La traccia del passato

Ricostruire la storia di un piccolo paese come Veveri, soprattutto risalire alla sua origine, ha creato in coloro che si sono occupati di queste vicende delle difficoltà, nel reperimento di documenti, di citazioni, di reperti. Siamo in presenza di un lungo periodo come avvolto nella nebbia degli ultimi secoli dell’impero romano, delle invasioni di vari popoli di origine celtica, longobarda, franca, dei primi momenti della cristianizzazione, dell’organizzazione agricola e politica.
Perciò, quando nel 1952, durante lo scavo per allargare il cavo di Veveri (detto anche cavetto), nei pressi della testa della fontana Bini, poco distante dalla riva destra del Terdoppio, fu trovata una sepoltura risalente al I-II secolo dopo Cristo, La storia di Veveri e del primo insediamento poteva venire spostato indietro di molti secoli, rispetto alle citazioni del nostro paese in documenti conservati nei vari archivi cittadini.

Possiamo però tornare molto indietro nel tempo sollevando lo sguardo sull'intero territorio posto a nord del nostro paese.
Circa 10-12.000 anni fa terminava l'ultima glaciazione, la Würm, i ghiacciai si erano ormai ritirati verso le vette alpine e nelle conche scavate dalle lingue glaciali e bloccate dagli anfiteatri morenici si formavano i due laghi, il Verbano e il Cusio. Il clima si stava riscaldando e alla tundra inospitale subentrava una regione coperta da boschi con fiumane alimentate dall'abbondante acqua di scioglimento glaciale.

Mutava l'ambiente e mutavano gli animali che per molto tempo avevano abitato questo territorio glaciale, così gli uomini che si erano adattati a cacciare e a spostarsi in continuazione riparandosi in grotte o in capanne smontabili, divennero poco alla volta raccoglitori e poi agricoltori, pescatori e allevatori. I villaggi erano in gran parte su palafitte lungo i corsi d'acqua poichè era più facile spostarsi lungo i fiumi e i torrenti piuttosto che attraversare un territorio coperto da foreste e da vaste zone paludose.

Scrive F. M. Gambari nel saggio "Le dinamiche territoriali nella Preistoria e Protostoria del Novarese" contenuto in "Tra terra e acque" (Prov. di Novara, 2004): "In molti momenti il Novarese appare decisamente organizzato su percorsi terrestri e fluviali in senso nord-sud. Non solo il corso del Ticino, ...ha favorito fin dalle prime fasi la navigazione con piroghe scavate nei tronchi di grandi alberi, ma anche torrenti minori hanno determinato importanti direttrici terrestri. Non va infatti dimenticato che la fitta forestazione della pianura ...rendeva fondamentali fin dalla preistoria per le comunicazioni le fasce deforestate dalle piene ai margini dei corsi d'acqua a regime torrentizio, vere strade naturali ...Tra i torrenti di pianura ... il primo ovviamente è l'Agogna che lega le rive orientali del Lago d'Orta con il Po ...vicino alla confluenza da sud dello Scrivia ...e ciò determina un asse diretto ideale tra il Mar Ligure e il Sempione ...seguono il Terdoppio e lo Strona.

L'asse del Terdoppio risulta fondamentale, con l'Agogna, in tutta l'età del Bronzo e determina stretti legami tra Novarese e Lomellina..."

Durante la fase post glaciale più calda, tra 6 e 4.000 anni fa, aumenta la popolazione nella regione a sud del bacino lacustre originando quella che diverrà la cultura di Golasecca che si estendeva su tutto il territorio tra la regione collinare e la bassa pianura novarese, durante l'età del bronzo e del ferro, tra 3.000 e 1.000 anni fa. Si può così ipotizzare che gli scambi commerciali dei golasecchiani con le terre venete e con le popolazioni etrusche che stavano popolando la Val Padana, abbiano potuto interessare anche il territorio attorno a Novara, con percorsi lungo il Terdoppio e il Ticino. Poi arrivarono i Liguri e i Celti Insubri e da ultimo i Romani.

A questo punto conviene esaminare le vicende della città di Novara, della sua origine fino al momento in cui stava nascendo anche il nostro paese.
Sopra una piccola altura di alluvioni fluvioglaciali alterate in terreni argillosi giallo-ocracei del Pleistocene, glaciale Riss, tra due corsi d'acqua, il Terdoppio e l'Agogna, sorge Novara, città dalle origini antichissime. Non ci sono documentazioni storiche certe riguardanti la fondazione di Novara: fu inizialmente un antico centro ligure fondato dalla tribù dei Levi che si erano stanziati tra la Sesia e il Ticino nel V secolo a.C., venne distrutto dai Galli di Belloveso, poi fu ricostruito dai Galli Vertamocori che, nel IV secolo a.C., la celtizzarono con tutta la bassa novarese. Data la posizione, sembra adeguato far risalire il nome di Novara al celtico no e var , cioè luogo sopra le acque, poiché i torrenti che circondavano la collinetta argillosa impaludavano le aree circostanti.

Dopo un lungo periodo di dominazione celtica, l’espansione della crescente potenza romana portò allo scontro che, dopo fasi alterne, vide le legioni romane sconfiggere le tribù celtiche nel 222 a.C. e occupare i territori tra il Ticino e la Sesia. La città fu così gradualmente romanizzata così come avvenne per il nome Novaria, di sicura derivazione da quello celtico. Con questi popoli conquistati, Roma stipulò dei trattati di alleanza garantendo un notevole grado di autonomia e conservazione della loro etnia, collegò il territorio con una fitta rete di strade e favorì lo sviluppo economico e i commerci.

Attorno alla città si stavano sviluppando piccoli insediamenti agricoli su terreni favorevoli all’agricoltura e con abbondanti acque. Che le campagne fossero popolate lo testimoniano i numerosi ritrovamenti di necropoli, tombe, vasi e suppellettili, alcuni dei quali sono custoditi nel museo archeologico di Novara. Novara, assegnata alla Gens Claudia si stava trasformando, venivano costruiti molti edifici, le mura, le terme, e quando, nel 45 a.C. Giulio Cesare propose la Lex Julia Municipalis che riguardava i "municipia", come Novara, la città ottenne una certa autonomia.

Novara vide applicare un "piano regolatore" di tipo romano, con la struttura delle vie incardinata su due assi principali: il Cardo (Corso Cavour e Corso Mazzini), in direzione Nord-Sud ed il Decumano (corrispondente agli attuali Corso Italia e Corso Cavallotti), in direzione Est-Ovest. La città era circondata dalle mura parzialmente visibili in diversi punti della città. In queste mura costruite con ciottoli fluviali legati tra loro con malta e alternati a basse fasce orizzontali di mattoni si aprivano quattro porte, da cui partivano le strade in direzione di Milano, Vercelli-Ivrea, Tortona-Genova e verso il Sempione. L'area racchiusa da queste mura era considerata sacra; i luoghi dedicati alla sepoltura dei defunti erano quindi ubicati all'esterno, soprattutto presso le porte di accesso alla città.



La testa della fontana Bini.

Il luogo del ritrovamento.

Ricostruzione degli abitati
nel I-II secolo
.

Ricostruzione della
tomba ritrovata
.

Tomba a capanna ritrovata
nel vicino villaggio
presso S. Rocco
.

Dopo la fine del regime repubblicano, a Roma era iniziato il lungo periodo dell'impero, dalla salita al potere di Augusto, nel 27 a.C., e della sua dinastia, agli imperatori Flavi, Antonini e Severi; probabilmente sotto questa famiglia imperiale visse la persona ritrovata nella sepoltura presso la fontana Bini.

Quella ritrovata era una modesta sepoltura, comunemente detta a capanna o alla cappuccina, larga 60 cm., alta 38 e lunga 70, coperta da otto lastre di cotto con risvolto, simili a grandi mattoni piatti o tavelloni, poggianti sulla nuda terra e chiusi ai lati da frammenti fittili,sotto i quali era posto un contenitore di argilla rossa, tondo e verniciato in arancio, alto 11 cm. e con un diametro di poco più di 15 cm. Attorno furono trovati frammenti di ceramiche e laterizi. La presenza di una povera necropoli spinge a pensare che, presso il torrente Terdoppio e ad alcuni fontanili potesse sorgere un piccolo villaggio su palafitte, a pochi chilometri dal municipio di Novaria, a breve distanza dal villaggio ritrovato nel quartiere di S. Rocco, alla fine della via Gibellini, nel 2003, durante i lavori per l'Alta Velocità e la nuova linea delle Ferrovie Nord. Anche presso questo villaggio agricolo fu ritrovata una necropoli con 18 tombe.

La localizzazione di questo primitivo villaggio, denominato quasi certamente Vepra attorno alle sponde del Terdoppio e presso il fontanile Bini è tipica di molti insediamenti della bassa pianura novarese e, più in generale, padana. A proposito del nome Vepra, l'etimologia è molto discussa e incerta ma Pellegrini G.Battista nel suo testo "Toponomastica italiana" fa derivare Vepra dal termine vepres che significa "roveto, siepe di rovi, sterpi, cespugli sradicati", da cui Vepre, Viepri, Vepricello e Vepra. Se ciò fosse vero, allora il luogo doveva essere alquanto selvaggio, impervio, con rovi e vegetazione incolta e questo è plausibile proprio lungo le rive del Terdoppio.

Successivamente, forse a causa di una piena disastrosa del Terdoppio, questo insediamento fu abbandonato e divenne importante un nuovo sito presso il fontanile che si trova ancora oggi sotto la piazza del paese. Quella fontana, attorno alla quale vivevano gli abitanti di questo minuscolo villaggio è stata usata sino agli inizi degli anni cinquanta quando fu ricoperta per ottenere l’attuale Piazza Martiri; le donne, le più anziane di Veveri la ricorderanno, con le sue acque fresche in estate e tiepide in inverno quando, a turno, andavano a lavare i panni.

Alle tre fontane, la Bini, ad Est, la Fontana di Veveri, al centro, e la Fontana Sciocca, a Ovest, attorno alla quale sorgeranno le cascine Campana, Rosetta e Cantone, poste sulla stessa linea, perpendicolare rispetto alla prosecuzione del cardo massimo di Novara, sono da sempre il fulcro dell’antico centro, denominato Vepra, o Vebra, ma anche Veura, Veuere e Vavero.

Dopo secoli di paganesimo e di diffusione delle religioni politeiste, con la salita al potere dell'imperatore Costantino (306-337 d. C.) e l'emanazione del famoso editto del 313, anche a Novara iniziò a diffondersi la religione cristiana che ben presto vide anche sorgere i primi contrasti tra i fedeli alla dottrina del Concilio di Nicea e i seguaci di Ario. Durante la fase terminale del regno di Costantino nasce ad Ivrea Gaudenzio, da una famiglia pagana. Ben presto si avvicina alla religione cristiana che lo porta a Vercelli dove conosce Eusebio, il primo vescovo piemontese, e lì diventa sacerdote. Eusebio ha molta stima di Gaudenzio e lo invia a Novara per aiutare il sacerdote Lorenzo che da solo annuncia il Vangelo in una città ancora legata alle antiche credenze.



S. Eusebio

S. Gaudenzio

S. Ambrogio

L'imperatore Costanzo II°, figlio di Costantino, che sostiene gli ariani, nel 355 convoca a Milano un Concilio che condanna Atanasio, vescovo di Alessandria d’Egitto, sostenitore dell’ortodossia cattolica e manda in esilio alcuni vescovi che hanno sostenuto Atanasio, tra cui Eusebio, relegato prima in Palestina, poi in Egitto dove sarà raggiunto da Gaudenzio. Nel 356 Eusebio invia una lettera alla comunità di Novara e chiede a Gaudenzio di ritornare in città dove Lorenzo è stato assassinato.

A Novara Gaudenzio riprende la predicazione e stringe amicizia con Aurelio Ambrogio, nato nel 339 a Treviri, dove il padre era prefetto del pretorio per la Gallia, inviato a Milano nel 370 come governatore dell'Italia settentrionale e acclamato vescovo della città nel 374, alla morte del vescovo ariano Aussenzio di Milano, pur non essendo battezzato. Ambrogio in una settimana viene battezzato e consacrato vescovo. Ambrogio ebbe grande influenza sull'imperatore Teodosio che emanò nel 380 l'editto di Tessalonica proclamando il cristianesimo religione di stato, nel 381, durante il concilio di Aquileia, si pronunciò contro l'arianesimo e, costretto da Ambrogio, nel 391 proibì i culti pagani.

Nel 395 a Teodosio succede Onorio, nel 397 muore Ambrogio e nel 398 il successore, Simpliciano, consacra Gaudenzio vescovo di Novara, e rimarrà tale sino al 22 gennaio 418, giorno della sua morte. Pur essendo vescovo, vive in comunità con un gruppo di preti, soggetti tutti alla stessa regola, con essi predica, accoglie e forma i giovani aspiranti al sacerdozio e diffonde il cristianesimo in una vasta zona mentre si stà preparando la fine dell'impero. Alla sua morte succederanno, prima Agabio, che farà traslare la salma nella nuova caddedrale che si stava costruendo fuori le mura presso l'attuale Barriera Albertina, poi Lorenzo.

Nel 452 Attila invade l'Italia: iniziano le invasioni dette "barbariche" e nel 476 viene deposto l'ultimo imperatore Flavio Romolo Augusto, determinando la fine dell'Impero Romano d'Occidente e l'inizio del periodo denominato Medioevo.