L'epoca spagnola: 1535-1706

Luigi XII di Francia, dopo aver sconfitto Ludovico il Moro, nell'estate del 1501 riconquista Napoli ma ben presto si scontra con la Spagna e dopo quasi due anni di resistenza è sconfitto presso il Garigliano. Qualche anno dopo Luigi ritorna in Italia e sconfigge Venezia nel 1509 ma spinge il papa Giulio II ad opporsi ai francesi e a dare vita ad una Lega Santa. Mentre i francesi nel 1512 sconfiggono gli spagnoli a Ravenna, l’anno successivo gli svizzeri battono le truppe francesi, guidate dal Trivulzio, presso Novara (Battaglia dell'Ariotta, detta anche La Riotta, nel 1513), costringendo Luigi XII ad abbandonare l’Italia e a porre sul trono milanese Massimiliano Sforza, figlio di Ludovico il Moro.

Dire quali potessero essere le condizioni di Novara in questi secoli non è difficile; chi può, abbandona la città per vivere nella campagna per poter sfuggire ai saccheggi e alle tasse esose e commerci, agricoltura e attività artigianali languono miseramente.


Battaglia dell'Ariotta

Francesco I

Carlo V

La battaglia di Pavia

Il sacco di Roma

Fra il 1512 ed il 1515 i Cantoni svizzeri con le loro truppe mercenarie controllarono il Ducato. Nel 1515, dopo la sanguinosa battaglia di Marignano (oggi Melegnano), che vide la sconfitta dell'esercito elvetico, Francesco I di Valois, re di Francia, depose Massimiliano e si installò sul trono ducale. Nella corsa al potere del Sacro Romano Impero perse l'elezione alla carica imperiale (1519) in favore di Carlo V d'Asburgo. Nel 1521, Carlo V innalzò al trono del Ducato il giovane fratello di Massimiliano, Francesco II Sforza.

La guerra riprese nel 1524 quando Francesco I scese personalmente in Italia: le truppe di Carlo V abbandonarono senza combattere quasi tutto il Ducato, rimanendo con un forte presidio solo a Pavia che fu cinta d’assedio. In soccorso agli spagnoli giunse l’esercito imperiale di Carlo V e l’esercito francese fu sconfitto nella battaglia del 24 Febbraio 1525: la cavalleria francese, con il re in testa, fu spazzata via dagli archibugieri spagnoli, l'esercito fu messo in rotta e il Re fu fatto prigioniero (così scriverà alla madre: "Tutto è perduto, fuorché l'onore e la vita che è salva"). Francesco I fu deportato per un anno in Spagna e liberato dietro versamento di un riscatto e della firma del trattato di rinuncia sull'Italia e su altre terre.

Appena liberato Francesco I riprese le ostilità contro Carlo V con l’aiuto di alcuni staterelli italiani e del papato. Verso la fine del 1526 l’esercito imperiale composto da migliaia di lanzichenecchi, truppe tedesche luterane e accanitamente anti-papiste, scese in Italia e prese la via di Roma per punire il papa per la sua alleanza con il Re francese. Nel maggio del 1527, la città venne presa d’assalto e sottoposta a un devastante saccheggio, efferato e sacrilego, chiamato il "Sacco di Roma".

La lunga e sanguinosa lotta fra Francia e Spagna si protrasse per anni e nel 1529 una nuova armata francese al comando del principe di Borbone fu sbaragliata a Landriano dagli spagnoli. Nel 1535, alla morte del duca di Milano Francesco II Sforza, il figlio di Carlo V, Filippo II di Spagna, ereditò il ducato di Milano; Francesco I invase l'Italia nel 1536, conquistando la città di Torino, ma non riuscì a impadronirsi di Milano. In risposta, Carlo V invase la Provenza, spingendosi fino a Aix-en-Provence, per poi ritirarsi in Spagna.

La tregua di Nizza pose fine alla guerra, lasciando Torino in mani francesi, e Milano agli spagnoli. La tregua di Nizza è famosa perché Carlo e Francesco rifiutarono di sedere nella stessa stanza insieme; i negoziati furono portati a termine dal papa Paolo III Farnese, che, andando di stanza in stanza, raggiunse un accordo. La pace di Cateau-Cambrésis del 1559 pose finalmente fine al lungo conflitto e il Ducato di Milano rimase soggetto ai sovrani spagnoli sino all'inizio del XVIII secolo. In questo periodo Milano divenne con San Carlo (1564-1584) e Federico Borromeo (1594-1631) uno fra i principali centri della Controriforma in Italia.

Come conseguenza di questi avvenimenti la città di Novara passò sotto il controllo spagnolo. Carlo V, con gentile pensiero di riconoscenza verso il papa Paolo III, trasformerà le terre novaresi in Marchesato e nel 1538 la donerà al figlio del papa, Pier Luigi Farnese che, senza mai averla veduta, attraverso il suo governatore Cicogna, si darà gran cura di tassarla pesantemente e, per rafforzare la difesa del territorio verso occidente, ordinò che venisse approntata una piazzaforte militare, squadrando il cuneo naturale formato dalla collinetta pleistocenica e rivestendo di mattoni i suoi fianchi: i popolosi sobborghi che si erano costituiti all'esterno della città vennero rasi al suolo per far posto all'insieme delle fortificazioni. In questa occasione venne abbattuta anche la chiesa che accoglieva le spoglie di S. Gaudenzio, costringendo i novaresi, a spese dei Farnese, ad edificare un tempio nuovo all'interno delle mura, là dove sorge ora.


Il regno di Carlo V

Carlo V

Toledo, la capitale
del regno di Carlo V

Escorial, la tomba
di Carlo V

Le fortificazioni spagnole

La città di Novara dentro
le fortificazioni spagnole

Nel 1543 re Carlo V ordinò l'Estimo Generale dello Stato,lavoro portato a termine solo nel 1551 per tutto il territorio di Novara: vennero rilevate la superficie in pertiche, le varie coltivazioni e i nomi dei proprietari. Risultato finale fu il calcolo dell'ammontare delle tasse che il territorio novarese doveva versare agli spagnoli ogni anno: 17.720 scudi, ripartiti tra i cittadini, escluso naturalmente il clero che in quei tempi aveva occupato con 7 monasteri, 33 chiese, 5 collegi e 8 conventi e altri edifici (seminario, canonica, case canonicali, orfanotrofi, ospedali) buona parte della città all'interno delle mura.

In questa occasione viene redatto anche il primo catasto dei beni di Veveri: su un totale di 161 pertiche (una pertica vale circa 655 m² e 161 pertiche sono quindi 105.000 m², cioè 10,5 ettari), 149 sono occupate da colture arative (cereali), 4 pertiche da vigna e 2 da prato, il tutto in mano a soli 8 proprietari. Dal conteggio sono esclusi i beni ecclesiastici esenti da tassazione, quindi esclusi dal conteggio.

Il 13 dicembre 1545 papa Paolo III convoca il Concilio di Trento che si chiuderà nel 1563; l'ultima parte del Concilio fu dominata dalla figura di Carlo Borromeo che era nipote del papa regnante durante gli ultimi anni del Concilio, Pio IV. Furono prodotti sedici decreti dogmatici, su vari aspetti della religione cattolica. Venne riconosciuta come ufficiale la versione della Bibbia detta Vulgata, evitando l'uso del volgare per le Sacre Scritture nel culto. Tra le deliberazioni più importanti dal punto di vista disciplinare ci fu l'obbligo di residenza dei vescovi nelle loro diocesi.

Dopo la fine del Concilio il papa e la curia romana emisero altri documenti sulla riforma della chiesa. Fra questi le revisioni del Breviario e del messale, con l'adozione universale del rito romano, con l'unica eccezione del rito ambrosiano per la diocesi di Milano. Furono pubblicati successivamente il Catechismo Tridentino e l'Indice dei libri proibiti.

Il nuovo atteggiamento nei confronti del protestantesimo viene indicato con il termine di Controriforma, mentre l'applicazione dei decreti del concilio viene definita come Riforma cattolica. Sebbene il Concilio fissasse solo principi generali sull'uso delle immagini, l'arte risentì dei cambiamenti religiosi: vennero modificate le regole nella costruzione delle chiese e nella posizione degli altari, il rapporto tra zona di celebrazione delle funzioni e area riservata ai fedeli, lo stile Barocco, pomposo e ridondante, fu utilizzato per osannare la grandezza e la potenza della Chiesa.

Notevole fu l'influsso sulla musica, sul Canto gregoriano riportato alla purezza originale; venne eliminata ogni traccia di musica profana, con l'eccezione per il Canto ambrosiano. Si affidò a G. Pierluigi da Palestrina il compito di redigere una nuova edizione della liturgia. Molti tra i maggiori compositori dell'epoca e dei secoli successivi scrissero messe, vespri, salmi, inni e altro, nello stile della propria epoca, e tutti questi vennero eseguiti sia come musica liturgica sia in forma di concerto.

Gli spagnoli rafforzano un costume parziamente già in uso all'epoca, quello di concedere beni derivanti dalle proprietà ecclesiastiche e diritti di decime a personaggi "illustri" senza che questi mantenessero la residenza in loco e fornissero un servizio alla comunità. Il 24 marzo 1582 Giorgio Lanza, arcidiacono della Cattedrale di S. Maria, ottiene una parte della cappellania di S. Maiolo che incorpora nei beni della Cattedrale, lasciando la parte minoritaria a Gerolamo Pescatore per le esigenze della chiesetta di Veveri.

Nel 1593 il papa Clemente VIII nominò vescovo di Novara Giovanni Francesco Bascapè, superiore generale dei Barnabiti. Era nato a Melegnano il 25 ottobre 1550 e nel 1578 era entrato nell'ordine dei Barnabiti assumendo il nome di “Carlo” in onore a Carlo Borromeo di cui era stato per diverso tempo suo segretario e collaboratore per la diocesi milanese.

Nel maggio del 1593 il Bascapé faceva il suo ingresso a Novara insediandosi nello spoglio palazzo vescovile con l'obiettivo di riformare la chiesa novarese, formata da 253 parrocchie, nello spirito del Concilio di Trento. Nel luglio dello stesso anno Bascapè comunicava con una lettera ai sacerdoti la sua volontà di condurre i fedeli "sulla retta via, anche contro il loro stesso consenso". Questa sua fermezza si scontrò con le idee dei governanti novaresi, compreso il podestà che il Vescovo non esitò a scomunicare.


Concilio di Trento

Carlo Borromeo

Carlo Borromeo
durante la peste

La cattedrale
di S. Maria

Carlo Bascapè

Carlo Bascapè
e Carlo Borromeo

Rispetto ad alcuni suoi predecessori egli fu molto attivo dando vita ad una visita pastorale e mandando "visitatori" nel 1594 in tutte le parrocchie e chiese che si concluse con una esaustiva relazione sullo stato del clero gaudenziano. Dopo aver eseguito questa indagine, riformò il clero, ridusse i privilegi, moralizzò i comportamenti di molti curati di campagna più sensibili ai beni materiali che alla cura delle anime, riprese la lotta contro i movimenti eretici riformando la Santa Inquisizione novarese. Nel 1600 fece una seconda visita pastorale per controllare gli effetti della sua opera riformatrice sia sui sacerdoti, sia sugli edifici religiosi e sul loro decoro. Rimase vescovo di Novara fino alla morte sopraggiunta il 6 ottobre 1615, all'età di 65 anni, dopo 22 anni di permanenza nelle nostre terre e fu sepolto nella chiesa di S. Marco annessa al collegio dei Padri Barnabiti.

Dunque l'11 aprile 1594 i "visitatori", tra cui il canonico Lenti, sono a Vepra e constatano lo stato di abbandono della cappella di S. Maiolo: evidentemente i cappellani beneficiari della chiesa (in quel momento era Giovanni Francesco Serbelloni) si occupavano di ritirare i benefici ma nulla facevano per il decoro della chiesetta e per la cura delle anime. Alla domenica veniva a celebrare messa un carmelitano dalla città e lo stesso si doveva portare il calice poichè nella chiesa non vi era nulla. Gli abitanti di Veveri, un centinaio circa, gli versavano una elemosina di 75 lire e altre 50 venivano date al Serbelloni. Per tutti gli altri sacramenti si doveva dipendere dalla parrocchia di S. Andrea.

Nessuno del posto custodiva la chiesa e la porta era priva di chiavi, il tetto era ricoperto malamente con tegole, l'altare era privo di icona e solo su una parete vi era un'immagine, i candelabri e la croce erano di legno tarlato, i paramenti lacerati in più punti, un messale sgualcito posto in una cassa. I terreni della chiesa erano dati in affitto a Bernardo de Donatis che pagava in natura: una ventina di sacchi di segale e una ventina di frumento, il tutto consegnato al Serbelloni che ritirava dagli abitanti anche un terzo della decima di vino.


Carta del 1667 del
territorio novarese

Carta del 1667 ingrandita,
intricato sistema idraulico

Veveri nell'epoca spagnola

La cappella di S. Maiolo
tra le cassine

Borgo S. Andrea
e la chiesa parrocchiale
per Veveri

Letta la relazione dei "visitatori", il vescovo Bascapè, dieci giorni dopo, prese "carta e penna" e scrisse ai procuratori del Serbelloni una lettera di fuoco, minacciando la scomunica e una ammenda di 25 scudi se il beneficiato Serbelloni non avesse riparato la chiesa, arredandola di icona di S. Maiolo, candelabri e croce in ottone, sei tovaglie per l'altare, paramenti liturgici in tutti i colori prescritti, calice, patena e tre corporali, il tutto conservato in un armadio con serratura; doveva altresì intonacare e imbiancare le pareti, soffittare la chiesa e fornirla di un vaso per l'acqua santa e che un abitante del posto, scelto dal canonico Lenti, tenesse le chiavi!

I rappresentanti del Serbelloni entro 15 giorni dovevano recapitare al vescovo l'impegno scritto di fare ciò che lo stesso ordinava entro i due mesi fissati e durante la messa della domenica 14 agosto il sacerdote officiante lesse al popolo di Veveri il decreto del vescovo Bascapè. Quell'intervento così deciso dette i suoi frutti, sia pur temporanei, tanto che il 3 gennaio 1617 il procuratore del subentrante beneficiario dei beni di S. Maiolo, Giulio della Torre, preposito della collegiata di S.Maria della Scala di Milano, redige una descrizione della chiesetta, posta in mezzo alle Cassine di Veuvere, con l'atrio, l'altare con l'effige di S. Maiolo, la prima citata nella nostra storia, la porta con chiave, i paramenti custoditi in un credenzone, candelieri e croce in ottone, tovaglie, un messale nuovo, calice e patena dorati, una campanella.

La relazione descrive anche la consistenza dei terreni in 29 moggie e 6 stare, pari a circa 9 ettari (il moggio novarese valeva 30,6603 are e un'ara valeva 100 m²), cita vari toponimi ora scomparsi, a parte la Roggia Mora, Veuere, Vignale e Merghalto, chiamata poi cascina Margatto (ormai distrutta dalla costruzione della TAV) e ci dice che il giorno di S. Maiolo si spendono 8 lire imperiali per far celebrare messe solenni.

Nel 1602 il governatore spagnolo di Milano, conte di Fuentes, fa un regalo ai novaresi che non ne potevano più dell'esosità dei Farnese: li libera dal casato, ...in cambio di 225.000 scudi d'oro. Quale generosità! Ma non finirà la nefanda opera di sfruttamento economico, di persecuzione morale e di paralisi di ogni attività civile esercitata dagli spagnoli sulla città e sul contado novarese. I risultati furono: il collasso demografico progressivo, nonostante il darsi da fare della soldataglia, la depressione dell'istruzione, in gran parte gestita dai gesuiti, l'impoverimento di tutte le classi, in special modo dei contadini poveri, il collasso dei commerci e il decadere delle condizioni igieniche.

Nel 1615, morto il Bascapè, subentra a Novara il nuovo vescovo cardinal Ferdinando Taverna (1615 - 1619) che durante la sua visita pastorale manda un suo inviato a visitare la chiesa di S. Maiolo: l'oratorio è descritto come ampio e soleggiato, l'altare secondo le norme del Concilio tridentino, pareti imbiancate e pavimento in cemento, ma manca nuovamente la chiave alla porta e le finestre non hanno infissi. Sono accettabili le suppellettili e i paramenti, vi è un confessionale. Il titolare Giulio della Torre ha solo l'obbligo di celebrare la messa il giorno di S. Maiolo. Presso la chiesetta funziona una scuola dove si impara il catechismo tridentino. A veveri sono censite 22 famiglie con un centinaio di persone di cui quasi venti sono bambini non ancora comunicati. Il visitatore si lamenta poi che nessuno della parrocchia di S. Andrea abbia cura della cappella di S. Maiolo.


La peste

I monatti

I funerali

Verso la fossa comune

Nel gennaio del 1629 si hanno notizie di casi di peste, nelle zone della Svizzera meridionale: di fronte alle paure della popolazione, le autorità ossolane decisero di sorvegliare i passi alpini; vennero emanate disposizioni per la quarantena che imponevano ai sospetti di contagio di abbandonare le zone in cui risiedevano per riunirsi in lazzaretti sotto stretta sorveglianza. Tali disposizioni non evitarono il diffondersi dell'epidemia tra una popolazione indebolita dalla carestia che si era abbattuta tra il 1627 e il 1629. Nel 1630, la malattia si diffuse con violenza anche in città e nei dintorni. Nel mese di agosto il borgo di Sant'Agabio venne chiuso e venne approntato un lazzaretto per ospitare gli ammalati. La peste imperversò violentemente per tutta l'estate mietendo vittime in città e nei sobborghi. Nel 1632 il Tribunale della Sanità di Milano dichiarò estinta l'epidemia. Nei primi decenni del Seicento l'Europa fu nuovamente insanguinata dalla "Guerra dei Trent'Anni" che aveva come sfondo le lotte religiose tra cattolici e protestanti e l'ennesima contesa tra Francia e Spagna per il primato politico europeo. In un primo momento Novara non venne interessata dagli scontri (gli abitanti dovettero però mantenere l'esercito stanziato in quelle zone dagli spagnoli): la situazione precipitò nell'agosto 1636, quando l'esercito franco-piemontese con quattromila uomini conquistò il castello di Fontaneto, mentre il grosso delle truppe si spinse nella zona della Riviera d'Orta e a Novara. Poco dopo una controffensiva spagnola fermò i francesi che furono costretti alla ritirata. La guerra continuò con vicende alterne fino alla Pace dei Pirenei sottoscritta nel 1659.

Nel 1658 il vescovo Giulio Maria Odescalchi (1656-1666), quarant'anni dopo la visita pastorale del vescovo Taverna, dopo nuove campagne militari e la peste, constata che l'oratorio di Veveri è ridotto in una situazione misera: i visitatori che arrivano il 14 gennaio di quell'anno segnalano un edificio in rovina, piove dal tetto, le pareti prive di imbiancatura, senza il pavimento, con immondizie sparse, pareti con crepe e pericolanti, tanto che consigliano di chiuderlo o ricostruirlo. L'altare ha i sigilli violati ed è privo di arredo ed è sparita l'icona di S. Maiolo, anche se si nota sulla parete una pittura con il Cristo crocifisso. L'armadio contiene in modo disordinato pochi paramenti.

La funzione e la catechesi festiva veniva curata da un ecclesiastico di un monastero cittadino, non di certo dal parroco di S. Andrea. Anche il tesoriere, certo Giovan Battista de Agosta, non tiene i conti a posto, ha registri in disordine e debitori che non pagano. L'obbligo di dire messa la domenica, dietro beneficio di 70 scudi, era del canonico Paolo Callimaco che però risiedeva a Roma. Allora il vescovo comanda ai procuratori di don Paolo di esigere dai fittabili i debiti e con il ricavato di restaurare l'oratorio di S. Maiolo.


Localizzazione edifici monastici

L'attuale cascina Roggia

Edificio risalente al monastero

Nello stesso giorno, 14 gennaio 1658, i visitatori si recano presso la cappella, annessa al Monastero delle Domenicane di S. Caterina: la trovano in migliori condizioni, imbiancata, con finestre protette da vetri, sopra l'altare vi è una tavola dipinta rappresentante Cristo che comunica S. Caterina, le suppellettili sono custodite in una cassa di legno di noce, la parete frontale all'altare ha una grata di ferro per permettere ai fedeli di assistere alle funzioni celebrate alla domenica da un padre domenicano di S. Pietro al Rosario. All'esterno della cappella vi è un grazioso affresco del Cinquecento rappresentante la Vergine. Questo monastero era sito là dove oggi vi è la cascina Roggia, in via Vignale, e sui muri esterni rivolti a nord si intuiscono ancora oggi degli affreschi.

Il periodo spagnolo ha lasciato in paese alcuni toponimi e molte costruzioni o rimaneggiamenti: è di questa epoca una cassina con torre colombaia, di proprietà della marchesa Matilda Nazaro Visconti, detta in dialetto culumbaron, abbattuta negli anni cinquanta e la curt di spagnö, di fronte alla cassina, un insieme di povere case per i salariati, casseri e stalle per la stabulazione di cavalli.

Alla fine del secolo la popolazione di Novara è stremata dalle continue guerre, dalle carestie, dall'assenza di un ceto borghese dinamico e propulsivo, dal languire dei commerci e delle attività produttive. Nelle nostre terre permaneva un sistema agricolo arretrato tecnologicamente, e sulla popolazione pesavano l'inflazione e la svalutazione dei terreni. Nonostante ciò la popolazione novarese aumentò considerevolmente non solo perchè aumentò la speranza di vita ma anche per l'aumento della natalità, preparando la strada per la rivoluzione agricola, sociale e demografica del XVIII secolo.