Il periodo medioevale

Con la fine dell'Impero Romano d'Occidente si apre un lungo periodo storico chiamato Medioevo che finità nel 1492, con la scoperta delle Americhe da parte di Cristoforo Colombo. Gli storici distinguono:

Il Medioevo fu certamente un periodo di carestie, di lotte, di invasioni, di rimescolamento di popoli e culture, lunghi periodi di arresto demografico dovuto alle epidemie, ma fu anche la fusione del mondo latino-romano con quello germanico creando per la prima volta uno spirito europeo unito dalla comune religione cristiana. I monasteri cluniacensi, poi con quelli cistercensi, e più tardi le università, si impegnarono a custodire il sapere di ogni tipo, dalla letteratura pagana, con i classici greci e latini, ai testi arabi di filosofia, matematica, astronomia, geografia e medicina.

Dopo il crollo dell'Impero Romano d'Occidente, vi fu una prima fase con la lotta tra le popolazioni del nord e dell'est europeo per la ricostruzione dell'organizzazione amministrativa, militare, economica e giuridica; questa fase fu seguita da una nuova fase di accentramento dei poteri a livello nazionale. Nell'Italia centrosettentrionale si assiste invece alla nascita dei comuni, città indipendenti a regime repubblicano, sino alla loro trasformazione in signorie cittadine e poi in stati regionali.

Una realtà in grado di dare omogeneità al panorama europeo fu la comune radice religiosa che portò da un lato ad una certa confusione e unione tra potere temporale e potere religioso. L'Occidente continuò ad essere soggetto a ondate di invasioni e fu un periodo di tumulti e di anarchia.

Anche nelle nostre terre il periodo medioevale determinò continui cambiamenti, lotte tra le varie fazioni, alleanze che si ribaltano, contrasti per il controllo delle terre e dei loro benefici e la chiesa di Veveri o le rendite dei terreni veveresi sono un esempio persino di cause e di mediazioni tra canonici di S. Gaudenzio e del Duomo, tra cappellani della chiesa di S. Maiolo e la chiesa di S. Stefano ora di S. Andrea.

In quei primi secoli medioevali, duchi bizantini, Longobardi e Franchi hanno scorazzato e conquistato il nostro territorio quando il potere politico e quello dei vescovi di Novara e la loro sede sull'isola di S. Giulio furono scenario di lotte sanguinose. La storia scritta e i documenti iniziano a darci notizie di Veveri, allora chiamato Vepra.

Carlo Magno (Karl der Grosse) sconfigge nel 773 i Longobardi e il loro re Desiderio, nell'anno 800 a Roma viene incoronato imperatore del Sacro Romano Impero. Egli fondò un impero unito e stabile, in cui fu nuovamente possibile godere di civiltà ed istruzione. Quando nell'814 muore Carlo Magno, l'impero si frammentò e le incursioni vichinghe crearono altri problemi. Dopo una rinascita del monachesimo, in particolare quello benedettino, si verificò un lento declino della Chiesa.

Come è organizzata la vita economica delle nostre campagne in questi anni? I contadini vivono e lavorano nelle curtis (corte dei paesani o cascina) o villa con cortile chiuso per le opere dell'azienda agricola composte da un edificio centrale, destinato al proprietario e da un complesso periferico di altri edifici, destinati ai lavoratori ed alle loro famiglie o alle necessità produttive agrarie; il complesso degli edifici costituisce il perimetro di un grande spazio centrale scoperto: l'aia. Ne risulta una struttura protetta all'esterno dai muri degli edifici, un insieme di terreni e case e di produzione agricola. La curtis si presentava divisa in due settori: la prima era riservata al signore ed era prevalentemente coltivata dai suoi servi, la seconda, divisa in campi, era affidata in gestione ai coloni che in cambio erano tenuti sia a presentare giornate di lavoro gratis (corveès) sulle terre del signore, sia a concedergli una quota del raccolto, i tributi. A ridosso della corte si trovavano piccoli appezzamenti di terreno: gli orti delle famiglie dei lavoratori (questa zona di orti deriva da un termine celtico bròlo che significa verziere, orto, nome dialettale di un cortile veverese).

Il 19 febbraio dell'840, in un documento del vescovo Adalgiso, si cita per la prima volta la villa di Vepra, nome latino, o Veura, nome popolare. Attorno a questa azienda agricola si evolverà il nostro paese. In questo documento il vescovo istituì due capitoli di canonici, uno per la chiesa cattedrale e uno per S. Gaudenzio. La diocesi venne suddivisa in pievi (riorganizzazione del territorio voluto dai franchi carolingi); tra queste è definita la pieve urbana che comprendeva la città e le 27 villae attorno alla città, tra cui Veura. I canonici dovevano occuparsi delle anime dei cittadini che lì vivevano, ma anche avevano il compito di raccogliere le decime, vere tasse pari al 10% di ciò che si produceva. Le liti tra canonici delle due chiese e canonici di S. Stefano per rivendicare la proprietà dei terreni di Veveri e la decima si protrarranno per secoli.

In un altro documento del 5 ottobre 886 il prete Giselberto, figlio del defunto Doelberto de vico Vebra (nomi sicuramente di origine longobarda), dona tutti i beni da lui posseduti nel territorio veverese alla chiesa appena costruita fuori le mura e dedicata a S. Gaudenzio. Il documento cita alcune case, la curtis, un terreno con abitazione, vigne, campi, prati, boschi, pascoli, stalle, un mulino e cavi d'acqua: esiste quindi già un villaggio con una corte agricola fortificata dove risiede un funzionario dipendente dal signore, il ricordato Giselberto, circondato da campi e boschi.
La costruzione che più richiama la struttura della curtis non esiste più, ma le foto degli anni settanta la mostrano come una grande costruzione su tre piani, una cascina a corte chiusa, con la casa padronale rivolta ad est, dove si trovava il grande portone di accesso, le stalle ad ovest, con l'altro portone in legno, i casseri a nord e un muro di recinzione sul lato sud: una piccola fortezza. I due portoni, attraverso i quali transitava la strada sterrata, oggi via Vignale e via Belgirate, venivano chiusi di notte.






Altri veveresi sono ricordati in documenti conservati nell'Archivio del Capitolo di S. Maria: Gauspertius, figlio di Dodebergo de loco Veura, nel 982; Amelberto (altri nomi di origine longobarda), padre di Stefanone de loco Veura, nel 982; Adam, figlio di Leone de Veura, nel 1039.

Nei secoli successivi a Novara si susseguono periodi di lotte interne per il predominio sulla città e vere guerre di occupazione: famosa è quella di Enrico V che nel 1110 portò alla distruzione delle mura di Novara o l'arrivo del Barbarossa che nel Natale del 1154 sottomise la città, distrusse i castelli di Galliate, Trecate e Momo ma che spinse poi la città nel 1167 ad aderire alla Lega Lombarda proprio contro l'imperatore che verrà sconfitto a Legnano il 29 maggio 1176 e a distruggere l'anno successivo la rivale Biandrate. Dopo quelle vicende anche a Novara si formò il comune che tentò ripetutamente di eliminare il potere vescovile. Le istituzioni comunali durarono circa un secolo: nel 1208 fu costruito il Palazzo dell'Arengo e nel 1239 venne costruita una zona fortificata nell'area dell'attuale castello.

All'inizio del 1100 i canonici della Cattedrale, che percepiscono le decime dei veveresi, curano l'edificazione di una cappella dedicata a S. Gaudenzio, mentre nel settembre del 1110 Enrico V incendia la città ed abbatte parte delle mura; nel 1132 Papa Innocenzo II è a Novara e consacra la Cattedrale ricostruita in parte dopo le distruzioni francesi. Nell'anno successivo, il 25 giugno 1133 in un documento dello stesso papa la chiesa di Veveri viene ricordata con tutte le dipendenze (si parla di un manso, cioè di una superficie pari a circa 144 pertiche, quindi 9,4 ettari) e dalla chiesa cattedrale e dal capitolo gaudenziano. Più tardi, verso il 1300, la cappella verrà dedicata anche a S. Maiolo.

A Natale del 1154 il Barbarossa è a Novara e mentre inizia la lotta tra i liberi comuni e l'imperatore, Veveri nel 1157 è al centro di una lite tra le più documentate per il controllo delle decime tra Capitolo della cattedrale e Capitolo di S. Gaudenzio. I numerosi testimoni descrivono il nostro territorio e a chi versano le decime, ai due Capitoli e alla chiesa di S. Stefano: si parla di messi, di vino e di prati, di rogge, di un mulino, di terre lavorate da liberi coloni e di terre dove lavorano i coloni semiliberi, della curtis e di un manso, di terreni di proprietà del vescovo e dei due Capitoli, della strada che da Novara va verso Codemonte, a nord, e della cappella esistente in paese.

Durante l'epoca comunale in diversi documenti, tra il 1173 e il 1194, viene nominato Giovanni de Veura, detto anche Giovanni di Borgonovo e di Gaudiana: è un laico economicamente potente, grande proprietario terriero, rispettato e tenuto in considerazione tanto da essere chiamato come arbitro in varie beghe tra canonici e sacerdoti di S. Stefano, sempre a proposito di decime.

Tra il 1211 e il 1224 diviene canonico della cattedrale il colto Guidone da Veura; tra il 1226 e il 1246 il dominus Pietro de Veura affianca l'abate del convento benedettino di S. Lorenzo e nel 1265, quando era podestà di Novara Filippo della Torre, si cita, in un documento d'affitto di terreni, il prete della cappella di Veveri, un certo Giovanni, figlio del fu Iacopo Arduino di Novara, che risulterebbe così il primo Cappellano ufficiale di Veveri e beneficiario dei beni della chiesetta locale.

Nel 1263 alle istituzioni comunali subentra la prima signoria, quella dei Della Torre che ampliano il castello con una cinta fortificata e una torre a base quadrata. Nel 1277 la città si dota di nuovi Statuti per rispecchiare i recenti cambiamenti. Nel 1290 Matteo Visconti si impadronisce di Novara ed inizia la costruzione di un nuovo castello mentre Giovanni Visconti, già vescovo di Novara (1331-1339) e poi arcivescovo e signore di Milano, nel 1349 completa la costruzione del castello aggiungendo edifici residenziali. Da questomomento definitivamente Novara seguirà le vicende di Milano.

Agli inizi del Trecento precisamente in un documento datato 17 gennaio 1318, la cappella di Veveri, dedicata a S.Gaudenzio, vede aggiungere a questo nome quello di S.Maiolo Abate il cui culto era già molto diffuso in Europa e nel nostro territorio dove, lungo i percorsi dei pellegrini, in particolare lungo le vie Francigena, Francisca, Biandrina ed altre, nelle terre dove si erano diffusi i monasteri cluniacensi, vi erano chiese dedicate al santo abate (al Torrion Quartara dal 1133, in centro a Novara nello stesso periodo).


Souvigny: armadio
con le reliquie


morte di S. Maiolo



icone e statue di Maiolo





statua a Souvigny

tomba di Souvigny

dipinti di Navaretti

chiesa vecchia di Veveri

In quel documento si descrive l'ennesima lite per il controllo delle rendite del territorio veverese: nel gennaio 1303 era morto il sacerdote della chiesa di Veveri, Prete Gregorio, e il Capitolo del Duomo aveva deciso, data la consistenza dei beni, che gli stessi potessero mantenere due sacerdoti. Uno doveva servire la Cattedrale, l'altro doveva risiedere a Veveri: Giovanni Spago fu indicato per la Cattedrale e Iacopo de Crena per risiedere presso la chiesa di S. Maiolo in Veura. Nel 1308 Iacopo contesta la parte dello Spago e dopo varie vicende si arriva alla denuncia del cappellano Iacopo Zuccone che nel 1341 diviene rettore della chiesa di S. Maiolo.


Ricostruzione del piccolo villaggio
sorto attorno alla fontana
oggi chiamata Fontana di Veveri
.

Ricostruzione del territorio veverese in pieno Medioevo.

Nel 1348 il nuovo vescovo di Novara chiede a tutto il clero di relazionare su tutte le varie proprietà: Iacopo Zuccone presenta un documento molto dettagliato della situazione veverese. Cita una vigna grande di proprietà della chiesa, le terre del Ronchetto (a Veveri la strada che porta al Terdoppio e che parte vicino all'ex deposito Sip è ancora chiamata Runchet), la vigna Alba, la Riva alta presso Vignale, la via dei mulini oltre a numerosi nomi di famiglie benestanti della città. Altri citeranno diversi luoghi con vigne ramponate ad alberi, la strata vetula (una vecchia strada pubblica lastricata che dalla zona di nuovo dissodamento del borgo S. Andrea arriva a Veveri e prosegue sino al Terdoppio sulla strada del Runchet), in particolare un sacerdote di S. Andrea dice di possedere tutte le case tra la fracta di Cameri e quella di Veveri. Tale espressione stà ad indicare che vi erano dei terreni dove era stato fatto un diboscamento e su quelle radure si era cominciato a coltivare ottenendo un nuovo frazionamento, parzialmento adibito ad abitazioni.

Il nostro villaggio iniziava a crescere e gli antichi mansi si stavano trasformando: accanto alla casa colonica venivano costruiti dei casseri con il fienile, nella parte alta arieggiata e le primitive stalle, nella parte bassa del cassero, separate da travi e assi di legno, ma con muri esterni di ciottoli o realizzati con tecnica mista, ciottoli e mattoni. Nei decenni successivi le costruzioni in muratura divennero sempre più numerose, anche a più piani, separati da solai di legno e comparvero i coppi in laterizio sui tetti accanto a camini in cotto.

Nel 1354, Galeazzo II Visconti ottiene dall'imperatore la carica di vicario di Novara e riorganizza il territorio novarese in quattro circoscrizioni amministrative. Ciò permise un controllo della tassazione sulle proprietà terriere, i cui proventi erano utilizzati per pagare le armate mercenarie e l'amministrazione del territorio.

Il successore Francesco Sforza redige nel 1460 i nuovi Statuti di Novara: si parla di come si devono tenere rogge, ponti e strade. Tra queste è citata la strada lastricata che dal borgo S. Andrea, passando per Veveri (la citata strà dal Runchètt), prosegue sino al Terdoppio, scavalcato da un ponte levatoio, per giungere all'attuale cascina Bollini, a San Biagio e, quindi, a Cameri, ponte che sarà costruito a spese del Comune: evidentemente questo percorso era divenuto importante dal punto di vista commerciale.

Attorno al 1361, i territori novaresi furono devastati da mercenari inglesi guidati da Albert Sterz ma, l'anno successivo, il luogotenente dei Visconti sconfigge le orde inglesi e i signori di Milano allargano i loro possedimenti fino alla Sesia che diverranno definitivi nel 1378 quando Gian Galeazzo ottiene il titolo ducale.

Nel 1409 Pietro Filargo, già vescovo di Novara, è eletto papa con il nome di Alessandro V. A metà Quattrocento gli Sforza subentrano ai Visconti ed entrano in conflitto con i Savoia che governavano i vicini territori vercellesi: nel 1449 l'esercito piemontese tentò un assalto a Novara ma l'armata degli Sforza guidata da Bartolomeo Colleoni sconfisse l'armata dei Savoia a Borgomanero. Nel luglio 1468 venne celebrato il matrimonio tra Galeazzo Maria Sforza e Bona di Savoia e quando nel 1469 nacque Gian Galeazzo, il duca donò alla moglie la città di Novara che divenne feudo di Bona. Dopo l'assassinio di Galeazzo Maria, duca di Milano, nel 1476, Ludovico complottò per ottenere la reggenza del ducato da Bona di Savoia, madre del nuovo duca Gian Galeazzo, allora di sette anni. Il ducato era in quegli anni amministrato da Cicco Simonetta, consigliere di fiducia di Bona, e Ludovico e il fratello Sforza Maria cercarono di sconfiggerlo con le armi. Sforza Maria morì e Ludovico fu costretto all'esilio. Nel 1478 si accordò con Bona e fece condannare a morte il Simonetta. Nel 1480 obbligò Bona a lasciare Milano per il castello di Abbiate ed assunse la reggenza in nome del nipote che formalmente rimase duca fino al 1494.

Il 15 novembre 1481 Ludovico Sforza, detto il Moro, poiché erano presenti nel suo stemma i frutti del gelso chiamati da noi, come l’albero, muròn, ottiene l'autorizzazione del giovane nipote per costruire una roggia che, prelevando acqua dalla Sesia e sfruttando rogge già esistenti, porti l'acqua nelle sue tenute presso Vigevano: è la Roggia Mora. Essa fu scavata tra il 1487 e il 1488; con un percorso di quasi 60 Km, costituisce uno dei più antichi esempi di "interconnessione" di corsi d'acqua diversi: è alimentata dalla Sesia e intercetta le acque dei torrenti Strona, Agogna e Terdoppio e, da ultimo, le sue acque vanno ad integrarsi con quelle del Ticino. Lungo il suo alveo cominciarono ad essere edificate case coloniche, cascine e un'osteria: molte di quelle costruzioni sono rimaste sino ai giorni nostri, sia pure modificate, l'osteria fu abbattuta agli inizi degli anni '60 per far posto alla nuova chiesa di Veveri.

Durante la reggenza intervenne in molte località per costruire ed abbellire i territori milanesi: chiamò architetti, pittori e scultori tra cui Bramante e Leonardo che ritrasse l'amante di Ludovico, Cecilia Gallerani, nel famoso dipinto "La dama dell'ermellino". Negli stessi anni si dedicò alla costruzione di parte del castello di Vigevano, del Mastio, delle grandiose scuderie e soprattutto della piazza porticata, detta Ducale, un gioiello di rara bellezza rinascimentale, ancora oggi cuore della città; vennero realizzate molte opere di ingegneria civile costruendo canali e rogge per potenziare le colture agricole e quella del gelso, sviluppando l'allevamento del baco da seta.

Nel 1491 sposò Beatrice d'Este, figlia di Ercole I d'Este duca di Ferrara. Dal matrimonio nacquero Massimiliano e Francesco. Tra il 1492 e il 1498 Ludovico il Moro interviene nella costruzione della Certosa di Pavia e nella chiesa quattrocentesca di S. Maria delle Grazie, scelta come suo mausoleo, incaricando, nel 1494, Leonardo da Vinci di dipingere l'Ultima cena nel refettorio della chiesa.


Il percorso della
Roggia Mora

Ludovico il Moro

Ludovico il Moro
e le sue insegne

Carlo VIII
re di Francia

Agosto 1495:
il Moro assedia
il Duca d'Orleans
racchiuso a Novara

Luigi XII,
Duca d'Orleans

Gian Galeazzo, che era formalmente il duca, e la moglie Isabella avevano lasciato Milano creando una loro corte a Pavia; chiesero l'intervento del re di Napoli, nonno di Isabella, perché fosse ridato il controllo effettivo del ducato a Gian Galeazzo. Il Moro allora si alleò con l'imperatore Massimiliano e con il re di Francia Carlo VIII. Massimiliano, dietro pagamento di molto denaro, gli concesse il titolo di duca nel 1494, legittimando così l'usurpazione. Alla fine di agosto del 1494 Carlo VIII condusse in Italia un potente esercito francese con un grosso contingente di mercenari svizzeri e la prima formazione di artiglieria mai vista in Italia, diretto a Napoli per conquistare il regno. Il Moro lo ospitò presso la Certosa di Pavia con grandi onori.

Carlo VIII ottenne il libero passaggio da Milano; distrusse ogni piccolo esercito che gli mandarono contro e distrusse ogni città che gli resisteva, prendendo il 22 febbraio 1495 la città di Napoli dove fu incoronato re. Questa brutalità allarmò gli italiani, soprattutto i veneziani e il Moro, abituati alle guerre relativamente poco sanguinose. Per paura che la Francia divenisse potenza egemone in Italia, il 31 marzo Venezia formò la “Lega Santa” contro Carlo VIII alla quale parteciparono il Duca di Milano, il Papa, il Re spagnolo, il Re inglese e l’Imperatore Massimiliano I.

Dal 1 maggio l’esercito formato in gran parte da mercenari italiani, dalmati, greci e tedeschi, iniziò a minacciare i presidi che Carlo aveva lasciato lungo il suo tragitto per assicurarsi i collegamenti con la Francia. Il 20 maggio Carlo VIII lasciò Napoli per fare ritorno in Francia. Alla fine di giugno gli alleati stabilirono il campo vicino a Fornovo sul Taro, a sud ovest di Parma: l'esercito era composto da 2500 cavalieri, 8000 fanti, 2000 mercenari greco-albanesi. I contendenti si incontrano il 4 luglio e si dettero battaglia due giorni dopo. Carlo VIII contava su 1300 cavalieri, 7000 fanti circa e l’artiglieria.

Dopo una prima battaglia sanguinosa, il Re francese aveva già perso tutto il bottino valutabile in 300.000 ducati e le salmerie, ed entrambi gli eserciti chiesero tregua per seppellire i 3000 morti. Alla fine fu concesso a Carlo di lasciare l'Italia. Egli si ritirò ad Asti con il suo esercito affamato il 15 luglio, senza correre in aiuto del Duca d'Orleans, asserragliato a Novara circondato dall'esercito della Lega Santa. L’assedio durò quattro mesi, tra l’estate e l’autunno 1495, alla fine il Moro riconquistò Novara.

Carlo VIII da Asti si spostò a Torino dove negoziò con Ludovico il Moro il ritorno in patria, prima che i passi alpini divenissero impraticabili. Il 22 ottobre 1495 Carlo lasciò Torino per Grenoble. Regnò ancora pochi anni e morì nel 1498. Il suo successore Luigi XII, Duca d'Orleans, essendo nipote di Valentina Visconti, pretese il ducato di Milano; si alleò con Venezia e nel settembre del 1499 sconfisse il Moro che si rifugiò presso l'imperatore Massimiliano I d'Asburgo.

Nell’anno 1500 tentò di ritornare ma riuscì soltanto a riprendere per breve tempo Milano e poche altre terre. Poi, nel marzo-aprile 1500, asserragliato nel castello di Novara, fu costretto ad arrendersi poichè le truppe svizzere, il nerbo del suo esercito, si rifiutarono di entrare in battaglia, forse sollecitate a ciò dai gruppi parentali dei Caccia, dei Tornielli, dei Trivulzio, e Ludovico fu catturato dai francesi il 10 aprile.

Il Moro fu rinchiuso nel castello di Novara per poi essere condotto in Francia dove morì il 27 maggio 1508 dopo otto anni di prigionia. La Francia mantenne il governo della città fino al 1525 circa; successivamente i territori novaresi passarono in mano alla Spagna fino al 1706. Con l'arrivo dei francesi Milano perse l'indipendenza e rimase sotto dominio straniero per 360 anni sotto francesi, spagnoli e austriaci.

Pochi anni prima, nel 1492, Cristoforo Colombo era sbarcato nella nuove terre americane e l'Europa usciva dal periodo medioevale.