della Savana (6.000-3.000), agli armenti allevati (3.000-1.500) per finire ai dromedari attuali (1.500–500 a. C.) e cavalli.

Le solide acque dell’Agassiz, in pochi anni, si erano espanse su tutto il Nord Atlantico, spingendo quelle prima esistenti molto più a Sud. Ci vollero, come detto, quasi mille anni perché la circolazione delle correnti marine più calde riuscissero a riprendere in modo consistente; questo avvenne anche grazie all’avanzamento dei ghiacci canadesi che tornarono a “chiudere” la breccia sul bacino del Mare di Tyrrell e su quello del fiume San. Lorenzo permettendo alle acque dolci Nord americane di reincanalarsi lungo il Mississipi. Questa doverosa spiegazione si è resa necessaria in quanto, con molta probabilità, divenne l’evento ancestrale più significativo della storia dell’Homo sapiens che popolava le due sponde dell’Atlantico e le terre collegate al bacino mediterraneo.

Sicuramente le migrazioni di quei tempi remoti seguivano direttrici vicine alle coste ed ai corsi d’acqua per evidenti motivi di maggior vivibilità ed alimentazione; anche gli insediamenti, come ci confermano gli scavi archeologici, erano prevalentemente connessi alla presenza di acque. È perfettamente plausibile, quindi, ritenere che un evento come quello sopra riportato abbia letteralmente spazzato via molti insediamenti umani ovunque, a cominciare da quelli appena formatisi per migrazione del 10.000 A. C. in Nord America per poi finire con quelli del bacino costituito dal Mar Nero che in quel tempo era il centro di diramazione di tutte le stirpi indo-europee.

La storia della civiltà è molto più antica di quanto fino ad ora scritto su molti testi scolastici; nella Mesopotamia si costruivano capanne di mattoni nel 9.000/8.000 a. C.; la città di Gerico sorse, con le sue imponenti mura di pietra e le sue case vere e proprie di mattoni e tegole, già nell'ottavo millennio prima di Cristo. Nel quarto millennio a. C. i fossili ci dicono che la piovosità sui monti a Nord della Mosopotamia era molto consistente tanto da garantire, ancora, la presenza di vaste foreste nonostante il degrado operato dagli insediamenti umani a partire dal 7.000 a. C.; il periodo siccitoso seguente costrinse queste popolazioni (di stirpe Turrita) ad inventarsi l’irrigazione. Questa tecnica troverà il massimo splendore millenni più oltre, ai tempi di Babilonia.

L’accenno alle grandiose foreste dei monti che vanno dall’Anatolia alla Persia, un tempo fonte di ogni ricchezza per molti popoli, è doverosa poiché proprio qui, con questo legname, si fusero prima il rame e lo stagno e, successivamente, il ferro.
Anche in questo caso tutta la cronologia slitta indietro di oltre 2000 anni rispetto ai testi scolastici tradizionali: oggetti di rame sono stati trovati in strati del 5,000 a.C. (la mummia delle Alpi recentemente trovata in Alto Adige possedeva già un’ottima scure di rame datata 3.500 a. C.) e pertanto l’affermare che furono i Sumeri nel 3.000 a. C. a fondere il rame è del tutto risibile.
Quale popolo abbia scoperto per primo i metalli non lo sappiamo, ma la tradizione ci dice che il grande diluvio distrusse genti tanto orgogliose e progredite da irritare la Divinità (tutte le antiche religioni concordavano) e forse anche le date da me citate dovrebbero essere riscritte.